
FURIOSA: A MAD MAX SAGA, STORIE DI UN FUTURO PASSATO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Furiosa: A Mad Max Saga
USCITA ITALIA: 23 maggio 2024
USCITA USA: 24 maggio 2024
REGIA: George Miller
SCENEGGIATURA: George Miller, Nico Lathouris
CON: Anya Taylor-Joy, Alyla Browne, Chris Hemsworth, Lachy Hulme, Tom Burke
GENERE: azione, fantascienza, avventura
DURATA: 148 min
Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2024
VOTO: 8+
RECENSIONE:
Dieci anni di attesa ci hanno separato da Furiosa: A Mad Max Saga, il prequel spin-off dell'universo partorito dalla mente di George Miller in cui una Anya Taylor-Joy interpreta una versione giovanile del personaggio che è stato già di Charlize Theron. La sua interpretazione poco memorabile è la sola nota stonata di una sinfonia post-apocalittica con cui Miller amplia il proprio universo oltre i limiti del possibile e del visibile e che riesce nell’arduo compito di conservare la vertiginosa radicalità del predecessore, solo declinandola in forme meno vistose e spettacolari.
Non certo tremila, ma "solo" una decina di anni di attesa ci ha separato da Furiosa: A Mad Max Saga, il prequel spin-off con cui uno stoico, irriducibile e senza tempo George Miller riporta sul grande schermo l’universo che lo ha consacrato nell’immaginario e nel firmamento cinematografici.
È un seme, ma anche un frutto, questa quinta iterazione del franchise; un pezzo originale, ma anche uno di ricambio, un punto di partenza e di arrivo, il primo fonema e insieme un eco che viene da lontano. Al di là dell’orizzonte, oltre la vendetta di una giovane bambina dagli occhi magnetici e giganteschi, cresciuta e diventata donna nel segno del fuoco e delle fiamme, della morte, del dolore e dell’odio. Ben più lontano di Mad Max: Fury Road, quel capolavoro pazzo, imprevedibile, estremo, per certi versi pure avanguardistico, che ha travolto e trascinato nella sua inarrestabile corsa il cinema tout court. Quello del secolo addietro e quello del decennio successivo, dalle vestigia seminali(!) del muto al cinema blockbuster, di cui ha tracciato un nuova via e inaugurato un modus operandi tuttora adoperato.
A partire dall’iconico personaggio di avanscoperta che dà il titolo a quest’ultimo capitolo, presenza nascostamente geocentrica, audace polo d’attrazione di un racconto di cui non dovrebbe essere la protagonista, ma, in fin dei conti, e con grande astuzia da parte del cineasta, lo diventa. Solo lei e le sue seguaci possono essere le figure centrali del cinema del nuovo millennio, e non quel tale, Max, una vecchia storia muta(ta), figlio d’altri tempi e di un altro cinema. Non a caso è proprio Furiosa che ritroviamo qui, più giovane, inesperta, grezza, ma non meno arrabbiata (tutt’altro), con fattezze diverse da quelle con cui è passata alla storia. Inutile dire perché e quanto, sul film, aleggi lo spettro di Charlize Theron e della grandiosa prova che ne ha ridefinito la carriera. Eppure, dispiace al contempo riconoscere l’incapacità o - ad essere comprensivi - l’impossibilità di Anya Taylor-Joy nel vestirne i panni e nell’imbracciarne l’eredità. Purtroppo, malgrado il suo volto e le sue linee fisionomiche si adeguino e lavorino sinergicamente col congegno milleriano, la fisicità della sua versione adulta e meglio nota le risulta difficile da replicare, senza perdere di credibilità e rinunciare ad una freschezza a dir poco necessaria.
È giusto questo l’unico grande ostacolo di una pellicola che, con molta probabilità, passerà agli annali per ciò che “non è” (in altre parole, perché non è Fury Road), ma che, per chi scrive, riesce nell’arduo compito di conservare e riproporre la vertiginosa radicalità del predecessore, solo declinandola in forme meno vistose, spettacolari, furiose per l'appunto.

Più sottile, sofisticato, quasi impercettibile, Furiosa è il degno seguito del suo capostipite, in tutto e per tutto, ma non nel senso e per i motivi che si penserebbe. La sua energia non è tuonante, nevrastenica, sovreccitata, eccentrica, né di quell'inconfondibile purezza assoluta. Non è, in altre parole, quella del cinema come gesto narra(t)tivo, di un nuovo modo d’intendere il concetto di caméra-stylo. A mettere in moto e sospingere questa nuova corsa è anzi un’urgenza del tutto opposta, che si rivolge verso l’interno, l’intimità e la profondità della saga e della sua essenza più antropica e antropologica, oltre che teorica, storica, narratologica.
