
Il vero crimine di RICCHI... DA MORIRE è lo spreco di Glen Powell
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: How to Make a Killing
USCITA ITALIA: 17 giugno 2026
USCITA USA: 20 febbraio 2026
REGIA: John Patton Ford
SCENEGGIATURA: John Patton Ford
CON: Glen Powell, Margaret Qualley, Jessica Henwick, Bill Camp, Zach Woods, Topher Grace, Ed Harris
GENERE: commedia, thriller, drammatico, azione
DURATA: 105 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
John Patton Ford rilegge Sangue blu attraverso il filtro dell'America contemporanea, intrecciando satira, black comedy e riflessioni sull'eredità, sul privilegio e sulla felicità. Ma l'eleganza della messinscena e la ricercatezza della scrittura finiscono per prevalere sulle idee, privando il film della densità a cui ambisce.
“I soldi comprano la felicità”, afferma Becket Redfellow in una delle primissime sequenze di Ricchi… da morire (titolo italiano del ben più generico How to Make a Killing), seconda volta dietro la macchina da presa per (il già regista di spot e videoclip) John Patton Ford.
Più che il contenuto della frase, a colpire è il modo in cui viene pronunciata: con una sicurezza ostentata, quasi arrogante. Un atteggiamento che appare tanto più straniante, incomprensibile se si considera il luogo e, soprattutto, la situazione in cui versa il nostro Becket, rinchiuso nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza. Mancano appena quattro ore alla sua esecuzione per omicidio colposo e, a fargli da interlocutore, c'è un sacerdote, da lui espressamente richiesto per un'ultima conversazione – o forse un'ultima, necessaria confessione.

Ebbene, proprio da questo dialogo prende il via (in flashback, con immancabile voice over) il racconto lungo cui si articola la sceneggiatura del film, sempre firmata dallo stesso Patton Ford. Che è, per l’appunto, il ricordo della vita di Becket, ultimo erede della famiglia Redfellow, una delle tante, eppur la più grande e facoltosa dinastia di Long Island.
Ciò detto, della sontuosa magione di famiglia, egli non ha quasi mai varcato la soglia. Questo perché è figlio di un’avventura, di un colpo di fulmine adolescenziale tra la Redfellow più promettente e in vista, Mary, e un “semplice” cameriere. Da quella passione di una notte nasce una gravidanza indesiderata che, per evitare lo scandalo, convince la famiglia a ripudiare la giovane, bandendola definitivamente dal proprio perimetro.
Come se non bastasse, il padre di Becket muore per un'embolia polmonare proprio durante il parto, lasciando Mary sola ad affrontare la sfida della maternità. La donna si trasferisce così nella periferia di Belleville, New Jersey, dove trova impiego in una motorizzazione civile, e cresce il figlio senza alcun sostegno. Ma, nonostante tutto, decide di educarlo come un autentico Redfellow: gli trasmette gli stessi valori e le stesse regole con cui era stata cresciuta, lo introduce nell'ambiente sociale dal quale lei era stata bandita e gli permette di frequentare i rampolli delle più ricche famiglie di Long Island, quasi a voler preservare per lui quell'appartenenza che a lei era stata definitivamente negata.
La ragione è presto detta. Mary è stata sì disconosciuta da suo padre Whitelaw, ma per una clausola contenuta nel testamento di famiglia non è stata diseredata, né lo è - di conseguenza - lo stesso Becket. C’è solo un piccolo problema: la carta vuole che sia il più anziano Redfellow in vita ad ereditare tutto il patrimonio familiare. E quindi, “devi solo sopravvivere agli altri” e “aspettare che muoiano tutti”. Purtroppo, però, a morire prima di tutti questi "altri" è proprio Mary, che nell'esalare l'ultimo respiro costringe il giovane Becket a prometterle di non arrendersi fino a quando non avrà ciò che gli spetta di diritto. Finché non avrà preteso il suo legittimo posto nella sua legittima casa.
“Avrai la vita che ti meriti, per cui ti ho cresciuto”, sussurra la donna un attimo prima di spirare. Solo che la famiglia, in primis nonno Whitelaw, non è d’accordo e, alla richiesta di un incontro da parte di Becket, sembra addirittura prendersi gioco di lui con sottile e insopportabile strafottenza. Oltre il danno, la beffa insomma. Cosa che fa scattare nel ragazzo e poi nell'adulto un senso di vendetta forte, violento, finanche omicida. E un papabile obiettivo: potare qualche ramo, o magari l’intero albero genealogico.

