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            24 Maggio 2026
            La recensione di Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.
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            AMARGA NAVIDAD, un film minore per cui saremo sempre grati ad Almodóvar

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Amarga Navidad
            USCITA ITALIA: 21 maggio 2026
            USCITA SPA: 20 marzo 2026
            REGIA: Pedro Almodóvar
            SCENEGGIATURA: Pedro Almodóvar
            CON: Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Patrick Criado
            GENERE: drammatico
            DURATA: 111 min
            Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Per il suo 24° lungometraggio, Pedro Almodóvar torna ancora una volta a interrogare il rapporto tra cinema e vita, realtà e finzione, facendo della crisi creativa e della senilità artistica il cuore stesso del film. Apparentemente dimesso, perfino mediocre nella sua ripetizione stanca e svuotata dei consueti motivi almodovariani, Amarga Navidad si rivela invece un’opera lucidissima e dolorosa sull’impossibilità anche crudele e colpevole, per un autore, di smettere di raccontarsi e di girare. Un film minore, forse, ma proprio per questo tra i più disarmanti del suo ultimo cinema.

            Si dice spesso che ogni grande film parli, in fondo, di sé stesso - e quindi del cinema. O meglio, del rapporto che il suo autore intrattiene con il mezzo e il linguaggio attraverso cui sceglie di raccontarsi. Di pellicole così, ne è piena la carriera e l’opera del più celebre regista spagnolo di sempre, il premio Oscar Pedro Almodóvar: da Donne sull’orlo di una crisi di nervi, che lo ha portato agli occhi del mondo, alla successiva Légami!, passando per Tutto su mia madre e, soprattutto, La mala educación — forse il suo racconto più esplicito sul potere della narrazione e della messa in scena, costruito su un continuo slittamento tra realtà e finzione, memoria e scrittura — fino ai più recenti Gli abbracci spezzati e Dolor y gloria, che è senza dubbio il vertice del suo cosiddetto terzo tempo creativo.

            A questa folta galleria di storie, immagini, pensieri si aggiunge, da ultimo, Amarga Navidad, presentato in concorso al Festival di Cannes a meno di due anni dalla vittoria (quasi onoraria) del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia per il suo esordio in lingua inglese, La stanza accanto. Per l’occasione, il cineasta torna in Spagna, alle sue atmosfere, alle sue tonalità emotive e sensuali, al territorio umano e sentimentale che conosce meglio. “Nei vecchi posti, dove si è amata la vita”, per dirla con le parole di una canzone di Chavela Vargas, motivo magico e travolgente fil rouge di quello che potremmo già definire come un seguito ideale — o una variazione più scarna, tortuosa ed essenziale — dei succitati Gli abbracci spezzati e Dolor y gloria.

            La recensione di Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.

            Ambientato nel 2004, il film racconta di Elsa, giovane regista di culto — e non perché appartenga ad una setta, ma perché i suoi due lungometraggi, ignorati dal grande pubblico, si sono ritagliati una piccola e fervida comunità di ammiratori — che, dopo la morte della madre, si è progressivamente chiusa in sé stessa, rifugiandosi in un lavoro, quello della shooter di spot pubblicitari, che non la appassiona affatto ma che quantomeno le garantisce una certa stabilità economica e, soprattutto, le consente di tenere lontani i pensieri più invasivi. Un modo come un altro per anestetizzare il dolore del lutto, come si rivela essere, d’altra parte, la relazione con Beau, “nome d’arte” dell’amabile e imprevedibilmente timido Bonifacio, pompiere di giorno e stripper di notte.

            Ma il fragile equilibrio di Elsa si incrina sempre più sotto il peso di violente emicranie e improvvisi attacchi di panico. Costretta a prendersi una pausa, decide di recarsi a Lanzarote, isola vulcanica delle Canarie, durante il ponte dicembrino per la Festa della Costituzione, insieme all'amica Patricia, travolta da una drammatica crisi sentimentale. Sarà proprio il dolore di quest’ultima — osservato, assorbito, forse persino inconsapevolmente saccheggiato — a restituire alla nostra quell’energia creativa necessaria per rimettersi al lavoro su una nuova sceneggiatura.

            C’è solo un piccolo dettaglio: Elsa non esiste davvero, essendo il frutto della mente e dell’arte di Raúl, regista (a noi) contemporaneo celebre e pluripremiato, del quale rappresenta a tutti gli effetti l’alter ego. Questi, dal canto suo, si trova alle prese col proverbiale blocco dello scrittore e con una serie di problemi (non detti) con l’assistente Mónica — intenzionata a lasciarlo dopo vent’anni trascorsi accanto a lui, o forse nella sua ombra — e con il compagno Santi, molto più giovane.

            Una tempesta interiore a cui cerca di porre rimedio attraverso “Amarga Navidad”, una storia (lui spera) meno confessoria possibile, ma consciamente autodichiarativa. Attraverso, cioè, quella forma di autofiction che non a caso è anche il titolo (esplicativo) scelto per l’edizione francese del film. Un espediente, una soluzione inevitabilmente vampiresca, di cui forse si potrebbe fare a meno sul piano morale, ma di cui Raúl sembra avere disperatamente bisogno.

