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            6 Giugno 2026
            La recensione di Masters of the Universe, il film di Travis Knight sul celebre brand di giocattoli Mattel, con Nicholas Galitzine.
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            MASTERS OF THE UNIVERSE (non) ha il potere

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Masters of the Universe
            USCITA ITALIA: 4 giugno 2026
            USCITA USA: 5 giugno 2026
            REGIA: Travis Knight
            SCENEGGIATURA: Chris Butler, Aaron Nee, Adam Nee, Dave Callaham
            CON: Nicholas Galitzine, Jared Leto, Camila Mendes, Alison Brie, James Purefoy, Morena Baccarin, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Charlotte Riley, Idris Elba
            GENERE: azione, fantastico, avventura, fantascienza
            DURATA: 141 min

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Travis Knight e Mattel tentano di fare con He-Man ciò che Greta Gerwig ha fatto con Ken: trasformare un giocattolo di plastica in un personaggio tridimensionale e contemporaneo, capace di interrogare e decostruire quella stessa idea di mascolinità che, almeno sulla carta, dovrebbe incarnare. Un'operazione affascinante e persino promettente, ma destinata a rimanere soffocata dalle convenzioni e dalle contraddizioni insite in un blockbuster da centinaia di milioni di dollari.

            Probabilmente è uno di quelli che, all’uscita di Barbie, hanno consumato I’m Just Ken di Ryan Gosling a furia di ascolti. Adam Glenn, giovane impiegato delle risorse umane, è goffo e un po’ strambo: gentile, sincero e premuroso, ma anche terribilmente distratto, spesso con la testa fra le nuvole, quasi scollegato dalla realtà e rinchiuso nel proprio mondo. Solo che, questa volta, non si tratta di un semplice modo di dire.

            Adam, infatti, non appartiene al nostro mondo, giacché è il principe e unico erede al trono di Eternia, un pianeta remoto oltre la curvatura dello spazio-tempo. Un regno fiabesco e sgargiante, traboccante di meraviglie e stranezze, popolato dalle creature più disparate. È la sua casa, dalla quale fu costretto a fuggire all’età di dieci anni per sottrarsi alle mire distruttive e all’insaziabile sete di potere di Skeletor, il Signore del Male, dopo che questi era riuscito a soggiogare e catturare i suoi genitori. Adam, tuttavia, lasciò Eternia con la promessa di ritornarvi un giorno e liberarla dal tiranno scheletrico e dalla sua armata delle tenebre. E soprattutto con l’unica e sola Spada del Potere, reliquia che custodisce la forza e il coraggio del suo antenato Greyskull e che rappresenta l’unico mezzo con cui gli eterniani possono rintracciarlo e riportarlo a casa.

            Peccato che il prezioso manufatto venga smarrito e recuperato soltanto quindici anni più tardi, quando Adam sta ormai cercando — con scarsi risultati — di adattarsi all’esistenza di un comune e mortale terrestre. È allora che nella sua vita ricompare Teela, l’amica e compagna d’addestramento di cui è segretamente innamorato, inviata sulla Terra per riportarlo ad Eternia prima che lo trovino gli emissari di Skeletor. Anche il Signore del Male, infatti, è sulle tracce della Spada: impossessarsene significherebbe ottenere un dominio assoluto e incontrastabile su chiunque e ogni cosa.

            La recensione di Masters of the Universe, il film di Travis Knight sul celebre brand di giocattoli Mattel, con Nicholas Galitzine.

            Ma torniamo al buon Ken. E cioè alla figura, all’elemento del Barbie di Greta Gerwig che più e meglio di tanti altri è riuscito a sottrarsi alle maglie della pellicola, fissandosi a forza nell’immaginario collettivo e trasformandosi in un’icona capace di (r)esistere ben oltre lo schermo. Cosa che ha premiato la strategia di Mattel che (lì, in tandem con Warner Bros.) ha inaugurato una nuova fase della propria strategia aziendale, basata sulla valorizzazione cinematografica dei propri marchi storici - in quel caso, riportando sotto i riflettori il suo brand ammiraglio e incassando quasi un miliardo e mezzo di dollari a fronte di un budget di appena 145 milioni.

            Un’impresa che la compagnia prova ora a replicare, seppur con ambizioni più contenute e su una scala del tutto diversa, attraverso una nuova trasposizione cinematografica - dopo il fallimentare I dominatori dell’universo del 1987 - di Masters of the Universe. Nato nei primi anni '80, il marchio di He-Man rappresenta(va) una sorta di perfetta sintesi commerciale, estetica e figurativa tra Star Wars e Conan il Barbaro: una linea di action figure muscolari e coloratissime che, nel giro di pochi anni, si trasformano in un autentico fenomeno di costume. Erano gli anni in cui ogni bambino sognava di esporre nella propria cameretta il mitico Castello di Greyskull. E, sebbene il picco di popolarità sia rimasto legato a quel decennio, il franchise non è mai davvero scomparso, conoscendo numerose rinascite tra nuovi giocattoli, fumetti, videogiochi e serie animate che hanno continuato ad alimentare una solida comunità di collezionisti e appassionati. Più recentemente, poi, il principe Adam e compagni sono stati riscoperti, inghiottiti, digeriti e rigurgitati dalla macchina fabbrica-meme che sono internet e i social.

