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            27 Maggio 2026
            La recensione di Backrooms, il film horror esordio alla regia di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.
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            BACKROOMS è più di un glitch?

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Backrooms
            USCITA ITALIA: 27 maggio 2026
            USCITA USA: 29 maggio 2026
            REGIA: Kane Parsons
            SCENEGGIATURA: Will Soodik
            CON: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell, Avan Jogia
            GENERE: horror, fantascienza
            DURATA: 110 min

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Backrooms porta al cinema un immaginario nato e cresciuto nel web, tentando di trasformare una creepypasta collettiva in un racconto strutturato. Classe 2005, Kane Parsons traduce un universo già stratificato sul web in un dispositivo filmico più codificato, sospeso però tra pura immersione e necessità narrativa. La pellicola funziona soprattutto quando resta fedele alla sua natura di imperscrutabile found footage internettiano, perdendo invece presa e forza nel momento in cui prova a chiudersi nella forma compiuta del “vero” cinema.

            Comincia tutto su 4chan. Il 12 maggio 2019, un utente anonimo apre un thread pubblicando la foto di un inquietante ufficio vuoto, illuminato da luci fluorescenti e ricoperto da una carta da parati giallognola. Nel post invita gli altri utenti a fare attenzione, perché “se scivoli fuori dalla realtà nei posti sbagliati, finirai nelle Backrooms”, un luogo dove non c’è altro che il “puzzo di vecchia moquette umida”, il “giallo monotono” delle pareti, il ronzio incessante delle luci al neon e “seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate in maniera casuale”. E che “Dio ti salvi se senti qualcosa aggirarsi nei dintorni, perché è sicuro come l’inferno che lei ha sentito te”. L’utente conclude poi il messaggio chiedendo ai naviganti di condividere “immagini inquietanti che sembrino semplicemente sbagliate”.

            Inutile dire che il post diventa virale in pochissimo tempo. Sempre più utenti iniziano a commentare, appassionarsi e inventare storie horror legate a queste Backrooms: non-luoghi liminali come quelli teorizzati da Marc Augé, spazi apparentemente ordinari eppure svuotati di senso, una realtà-labirinto sospesa fuori da ogni coordinata spazio-temporale. Alcuni sostengono peraltro di aver già visto quell’immagine in passato, descrivendo di aver provato una sensazione di perturbante familiarità. 

            Manning Patston di Happy Mag definisce queste reazioni come “esistenziali, vuote e terrorizzate”, collegandole al concetto videoludico di “noclip”, un glitch capace di infrangere i confini della realtà. Kaitlyn Kubrick di Somag News, invece, paragona le Backrooms ai livelli di Resident Evil, descrivendole come una “terrificante creepypasta dei sogni maledetti”. Non solo, questo aggiornamento interamente virtuale delle classiche leggende metropolitane (si pensi all'Area 51) è associato al concetto di kenopsia, dal greco κενό (kenó), “vuoto”, e -οψία (-opsía), “visione”. Letteralmente, la visione del vuoto: l'impressione di malinconica inquietudine generata da un luogo normalmente affollato, ma ora abbandonato e silenzioso.

            Così, tra meme, racconti e interpretazioni collettive, le Backrooms danno origine ad una vera e propria mitologia condivisa, collettiva, trasformando un semplice post tutt’oggi anonimo in un vero e proprio fenomeno culturale di risonanza globale.

            La recensione di Backrooms, il film horror esordio alla regia di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.

            Un punto di svolta in tutta questa faccenda arriva però nel gennaio 2022, quando su YouTube compare un cortometraggio horror intitolato The Backrooms (Found Footage), firmato da tal Kane Pixels — pseudonimo internettiano dell’allora sedicenne Kane Parsons — che, partendo dagli spunti, dalle teorie e dalle molteplici incarnazioni diffuse in rete, tenta di imporre la propria visione del trend (a suo modo espressione pura dell'unheimlich freudiano), dandogli una forma più concreta, coerente, narrativamente e visivamente riconoscibile.

