
SUPERGIRL mostra (già) i limiti dell'universo DC di James Gunn
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Supergirl
USCITA ITALIA: 25 giugno 2026
USCITA USA: 26 giugno 2026
REGIA: Craig Gillespie
SCENEGGIATURA: Ana Nogueira
CON: Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley, David Krumholtz, Emily Beecham, David Corenswet, Jason Momoa
GENERE: azione, fantascienza, avventura
DURATA: 108 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
La fortuna, si sa, prima o poi finisce. E anche il nuov(issim)o DC Universe sembra incontrare già le prime difficoltà. Supergirl di Craig Gillespie riporta sul grande schermo una delle figure più interessanti del pantheon kryptoniano: una giovane donna alla ricerca di un senso e del proprio posto nella galassia; ma affida ognuna di queste promesse ad un film indeciso e pasticciato, incapace di sviluppare le sue migliori intuizioni, schiacciato fra l'eredità del fumetto e il modello imposto da James Gunn.
“La fortuna, si sa, prima o poi finisce”. È una lezione che i (pochi ed eletti) argoniani, un tempo kryptoniani, imparano sulla propria pelle. Scampati alla distruzione di Krypton grazie ad una straordinaria impresa scientifica e tecnologica – la letterale asportazione di un'intera porzione del pianeta, racchiusa entro uno scudo protettivo e trasformata in una gigantesca scialuppa di salvataggio – hanno continuato le loro vite vagando nello spazio profondo. Eppure, anche quel rifugio strappato al fato è presto destinato a vacillare, quando una misteriosa epidemia di kryptonite si diffonde lentamente, contaminando il loro ultimo frammento di casa e minacciando di condannarli ancora una volta all'estinzione.
È la stessa lezione che impara Kara Zor-El, cugina del ben più celebre Kal-El, il Superman che tutti conoscono. Figlia di Zor-El e Alura In-Ze, ella nasce e cresce su Argo, trascorrendovi gli anni più felici della sua vita. Quando però il contagio diventa incontrollabile, i genitori non hanno altra scelta: come accaduto qualche tempo prima al futuro Uomo d’Acciaio, la affidano ad una navicella lanciata a tutta velocità verso la Terra, nella speranza di salvarla da un destino ormai inevitabile.
Accolta e soccorsa proprio dall'Azzurrone, Kara cerca di ritagliarsi un posto tra gli umani e, stabilitasi fra i grattacieli di Metropolis, prova a ricostruire qualcosa che assomigli anche solo lontanamente alla vita che ha perduto. Ma, oltre al cugino – che per lei rimane poco più di uno sconosciuto, una figura aliena, a partire dalla lingua – l'unico legame con la propria casa è Krypto, l'inseparabile e indomabile cane che l'ha accompagnata nella traversata intergalattica. Ed è proprio insieme a lui che, poco dopo il suo arrivo sulla Terra, decide di rimettersi in viaggio, riprendendo la rotta delle stelle a bordo di una sorta di camper cosmico e girovagando senza meta da un pianeta all'altro.
Per la ragazza ha così inizio una lunga stagione di solitudine, autoisolamento e profonda depressione, dissimulata dietro un atteggiamento ribelle, anarcoide e sprezzante. Un malessere, il suo, che assume rapidamente anche contorni autolesionisti e autodistruttivi: Kara decide invero di allontanarsi da quella parte di spazio baciata dal nostro Sole - che è notoriamente fonte di (super)potere per i figli di Krypton - alla volta di pianeti illuminati dal Sole rosso, per far sì che l’alcool che trangugia ogni giorno senza sosta abbia un qualche tipo di effetto.
Del resto, cosa farsene, di questo dono, di questa forza, di queste abilità, se non c’è (più) nulla per cui combattere? Qual è, quale può essere e, soprattutto, esiste un posto, una casa per lei in questo “sconfinato” universo?

È tutto racchiuso qui, in queste poche righe, il senso e il cuore di Supergirl, il secondo atto cinematografico - nonché espansione narrativa e mitopoietica del pantheon kryptoniano - del nuovo universo DC riformato, rilanciato, retto e amministrato da James Gunn, di cui meno di un anno fa [a luglio 2025, ndr] ha aperto le danze, rianimando le speranze di pubblico e aficionados, col promettente Superman.