Se lo spunto e la sinossi di Ricchi… da morire non vi suonano del tutto nuovi è perché quello scritto e diretto da Patton Ford vuole essere un aggiornamento, una rivisitazione e un remake di Sangue blu, celebre black comedy britannica del 1949, tratta a sua volta dal romanzo Israel Rank: The Autobiography of a Criminal di Roy Horniman. Parliamo di un’opera passata alla storia soprattutto per la straordinaria prova di Alec Guinness, chiamato a interpretare tutti i parenti che il protagonista elimina uno dopo l'altro per assicurarsi titolo ed eredità.
Una trovata, un'intuizione, che - a quasi 80 anni di distanza e col trasferimento dell'azione dall'Inghilterra edoardiana agli Stati Uniti contemporanei - rischiano forse di smarrire parte della propria forza, di non funzionare più come un tempo. Pur tuttavia, il regista sceglie e ha dalla sua il volto, il corpo e la firma attoriale che - più e meglio di tanti suoi coevi - sembra possedere le qualità necessarie per restituirgli vitalità.
Anche produttore esecutivo, Glen Powell arriva infatti dall'irresistibile Hit Man di Richard Linklater e dalla brillante serie Chad Powers. Tentativi ed esperienze alle quali ha contribuito non soltanto in veste di protagonista, ma per la cui riuscita si è cimentato e impegnato anche sul piano creativo e della scrittura. E ancora, film e serie che hanno accertato la sua sorprendente versatilità e plasticità espressiva, il suo talento trasformistico, un innato camaleontismo capaci di emanciparlo - alla stregua di quanto ai tempi è già avvenuto al suo “maestro” Tom Cruise - dall'immagine muscolare, virile e testosteronica che lo ha reso noto al (grande) pubblico - si pensi, ad esempio, a Top Gun: Maverick e a Twisters o, seppur in parte, a Tutti tranne te (che proponeva dapprima una decostruzione ironica del classico eroe aitante da rom-com).
Sfortunatamente, la sua presenza all’interno di Ricchi… da morire è il primo e più spietato delitto compiuto da Patton Ford: un ritorno banalizzante alle sue origini divistiche; un peccato, un doloroso spreco, ma anche la principale avvisaglia di una pellicola, come sopra, in cui conta soltanto il modo in cui si dicono le cose, a discapito di ciò che, dicendole, si vuole raccontare.

Il cineasta appare invero più (pre)occupato della propria calligrafia filmica, di mantenere un registro suppostamente alto, sagace, sofisticato. Ma anche delle buone maniere di una scrittura dalla precisione chirurgica, della simmetria fra immagini, motivi ricorrenti e dettagli. Molto meno - va da sé - della sostanza dei discorsi cui tutto questo dovrebbe dare forma.
Tuttavia, come ben sappiamo, stile e classe non possono prescindere dalla forza delle idee che li sostengono, dalla densità delle riflessioni che intendono sviluppare e dall'intensità emotiva con cui vengono messe in scena. Sono proprio questi gli elementi che in Ricchi… da morire finiscono per latitare. La tensione resta costantemente sotto traccia, il tono non trova mai una direzione davvero chiara e risoluta, ogni possibile vertigine viene neutralizzata e i colpi di scena si rivelano prevedibili e privi del benché minimo mordente. Allo stesso modo, anche le riflessioni di cui il copione di Patton Ford vorrebbe farsi carico rimangono abbozzate, semplificate e sorprendentemente generiche. Inutile dire che non basta domandarsi se sia giusto desiderare sempre di più, che cosa ci renda davvero felici, se valga la pena inseguire i propri sogni o se, in fondo, siano proprio i sogni che inseguiamo ad essere profondamente sbagliati. Così come non basta liquidare i ricchi come brutti e cattivi, moralmente spregevoli, irrimediabilmente infelici e incapaci di sottrarsi ad una solitudine di loro creazione.
E dire che il film possederebbe pure gli strumenti per spingersi oltre. La stessa natura apertamente e dichiaratamente assurda della vicenda lascia intravedere la possibilità di un discorso più ambizioso e ampio sulla crisi contemporanea dei valori, sul progressivo mutismo delle coscienze – o, forse, sulla nostra deliberata sordità –, sull'incapacità sempre più diffusa di immaginare un futuro diverso da quello che ci viene assegnato. È proprio in questo verso che potrebbe essere letto il gesto di Becket: non tanto un semplice atto di cupidigia, quanto piuttosto un disperato tentativo di sopravvivenza, insieme personale, ereditario e collettivo. Il tentativo (suo come di tutti noi) di sottrarsi ad un'esistenza già scritta, regolata e predeterminata da qualcun altro.
Un "qualcun altro" che, non a caso, si chiama Whitelaw: letteralmente, "legge bianca" - o, con uno scarto ulteriore, legge dell'uomo bianco, al netto delle etimologie scozzesi. Una figura che la pellicola investe del ruolo di simbolo secolare, dalle venature metafisiche, di un'autorità patriarcale, spettrale e onnipresente, tanto radicata nelle nostre esistenze da apparire, in ultima analisi, impossibile da estirpare. Così, l'unica via da perseguire sembrerebbe essere quella dell'assimilazione. Assecondarne i voleri, diventarne il riflesso, rinunciando definitivamente alla possibilità di immaginare – prima ancora che di conquistare – una felicità autentica.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