            Spacciato come una registrazione del 1991, ritrovata anni dopo, nel 1996, il filmato segue un giovane cameraman che precipita accidentalmente in uno di questi spazi liminali, ritrovandosi intrappolato in un labirinto di stanze vuote, entità misteriose e livelli sempre più disturbanti. Per costruire la sua atmosfera, Parsons combina riprese live-action, rendering 3D realizzati con Blender ed effetti analogici, tra cui movimenti di camera instabili, distorsioni e filtri VHS, coi quali ottiene un’estetica volutamente degradata e iperrealistica. In generale, il corto si innesta nel solco dell’horror analogico, o found footage: un filone che trasforma la presunta autenticità delle immagini in fonte di inquietudine, e che annovera tra i suoi riferimenti più celebri il seminale Cannibal Holocaust, The Blair Witch Project, The Ring, REC e Paranormal Activity, come pure - per quanto sia ingeneroso limitarlo ad un'etichetta - Inland Empire dell’inimitabile David Lynch. A quel cortometraggio sono poi seguiti altri diciassette video sempre relativi a questo fenomeno. Che, come sopra, è cominciato su 4chan, salvo finire o (ri)cominciare come glitch per l’industria hollywoodiana.

            Ora ventenne, Parsons è stato infatti ingaggiato da A24, la più grande e nota casa di produzione e distribuzione indipendente del panorama statunitense, interessata a tradurre questo sommovimento digitale in un lungometraggio destinato al grande schermo, trasportandolo quindi dai recessi più o meno oscuri del web (si spera) al centro dell’immaginario mainstream. Ma ecco l’anomalia: se fino a pochi anni fa sarebbe stato coinvolto al massimo come consulente, soggettista o co-sceneggiatore, oggi — sulla scorta dei percorsi di Fede Álvarez, dei Philippou Brothers, di Markiplier o Curry Barker — viene elevato a nuovo beniamino e si ritrova direttamente alla guida, dietro la macchina da presa di una produzione milionaria dalle elevate ambizioni, sia artistiche che commerciali. Di fatto, il suo esordio alla regia di un lungometraggio.

            La recensione di Backrooms, il film horror esordio alla regia di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.

            Per l’occasione, decide di tornare alle basi, in tutti i sensi. Da una parte, recupera e gioca col materiale primigenio (il post anonimo su 4chan, il corto del 2022) cercando di preservarne e restituirne il fascino grezzo e spontaneo, proprio facendo leva su quel flusso creativo nato quasi per caso e poi esploso in maniere del tutto imprevedibili e sorprendenti. Dall’altra, riflette sulle ragioni profonde che possono aver reso le Backrooms un fenomeno tanto potente: la sensazione di smarrimento, la familiarità perturbante, l’angoscia di luoghi (pertanto metafisici o mentali) infiniti che sembrano appartenere ad un ricordo (mai) dimenticato.

            Anche la sua idea di horror si muove in una simile direzione: essenziale, ridotta alla sua prima build per così dire, ai trucchi nativi, ai luoghi comuni, ai suoi meccanismi più rudimentali — letteralmente, ad una questione di assenza/presenza, ad un fuoricampo costantemente in agguato, alla paura atavica, abissale legata ad uno spazio vuoto inconsciamente, invisibilmente riempito, popolato dai nostri mostri e traumi — ma proprio per questo capace di risultare ancora incisiva, inquietante e stranamente universale. Ciò detto, nel dare corpo e verso a Backrooms è indubbio (e sarebbe anzi ingenuo non riconoscerlo) il ruolo e il sostegno decisivo di tre dei suoi illustri produttori, a partire da Shawn Levy (qui nuovamente alle prese con un Sottosopra), noto per la sua arguzia commerciale, non meno importante di quella di James Wan (papà delle saghe di Saw e di The Conjuring), al quale si unisce da ultimo Osgood Perkins, che avrebbe potuto rappresentare un’ottima seconda scelta dietro la macchina da presa. Soprattutto questi ultimi due nomi si rivelano chiari punti di riferimento per lo stile registico rigoroso, geometrico, quasi cartesiano di Parsons.

            Parimenti determinante è poi il contributo dello sceneggiatore Will Soodik che, al suo primo lavoro cinematografico dopo anni di esperienza televisiva (da Homeland ad Ash vs Evil Dead), è chiamato a costruire personaggi inediti, protagonisti di una trama accessoria e complementare, ambientata ancora una volta negli anni ’90, che si intreccia al vero nucleo, al cuore (di tenebra) nevralgico della pellicola.

            Facciamo dunque la conoscenza di Clark - disgraziato e squattrinato proprietario di un negozio di mobili quasi sempre vuoto (e in cui spesso accadono strani episodi), reduce da una dolorosa separazione - e della sua terapista, la dottoressa Mary Kline, la quale si troverà ad intraprendere un viaggio in questa nostra dimensione ultraterrena proprio sulle tracce del suo paziente...

            La recensione di Backrooms, il film horror esordio alla regia di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.

