
LILO & STITCH è la miglior speranza per la Disney
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Lilo & Stitch
USCITA ITALIA: 21 maggio 2025
USCITA USA: 23 maggio 2025
REGIA: Dean Fleischer Camp
SCENEGGIATURA: Chris Kenaniokalani Bright, Mike van Waes
CON: Maia Kealoha, Sydney Elizabeth Agudong, Tia Carrere, Courtney B. Vance, Chris Sanders, Zach Galifianakis, Billy Magnussen
GENERE: commedia, fantascienza, avventura, drammatico
DURATA: 108 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Dopo il risultato al ribasso di Mufasa - Il re leone e la débâcle imbarazzante di Biancaneve, Disney ci riprova, rifacendo in live action il 42° classico d'animazione. Lilo & Stitch è allora la miglior speranza per la major di riabilitarsi agli occhi della propria famiglia d'elezione, che di recente l'ha abbandonata più di una volta. Ma anche un riallestimento blando, un crowd pleaser prudentissimo, un infantile, ricattatoriamente tenero e(rgo) sicuro giocattolo per famiglie.
“Ohana significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato. O dimenticato”. Orbene, se così fosse, negli ultimi tempi non sembrerebbe essere questo il caso di Disney: abbandonata, dimenticata, danneggiata, (sminuitasi) e sminuita a più riprese dalla sua famiglia d’elezione - il suo pubblico, il suo fandom. In particolar modo, dopo il lancio della piattaforma Disney Plus (rivelatasi una mossa che ha finito per danneggiare enormemente il colosso hollywoodiano) e il tonfo clamoroso di molte fra le sue uscite cinematografiche più recenti.
Ciò detto - senza nemmeno entrare nel merito di tutti i film legati a proprietà terze e poi acquisite come Star Wars e Marvel, complici ad ogni modo di tale sorte - è indubbio come la maggior parte di queste débâcle imbarazzanti, oltre che totalmente prive della magia di cui la major è stata tradizionalmente sinonimo; provenga dal tentativo della stessa casa di Topolino di riportare in auge i grandi classici e le storie più amate e rappresentative della sua smisurata libreria, con una veste tutta nuova (grafica, ma anche tematica, morale, politica).
Remake, revamp, revival, talora reboot che dir si voglia, che, una volta terminato il planetario banchetto di incassi di Alice in Wonderland, Maleficent, Cenerentola, Il libro della giungla, La bella e la bestia, Aladdin e Il re leone (un epilogo opportunamente coinciso proprio con il lancio del servizio streaming e lo scoppio della pandemia), ha collezionato solo fallimenti, totali o parziali. Sia in sala: com’è stata la sorte del sequel di Maleficent, di Crudelia, de La sirenetta, fino agli ultimi Mufasa - Il re leone e l’ormai famigerato Biancaneve; sia sul piccolo schermo, alimentato da proposte davvero medie, quando non scadenti, quali Lilli e il Vagabondo, Mulan, Pinocchio, e Peter Pan & Wendy. Non solo, la cattiva stella si è estesa sulla produzione dei nuovi classici, passibili (salvo eccezioni) di soggetti inediti ma alfine derivativi o mal sfruttati, fino a bussare addirittura alle porte, un tempo iridate e inscalfibili, della fucina Pixar.

È importante, persino essenziale comprendere in che posizione scomoda si trovi Disney al momento, quale sia la sua credibilità agli occhi del pubblico, e cosa quello stesso pubblico provi nei suoi confronti, per parlare della sua ultima creatura. Per parlare altresì di Lilo & Stitch, ventunesimo venuto di questa lunga stirpe di rifacimenti "dal vero" del decennale retaggio dello studio, nel cui (probabile e probabilmente miliardario) successo dipende parte della riabilitazione o, meglio, della sopravvivenza iconica e pop(olare) di un intero brand.
È allora quanto di più ironico che, ad incaricarsene, sia un racconto, al tempo (nei primi anni 2000), in un certo senso rivoluzionario e imprevisto, a partire dalla scelta dell’ambientazione (in fatto di spazio e di tempo), senza dimenticare il design o la linea e tecnica artistica - viceversa - di recupero degli albori disneyani. Ma anche che a farlo sia, a sua volta e per procura, la carta matta, l’errore di programmazione nella convenzionale e più tipica formula della casa di Topolino. Quel glitch di nome Stitch (non a caso). Quel piccolo alieno blu, prodotto indesiderato di un illegale esperimento genetico di uno scienziato pazzo ricercato dalla Federazione Galattica. Invenzione mostruosa o “mostruosamente carina”, “inarrestabile, indistruttibile e super intelligente”, il cui unico fine dovrebbe essere quello di distruggere e seminare il caos.
Com’è noto e facilmente prevedibile, il destino del nostro piccolo esserino sarà tutt’altro, dentro (quando finirà per errore sul pianeta Terra e farà la conoscenza della parimenti piccola, sveglia e euforica umana Lilo) e fuori dalla diegesi e dalla finzione (dove si è imposto come principale vessillo culturale, iconografico, commerciale, merceologico dell’impero Disney, al fianco dei più tradizionali Topolino, Paperino, Dumbo, Winnie the Pooh e tantissimi altri). Difatti, a dispetto della propria configurazione, la bontà, la zuccherosa, gioviale ricetta, la parabola familiare è dietro l’angolo, nel cartone originale come in questo remake, che allo stesso modo abbandona fin da subito ogni scampolo di quella caotica anarchia e sregolatezza, intrinseche al minuscolo e arruffato extraterrestre.
Questo perché, senza troppe, se non alcuna sorpresa, l’ultimo arrivato nella catena di montaggio industriale della major è, in breve, un ricalco quasi del tutto pedissequo e preciso della controparte animata, nella sua ordinarietà e nella disattesa promessa di una rottura col canone. Impresa, questa, che è stata poi accolta, compiuta ed esaudita dai numerosi epigoni - primi fra tutti, i Minions - del personaggio creato e (ri)doppiato (anche qui) da Chris Sanders (il quale sarebbe in seguito espatriato alla DreamWorks, assieme al regista Dean DeBlois, dando vita alla saga di Dragon Trainer e, da ultimo, a Il robot selvaggio).