Al suo nucleo, il film diretto dall’australiano Craig Gillespie (già autore, con Tonya, Crudelia e, per certi versi, anche con la serie televisiva Pam & Tommy, di ritratti di figure femminili anticonvenzionali, imperfette, ribelli, profondamente umane, in lotta con le aspettative sociali e i meccanismi di un potere fallocentrico e paternalista) è il genuino racconto di (ri)formazione di una supereroina che non ha più motivi per esserlo. Che non riesce a comprendere il mondo che la circonda, a decifrare la filosofia, le convinzioni e la missione del gentil cugino terrestre – immigrato, laddove lei è una rifugiata – perché per prima non trova una chiave per leggere dentro di sé, dare un nome alle proprie emozioni ed elaborare il trauma che continua ad assediarla.
Non è un caso, allora, che le sequenze migliori siano proprio quelle dedicate all'incontro-scontro con Superman, tutte incentrate sul tema della fiducia (nell'umanità per Clark, in sé stessa per Kara). Così come risultano particolarmente riusciti i momenti in cui la pellicola si sofferma sul rapporto della kryptoniana con le proprie origini, sul ricordo di Argo e sul legame, impossibile da recidere, con la propria identità.
Sono le scene madri del (se non grande, quantomeno interessante) film che - magari peccando di presunzione - pensiamo sarebbe dovuto (perché sarebbe potuto) essere Supergirl. Al contrario, Gunn & co. decidono di costruire intorno a questo cuore old school, di accompagnare a questa storia alfine approssimativa, fugace, sprecata, la liberissima trasposizione di una delle corse fumettistiche più amate e celebrate del personaggio creato nel 1959 da Otto Binder e Al Plastino.
(In)seguono pertanto la Donna del Domani di Tom King e Bilquis Evely, abbracciando una dimensione (molto meno intima) da space opera di deformazione lucasiana: quella fantascienza logora, a sua volta ibridata con una certa tradizione western (o spaghetti western, specie nelle sue derivazioni nipponiche). E cioè affidando a Kara le cure di tal Ruthye Marye Knoll, giovane ragazza scampata al massacro della propria famiglia per mano di una banda di briganti facenti capo al perfido Krem delle Colline Gialle. Malgrado l’iniziale riluttanza della kryptoniana ad immischiarsi nella faccenda, le due si imbarcano così in un’odissea alla volta di pianeti via via più pericolosi e di uno spazio violento, maschilista, misogino, in cerca di vendetta, incrociando il cammino del temibile e immortale cacciatore di taglie Lobo.

Tutto questo per dire, prevedibilmente, che “l’altro film” che alla fine si rivela essere Supergirl non è altrettanto riuscito, né realmente interessante. La prima ragione che (non salta, ma) atterra agli occhi è la sceneggiatura dell'ex attrice Ana Nogueira (alla quale Gunn ha affidato, per ragioni oggi ancor più difficili da comprendere, anche la scrittura della prossima incarnazione di Wonder Woman), qui al suo debutto dietro il tavolo della sceneggiatura. Il che purtroppo si vede e avverte pressoché in ogni snodo di un intreccio che definire rudimentale e formulaico è a dir poco riduttivo. Difatti, si comprime la materia originale di King ed Evely fino a svuotarla di tutte le sue sfumature di sofisticatezza e complessità, riducendola alla lettura più superficiale possibile. Ad un blando racconto di dolore e riscatto, povero tanto negli eventi che mette in scena quanto nel modo in cui li sviluppa e, soprattutto, nelle conclusioni e nei discorsi che pretende di ricavarne.
È un copione, quello di Nogueira, convinto di avere qualcosa di (politicamente) rilevante e attuale da dire, ma che lo espone nella maniera più sentenziosa e forzata possibile. Convinto oltremodo di star maneggiando una potente parabola femminista, che non tiene però in conto o conosce i passi che il cinema recente e contemporaneo ha fatto. Come non bastasse, il tutto è poi aggravato da una caratterizzazione grossolana e poco ispirata dell'intero parco personaggi, Kara compresa: sono semplicemente troppi perché la pellicola riesca a concentrarsi davvero sul percorso della kryptoniana e a conferirle uno sviluppo degno delle sue premesse. Uno completato e agito da dialoghi didascalici, elementari e scontati (emblematico il “pietoso surrogato d’uomo"), del tutto privi di alcun tipo, intento o ambizione di profondità, e spesso così goffi da scivolare nel comico involontario.