            “Ho bisogno di girare”, ripete infatti il regista, aggrappandosi all’illusione — inevitabilmente destinata a incrinarsi — che la realtà possa entrare nell’opera senza deformarsi, o che verità e finzione siano ancora davvero distinguibili.

            Inutile dire che Monica (dalla cui vita privata il nostro attinge materiale narrativo con crescente spregiudicatezza) non sarà poi così d’accordo. Così come è impossibile non riconoscere, in questo continuo andirivieni tra il film “reale” — quello che ha per protagonista Raúl — e il film dentro il film, ossia la storia di Elsa, il nucleo fondamentale di Amarga Navidad.

            La recensione di Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.

            Anzi, è proprio in questo labirintico gioco di scatole cinesi che entrambi gli artisti finiscono per incarnare due frammenti complementari dello stesso Pedro Almodóvar. Che, sì, riprende e rimesta una delle riflessioni annose e irremovibili del suo cinema — e di quello di tanti altri maestri, interessati al rapporto tra vita e rappresentazione, al confine sempre più sottile che separa realtà e finzione, alla maniera in cui entrambe finiscono inevitabilmente per contaminarsi, deformarsi e piegare a sé questo complesso e fragile artificio - compiendo tuttavia uno scarto ulteriore, scorgendo e adoperando un’altra, una nuova chiave capace di distinguere e conferire ad Amarga Navidad una cifra tutta sua.

            Chi ha detto, infatti, che il cinema debba necessariamente essere nobile, salvifico, monumentale? O che soltanto i grandi film possano dire qualcosa di essenziale sul cinema stesso? Arrivato al suo ventiquattresimo lungometraggio, Almodóvar sembra allora intuire che il vero antidoto alla mitologia dell’autore — a quella posa insieme malinconica e autoassolutoria che accompagna spesso gli artisti consacrati, stretti tra la luce via via più chiaroscurale del successo e l’irrinunciabilità di continuare, ostinatamente, ciò che gli ha donato tale celebrità — consista proprio nell'essere impietosi verso sé stessi. Nell’accettare e prendere di petto il carattere fragile, incompleto e persino egoistico del gesto creativo. E ancora, nel riconoscere che fare cinema può essere, insieme, una forma di sopravvivenza e una maniera di sottrarsi alla vita; un tentativo disperato di darle senso proprio mentre ci si accorge di non averla vissuta fino in fondo.

            Parliamo ovviamente del film di un vecchio del cinema che sceglie di mettersi a nudo, affrontando prevedibilmente la propria senilità artistica: il passare del tempo, la difficoltà di restare al passo, il dubbio di poter essere ancora rilevanti continuando a fare cinema per il cinema, senza negoziare sé stessi, senza sconti, mediazioni o genuflessioni alle logiche del mercato e delle piattaforme. Eppure Almodóvar affronta tutto questo con l’ardore, il coraggio e la sfrontatezza di un giovane autore. Del resto, come insegna Chavela Vargas, quando senti che stai per perdere la voce, le cose non puoi più cantarle: puoi soltanto dirle, mormorarle.

            Ed è proprio per questo che il vero scacco della pellicola risiede nella scelta, davvero audace, di affidare tali considerazioni a qualcosa che sembra esprimere deliberatamente il prodotto di una crisi d’idee. Ad una prima occhiata, Amarga Navidad appare invero come qualcosa di medio e non particolarmente brillante. Un melò (doppio) a tratti mediocre, confuso, esausto, costruito su una riproposizione stanca, opaca, quasi mortifera, dei consueti riferimenti almodovariani.

            Un film, insomma, fatto secondo la percezione più stereotipata del suo cinema, con i suoi luoghi comuni, i suoi motivi ricorrenti, le sue ossessioni, solo svuotati di ogni fuoco e passione. Uno in cui l’amarezza del titolo coincide dapprima con il risultato filmico stesso, ma che Almodóvar riesce nondimeno a tradurre e dislocare su un piano più ampio, dolente e significativo: trasformandola in un’amara visione (di arte e di vita) di un regista e un uomo ormai ottantenne.

            La recensione di Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar presentato in concorso al Festival di Cannes 2026.

            È il colpo da maestro di una sceneggiatura in stato di grazia. O l’ultima zampata di un cinema che potrebbe — ma non può, perché in fondo non vuole — finire qui, (perché chiude) così: con l’inarrestabile, ipnotico e insieme inquietante digitare di una tastiera, con quell’inesauribile, famelico, crudele e colpevole desiderio di vedere finalmente, ancora una volta, la propria storia prendere forma. 

            Un cinema che dimostra tutta l'intelligente e temeraria lucidità di Almodóvar proprio nell’autodefinirsi e, così facendo, nel prevenire il tempo e ciò che il tempo stesso dirà di Amarga Navidad. Che sì, è davvero “un film minore di cui gli saremo sempre grati”.

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