Come dobbiamo, come possiamo affrontare le crudeltà di un mondo sull’orlo del collasso e dell’ennesima, forse l’ultima, guerra totale? È da questo interrogativo che scaturisce un’epopea divisa (va da sé) in cinque capitoli dai titoli assurdi, che a tratti, più che col già citato Fury Road e con la trilogia originale, pare essere imparentata con Tremila anni di attesa, il lavoro subito precedente del regista, ingiustamente bistrattato, del quale è pressoché un crito-sequel o, addirittura, una sua rivitalizzazione inconfessata.
Del resto, proprio di questo parla Furiosa, riferendosi al suo piccolo, grande universo, che Miller amplia oltre i limiti del possibile e del visibile, popolandolo, invadendolo fino a colmarlo, violentandolo e riscrivendolo con nuovi loschi figuri (come il Pretoriano Jack di un Tom Burke affascinante al punto da meritarsi uno spin-off, che in altro tempo sarebbe stato il cosiddetto interesse amoroso, ma soprattutto Dementus, il villain nomen omen, paradossale, ossimorico, interpretato con gusto e inedita ambiguità da un Chris Hemsworth mai così convincente), nuove gang, mezzi e invenzioni, a tal punto che si ha l’impressione che esso sia sfuggito alle mani del suo creatore e a momenti viva quasi di vita propria, in completa autarchia e anarchia.
Allo stesso modo, la pellicola si estende e rifà al macro-cosmo del patrimonio e della millenaria produzione umana, di miti, leggende e storie. Che sono, da sempre e per sempre, una bussola che indica la strada di casa, una mappa verso un utopico, onirico, irraggiungibile paradiso verde, ma che forse ci dicono molto di più sul posto (spirituale) da cui siamo partiti e a cui inevitabilmente torneremo, sul viaggio che abbiamo intrapreso. Che hanno sì un’importanza, un valore, un potere salvifico e lenitivo, se solo non si trasformano in accecanti fiamme di speranza, finché mantengono pertanto il loro carattere ciclico, ridondante, favolistico, meccanico, di segni che il nostro istinto può seguire. Al pari di un orizzonte da tenere nel mirino e di una strada che corre in mezzo al deserto, e che inevitabilmente, prima o poi terminerà, costringendoci dunque a ripercorrerla a ritroso, consapevoli, rinati, resuscitati, pure se già morti.
Tra gli intenti di Miller, vi è allora chiarire la natura mutevole della saga di Mad Max, rifondata o quantomeno reimmaginata ad ogni nuovo addendo, pur rifacendosi sempre alle stesse componenti e agli stessi itinerari, alla medesima materia e alle medesime convenzioni, rinnovate di seguito dall’abilità e dall’estro dell’autore. Che è un po' il peccato originale, il vizio di forma, il non-detto che si cela alle fondamenta di qualsiasi storia. O, parafrasando quel che diceva Borges, dietro quell’unica e singola storia, riordinata, ristrutturata, restaurata, imitata, copiata, contraffatta e plagiata, tramandata e storpiata all’infinito, dalla notte dei tempi fino ad oggi.

Insomma, con Furiosa il cineasta australiano arriva a realizzare quasi un’Arca delle storie. Uno contenitore sproporzionato, l’ipertesto definitivo, (post-)post-moderno, quando non post-apocalittico, nucleare, in grado di racchiudere nella stessa dimensione estetica e narrativa tutto ciò che è stato (re)inventato, dalla Genesi alle ultime inquadrature di Fury Road, spaziando fra Occidente e Oriente. La mitologia greca e la civiltà latina, il cavallo di Troia e Prometeo, Barbablù e Jack e il fagiolo magico, il darwinismo e il nichilismo. O, parlando per immagini in movimento: fra il cinema muto e le comiche di Sennett e Keaton (col gesto di pura azione fisica, concreta, organica che si combina col gesto meccanico-artificioso di una CGI schiacciante), il kolossal epico-avventuroso di DeMille e Lean e poi di Spielberg, Jackson e Cameron, il western di John Ford e il piratesco di Polanski, il fantastico à la Guerre stellari e l’action che distingue e caratterizza ogni capitolo con incredibile varietà, forza e resistenza, con assedi, inseguimenti, corse uno più incredibili dell'altro. E ancora, la frammentazione e cadenza del feuilleton, la logica e l’estetica compositiva della graphic novel, il forte segno iconografico del manga…
In questo pastiche dalle traiettorie infinite ma sempre nette, George Miller sorprende lo spettatore ad ogni svolta, derapata, sosta, ripartenza, appostamento. Ad ogni taglio di montaggio (ad opera di un’instancabile Margaret Sixel) apre uno squarcio nuovo su questo mondo. Ancora una volta al volante di una macchina inarrestabile, incontenibile, egli si fa figura immanente, custode e riformatore, cultore e coltore, che, come Furiosa, osserva silenziosamente, ad occhi spalancati, questo universo allo stesso tempo in divenire e in disfacimento. Che solca questa (nostra) landa desolata, cercando di riempirla di senso, di storie, di moniti, ricordi, tracce, (impareggiabilI) visioni di un futuro passato.
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