L’impegno venuto meno è, allo stesso modo, quello dell’esordiente Dean Fleischer Camp, che dopo essersi fatto un nome grazie (ad A24 e) al microscopico Marcel the Shell, gioiellino in stop-motion su un’altra adorabile creaturina in terra straniera (la nostra), conserva poco o nulla della propria cifra nel mettersi dietro la macchina da presa di questo Lilo & Stitch. Anzi, viene ridotto ad un nome nei crediti, a fare da prestanome per le volontà industriali del moloch hollywoodiano, in questa fotocopia in carne ed ossa (anche se, a tratti, digitale e digitalizzata) la cui realizzazione sembra piuttosto deputata ad un’intelligenza artificiale che converte il materiale di partenza in tempo reale.
Quello sceneggiato a quattro mani da Chris Kenaniokalani Bright e Mike van Waes è invero un rifacimento nel senso etimologico del termine. Un riallestimento sommariamente pigro a cui nondimeno sembrerebbe avanzare un po’ di spazio, un barlume di fatica, interesse, iniziativa per cambiare, estendere qualche passaggio ed elemento della controparte animata, e renderlo così più vicino alle esigenze spettatoriali e all’agenda socio-culturale odierna. Nonostante - va detto - la pellicola del 2002 fosse già progressista di suo: pensiamo, ad esempio, a tutta la questione dell’affidamento, al rapporto che condividono Lilo e la sorella maggiore Nani, orfane di entrambi i genitori, oppure l’idea di famiglia allargata e acquisita che si afferma nel finale.
Istanze che resistono alle pressioni e ai tentativi che l’esterno, la collettività e le regole agiscono a loro discapito. E quindi, a favore della scissione e della separazione del cuore vivo e pulsante di questa connessione, che cerca di continuo la maniera di ricomporsi e ricucirsi.

Ogni minimo dettaglio e ingrediente di Lilo & Stitch è dunque blando, insapore, poco curato, di maniera e circostanza, strumentale, nonché testimone (a cominciare dall’impiego limitato e dalla sottrazione accorta di CGI e di personaggi fatti al computer) di un progetto promosso - profeticamente(?), poiché simile è stato il caso del più recente campione disneyano al botteghino, Oceania 2 - dallo streaming in direttissima alla distribuzione cinematografica.
Se però, a grandi linee e a tutti gli effetti, quello di Fleischer Camp è un film poco divertente, sacrificato sull’altare di un crowd pleaser prudentissimo, di un infantile, leggerissimo, ricattatoriamente tenero e(rgo) sicuro giocattolo per famiglie; stupisce e fa comunque piacere notare un briciolo di calore umano, sincerità e freschezza (relativa) nel modo in cui il copione delinea e descrive il rapporto tra Nani e Lilo, sostenuto poi dalle prove delle loro due interpreti. Tanto sono convincenti, Sydney Elizabeth Agudong e la giovanissima e debuttante Maia Kealoha arrivano, ad un certo punto, a mettere in ombra e silenziare il soffice carisma del nostro alieno, dando alla piccola hawaiiana il posto e il protagonismo che merita e le appartiene (già dal titolo), e - chissà - inumidendo per un breve momento gli occhi dello spettatore.
Lacrima o meno, miglior remake live-action o no (ma la media di partenza, ammettiamolo, è davvero bassa), la missione è un’altra. Infatti, così come aiuta le due sorelle a ricucire e ridefinire il loro rapporto, per Disney Stitch (con l’aiuto della sua amica umana) è chiamato a mantenere il significato del proprio nome (letteralmente punto da cucito, sutura). Ad essere, in altre parole, un'anomalia controllata, non tanto per garantire la sopravvivenza della major, ma quantomeno per farla rientrare in famiglia. Ritrovare il proprio posto nell’universo.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