            Ed è forse proprio questo continuo oscillare tra nostalgia, culto e parodia collettiva ad aver reso tanto difficile trovare la giusta chiave per riportare Masters of the Universe al cinema. Non sorprende, in tal senso, che il progetto sia rimasto bloccato per anni nel cosiddetto development hell, passando di mano più volte nel corso degli anni 2000 e 2010. Ebbene, sono serviti una cancellazione da parte di Sony e successivi cambi di proprietà - da Netflix ad Amazon MGM - affinché la situazione si sbloccasse definitivamente, consentendo al principe di Eternia di tentare ancora una volta il salto sul grande schermo.

            A decantarne le gesta è Travis Knight, genio dell’animazione ancora poco celebrato: presidente e amministratore della Laika Entertainment con la quale ha dapprima collaborato come animatore capo nell’indimenticato Coraline e la porta magica, e in seguito diretto e prodotto il suo esordio al lungometraggio, Kubo e la spada magica, uno dei più imponenti film in stop-motion. Ciò detto, egli si è fatto notare, in particolar modo, con Bumblebee, prequel e spin-off con cui ha saputo rilanciare la saga dei Transformers dopo l’era Michael Bay, recuperandone il senso dell’avventura, il cuore emotivo e un rapporto più autentico con i personaggi. Un esito che ne ha confermato la capacità di coniugare spettacolo e sensibilità, qualità per certi versi sempre più rare nel territorio dei blockbuster multimilionari.

            Una dote che potrebbe aver convinto Mattel ad affidargli le redini di Masters of the Universe, col quale parrebbe voler riprendere e rielaborare il discorso avviato con Barbie sugli stereotipi di genere, tornando a giocare e mettendo al centro una mascolinità diversa: ancora aitante, muscolare e virile, ma al tempo stesso vulnerabile, emotiva, solcata da dubbi e insicurezze, meno interessata all’esibizione della forza e più alla ricerca di una nuova e propria identità. Del proprio posto nel mondo.

            La recensione di Masters of the Universe, il film di Travis Knight sul celebre brand di giocattoli Mattel, con Nicholas Galitzine.

            Ken e He-Man sono quindi figure simili, accomunate da un medesimo sentire, anche se intese e comprese all’interno di pellicole diametralmente opposte, per natura e risultati. Difatti Knight, affiancato da una squadra di sceneggiatori forse fin troppo numerosa — dal collaboratore Chris Turner ai fratelli Aaron e Adam Nee, inizialmente coinvolti quando il progetto era in mano a Sony, fino a Dave Callaham, autore dal curriculum discontinuo che spazia da Doom, I mercenari e Godzilla a cinecomics come Wonder Woman 1984, Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli e Spider-Man: Across the Spider-Verse — sembra non essere riuscito a domare del tutto la natura sfuggente del marchio, né a scioglierne le contraddizioni.

            Il risultato è un prodotto incostante, spesso indeciso sulla direzione da intraprendere, placidamente bipolare nella sua incessante altalena tra registri differenti. Se da un lato Masters of the Universe dimostra invero una notevole consapevolezza del proprio statuto pop e dell'intrinseca eccentricità del materiale di partenza, riconoscendone gli aspetti più kitsch, camp e potenzialmente ridicoli, giocandoci sopra con ironia e intelligenza; dall’altro non rinuncia a percorrere la strada della grande avventura fantasy per famiglie, imbottita di nostalgia, fanservice e doppi sensi più o meno velati — tra spade impugnate con enfasi quasi rituale e un uso dei pugni sul quale è forse meglio non soffermarsi troppo. Così facendo, spera di rivolgersi contemporaneamente sia ai figli degli anni ‘80 sia ai giovani spettatori di oggi, ai quali è dedicato un umorismo spesso elementare, frivola, immediata.

            Ne deriva un'opera che vorrebbe teoricamente parlare e intrattenere un pubblico dai sei ai novantanove anni, ma che finisce per restare intrappolata in un dualismo mai davvero risolto tra un cinema muscolare, fatto di scontri, inseguimenti, duelli e battaglie, e uno di parola, dialettica, concetto, tematiche. Come, ad esempio, una non-belligeranza indirettamente proporzionale all'empatia, all'intelligenza emotiva, all'ascolto e all’accettazione dell'altro di cui si avvale il nostro protagonista, che comprenderà come il vero potere sia quello già insito in ognuno di noi e la maturità coincida con il superamento della logica dello scontro.