            Insomma, potremmo definirla minima - o minimal, coerentemente con la messa in scena e la colonna sonora co-firmata dallo stesso Parsons - la vicenda attorno a cui ruota il copione di Soodik, che testimonia fin da subito il lavoro a stretto contatto con Jonathan Nolan (fratello del più noto Christopher) sulla quarta stagione di Westworld.

            Backrooms manifesta invero un approccio quasi “post-nolaniano” nella maniera in cui prende un assunto in apparenza ordinario, semplice e lineare — com’è il caso di un dramma psicologico dai risvolti thriller-horror che parla, in fondo, di intelligenza emotiva, districandosi tra il lutto, il senso di colpa e la presa di coscienza di sé, con i propri difetti, le proprie imperfezioni, le proprie convinzioni e le proprie ferite — e lo trasforma progressivamente in qualcos’altro. Quel che inizialmente appare riconoscibile si stratifica infatti in un discorso più labirintico, fatto di loop comportamentali e schemi ricorrenti: quei percorsi che continuiamo a seguire anche se ci distruggono; quelle dinamiche che, da bambini, ci rassicurano e che, da adulti, finiscono invece per intrappolarci in circuiti ripetitivi di pensiero e azione, senza apparente via d’uscita, nell’illusione o vana speranza di non provare più nulla e, banalmente, esistere (un po' "come i mobili").

            Proprio in questo processo, il racconto si complica e si deforma, fino a diventare criptico, straniante, spinto ai limiti dell’interpretabilità. Una scelta che però, come spesso accade, appare gratuita, innecessaria, non sempre capace di generare intuizioni o suggestioni degne di nota. Al contrario, molto di ciò che la sceneggiatura tenta di articolare in maniera tortuosa viene espresso con maggiore chiarezza, lucidità e consapevolezza dal comparto scenografico, dagli effetti visivi e dal lavoro sulle luci, affidati a professionisti di valore e abituali collaboratori del succitato Perkins, tra cui il direttore della fotografia Jeremy Cox, lo scenografo Danny Vermette e la costumista Mica Kayde.

            Per il resto, Backrooms è un prodotto A24 in tutto e per tutto: nelle intenzioni, nello spirito, nell’estetica à la page e in quella naturale predisposizione alla viralità che ormai definisce buona parte della sua identità produttiva. Quella di un cinema che continua a definirsi indipendente quasi più per statuto, avvicinandosi man mano - per ambizioni e dimensioni - ai blockbuster che popolano l’altro lato della collina. Il film risulta altresì molto più convincente nelle atmosfere iniziali e nelle inclinazioni immersive che nella sua resa complessiva; decisamente più forte, ipnotico, vertiginoso e affascinante quando riallaccia il legame con le proprie origini di imperscrutabile found footage internettiano — recuperando cioè quella prima incarnazione grezza e perturbante delle Backrooms — che non quando prova apertamente a “fare il film”, a strutturarsi come opera compiuta e definitiva.

            Anzi, in quei momenti finisce perlopiù per assomigliare ad una versione in salsa “elevated horror” di Everything Everywhere All at Once, con due attori di razza come Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve sostanzialmente sprecati, considerando quanto poco venga realmente concesso loro di fare o esprimere, ridotti come sono a sagome, cartonati, silhouettes appena tratteggiate, intrappolate in una sequela di sguardi smarriti e facce attonite.

            Poco importa, però, a Parsons — o a chi per lui — di smarrirsi lungo il percorso. Resta nondimeno uno degli esempi più compiuti di ibridazione dei linguaggi del web e dei videogiochi (nelle loro svariate declinazioni) coi mezzi e le modalità del cinema, attraverso cui raccontare, descrivere, affermare il massimo della cultura online e il nucleo stesso della filosofia videoludica. Ovvero l’idea che un mondo parallelo e fittizio, potenzialmente illimitato, capace di tradurre le paure individuali negli incubi più contemporanei di tutti (il glitch, il bug, il prompt e l'IA), assemblato in modo casuale, logicamente illogico, finanche improbabile, possa apparire più reale, tangibile, stratificato e interessante del mondo là fuori. Quello che esiste oltre la finestra della nostra stanzetta — o della nostra interiorità.

            Forse, al netto di tutto questo, può bastare persino un film meno intrigante del fenomeno culturale che lo ha generato e che, inevitabilmente, promette già di espandere (in un franchise?). Anche soltanto un trojan, un “bait movie” che è “all hype” e “noclip” - sempre per dirla con Backrooms.

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