Da qui in poi è, suppergiù, una (supersonica) caduta libera che, proprio come la kryptonite su Argo, finisce per contaminare l'intera impalcatura del film. Gillespie entra infatti ben presto in contraddizione con le premesse del racconto: a fronte di un'avventura che dovrebbe spalancarsi alle infinite possibilità del cosmo, la regia restringe progressivamente il proprio orizzonte, confinando il mondo diegetico entro coordinate sorprendentemente anguste. Una povertà d'immaginazione che si riflette inevitabilmente anche nella dimensione produttiva e spettacolare. Sono fin troppo evidenti gli espedienti cui ricorrono sceneggiatura e messa in scena per occultare limiti di budget, carenze del comparto effettistico e una generale mancanza di seduzione visiva.

Ben più infelice, però, è la maniera in cui la genericità della scrittura di Ana Nogueira si trasferisce integralmente sul set. Il regista, fortunatamente, può contare sul casting ineccepibile e sulla prova sincera e credibile della Milly Alcock di House of the Dragon - anche se più nel racconto di sentimenti e stati d’animo, rispetto a quando si getta nella mischia.
È, in fondo, l'unico elemento davvero degno di nota all'interno di un ensemble che, seppur indovinato, appare complessivamente lasciato a sé stesso, poco incisivo e convinto. Del resto, è il riflesso dell'intero film, incapace di imprimere un carattere e una personalità realmente distintivi ad un immaginario che, in fin dei conti, si risolve in un incrocio slavato, addomesticato e sostanzialmente innocuo – al pari del Lobo di Jason Momoa, ridotto ad una sorta di Jack Sparrow cosmico – tra Star Wars e Mad Max, The Marvels e Guardiani della Galassia.
Ed è proprio quest'ultimo riferimento a imporsi con maggiore insistenza nel corso della visione, fino a suggerire un'impressione tanto persistente quanto difficile da scacciare. Ossia che James Gunn avesse inizialmente concepito e sviluppato il progetto per dirigerlo in prima persona, salvo poi affidarne la realizzazione a Gillespie. Una scelta che, sulla carta, appariva tutt'altro che peregrina, ma che nei fatti finisce per trasformare il regista in una sorta di prestanome, in balia di una visione, di uno stile e di un linguaggio che si limita a riprodurre nei loro tratti più esteriori, senza mai riuscire a farli davvero propri.
Così, l'energia e la vitalità che avevano fatto la fortuna di Superman e dei primi baluginii di questo DC Universe ex-novo si trasformano, a distanza di appena un anno, in una riproposizione esausta, in un'imitazione svuotata di ogni slancio. Atmosfere e spazi espressivi nei quali il regista australiano appare costantemente fuori posto e, insieme a lui, l'intero progetto, ulteriormente penalizzato da un montaggio sconclusionato e delirante che rende i segmenti d'azione tanto inefficaci quanto difficili da seguire. Il lavoro di Tatiana S. Riegel (sodale collaboratrice di Gillespie, ma già alle prese con l'ultimo Guardiani della Galassia) risulta infatti più schizofrenico che serrato, quasi su misura di un costante deficit d'attenzione.
Parimenti molesta è la colonna sonora che, ancora una volta nel solco del cinema gunniano, ricorre quasi esclusivamente a brani non originali e canzoni celebri. Il problema, però, è che qui risultano sistematicamente stonate e fuori fuoco, disseminate lungo il racconto al pari di un espediente, un innesto, una scorciatoia chiamata a garantire e conferire artificiosamente carattere e anima ad immagini impalpabili e ad un'opera inconsistente e dimenticabile che, nel complesso, fatica a trovarne una propria.

In questo senso, Supergirl potrebbe essere già il primo capitolo del nuovo DC Universe a mostrare davvero la corda dell’assetto e della direzione impressi da Gunn. Se, da un lato, la sua egemonia e forte accentramento creativo rischia di soffocare l’identità e la sensibilità degli autori e dei film-maker chiamati a dirigere le nuove avventure di questo universo condiviso, dall’altro finiscono per trasformare il suo gusto, il suo linguaggio e il suo immaginario in un modello da replicare. E ciò che nasce come cifra stilistica rischia così di irrigidirsi in formula, quindi in maniera, fino a diventare puro esercizio di stile e, da ultimo, motivo di banalità.
Allora, se quella che dovrebbe essere la controproposta al Marvel Cinematic Universe non fa che riportare alla mente il peggio del franchise Disney (o, addirittura, della vecchia gestione DC), viene allora spontaneo chiedersi - per parafrasare una canzone tanto cara all’ex beniamino marvelliano - se i giorni del nuovo DC Universe non siano già finiti. Del resto, si sa: la fortuna prima o poi finisce.
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