            Un discorso interessante, se non fosse che viene continuamente sabotato dalle necessità spettacolari consone ad un blockbuster da 170 milioni di dollari, il quale richiede inevitabilmente che ogni conflitto trovi la propria risoluzione attraverso la violenza, l'azione e il combattimento.

            La recensione di Masters of the Universe, il film di Travis Knight sul celebre brand di giocattoli Mattel, con Nicholas Galitzine.

            La frattura tra queste due anime emerge con evidenza ancora maggiore nel passaggio dalla Terra a Eternia. La prima parte del film, infatti, funziona quasi come una brillante situation comedy: un racconto che recupera un topos tipicamente anni ‘90 — l'eroe predestinato costretto a vivere in un mondo che conosce ma al quale non appartiene o si uniforma del tutto — per costruire situazioni comiche efficaci e riflessioni non banali sull'ipocrisia che spesso si annida dietro la retorica del mutuo rispetto, dell'inclusione, del valore della diversità e dell’autenticità individuale. È una sezione leggera ma acuta, attraversata da intuizioni ispiratissime (si pensi all’idea minima eppure significativa di inquadrare il cartellino sulla scrivania di Adam sul quale è ovviamente presente il suo nome, seguito tuttavia dai pronomi "he/him"), un uso divertito di brani non originali (da Boys Don’t Cry dei The Cure a The Man dei The Killers) e da una sorprendente freschezza.

            Poi, però, la pellicola cambia pelle. Una volta approdato sul pianeta alieno, sembra quasi rispondere ad una diversa visione creativa, abbandonando gran parte della sottigliezza e dell'autoconsapevolezza che l'avevano accompagnata fino a quel momento per rifugiarsi nei territori più convenzionali del fantasy epico contemporaneo.

            Ulteriormente penalizzato da una sceneggiatura che sembra confondere la fedeltà verso lo spirito dei classici cartoni del sabato mattina con il fare il minimo indispensabile, Masters of the Universe procede inoltre seguendo un racconto dal proverbiale pilota automatico: scolastico, generico e convenzionale ben oltre la soglia di tolleranza. Il mondo in cui si muove He-Man e le imprese a cui prende parte finiscono così per apparire indistinguibili o, nella migliore delle ipotesi, sbiadite variazioni di un qualsiasi capitolo de Il Signore degli Anelli, o di Thor: Ragnarok, Guardiani della Galassia o Dungeons & Dragons.

            Pure il comparto visivo, altalenante e spesso incapace di sostenere le proprie ambizioni, contribuisce a questa sensazione di déjà-vu. Eternia è di fatto il grado zero del world building: una landa sgargiante, iperpop, ad altissimo tasso glicemico, ma costantemente in bilico sul crinale della paccottiglia. Un perimetro d’azione privo di una reale identità, incapace di distinguersi o imprimersi nella memoria, complice la debolezza delle immagini confezionate da Knight insieme al direttore della fotografia (di Zack Snyder’s Justice League e dell’ultimo Venom) Fabian Wagner. Al punto che sono i tappeti musicali di Daniel Pemberton e Brian May — il leggendario chitarrista dei Queen — onnipresenti e spesso al limite dell’invadenza, a dover supplire alla mancanza di carattere dell’insieme.

            La recensione di Masters of the Universe, il film di Travis Knight sul celebre brand di giocattoli Mattel, con Nicholas Galitzine.

            È su questo anonimo palcoscenico che si susseguono volti, corpi, attori chiamati a recitare dialoghi spesso pedanti, didascalici e battute non di rado involontariamente ridicole.

            Nessuno sembra uscirne davvero indenne: da una Camila Mendes di rara insipienza ad un Jared Leto fortunatamente(?) cammuffato dietro le spoglie digitali di Skeletron; da un Idris Elba che appare più interessato a incassare l’assegno che a dare spessore ad uno dei ruoli più impietosi e ingenerosi della sua carriera dai tempi di Heimdall, fino a Nicholas Galitzine, su cui grava il compito più arduo. E cioè quello di incarnare e tenere assieme, nella sua (ancora acerba) immagine divistica, le contraddizioni e l’essenza stessa della pellicola. Eppure l’attore resta poco più che una promessa. Il carisma c’è, il potenziale è evidente, ma Knight & co. sembrano interessati a lui soltanto come icona (neanche troppo queer), strumento, superficie da esibire, senza mai offrirgli l’occasione di trasformare quella presenza in qualcosa di realmente compiuto e palpabile.

            Insomma, un po’ come il suo cattivo, Masters of the Universe sembra giocare per vincere (facile): per intrattenere col minimo sforzo, affidandosi a formule intramontabili e avventure già viste e vissute altrove. In questo modo, però, rinuncia a reinventare davvero il proprio immaginario e a restituire nuova eternità al proprio paese dei balocchi, riducendosi ad un blockbuster (pre)confezionato con tutti i crismi, ma sostanzialmente inerte. Un contenitore ricco e appariscente, incapace di sprigionare la forza, la vitalità e il potere immaginifico di cui avrebbe tremendamente bisogno.

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