
IN THE GREY è un "semplice" film di Guy Ritchie
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: In the Grey
USCITA ITALIA: 14 maggio 2026
USCITA USA: 15 maggio 2025
REGIA: Guy Ritchie
SCENEGGIATURA: Guy Ritchie
CON: Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza González, Kristofer Hivju, Fisher Stevens, Rosamund Pike
GENERE: azione, thriller, commedia, drammatico
DURATA: 97 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Dietro il vortice di dialoghi serrati, intrighi e missioni suicide, In the Grey rivela con sempre maggiore evidenza la natura apocrifa dell’ultimo cinema di Guy Ritchie: una variazione ormai quasi automatica del proprio stile, che si ripete più che reinventarsi. Un action compatto e ipercinetico che sopravvive quasi esclusivamente del carisma dei suoi corpi divistici e dell’inerzia ben oliata del proprio meccanismo narrativo, dove l’azione prende il posto della complessità e il ritmo finisce per camuffare una sostanziale prevedibilità.
“Nulla è semplice come sembra”. “Sì, invece”.
È in questo scambio di battute, rapido e apparentemente insignificante, che si nasconde la più limpida (e inutile) dichiarazione d’intenti di In the Grey, il diciassettesimo lungometraggio di un Guy Ritchie mai così prolifico, impegnato ora come ora in un’instancabile e ostinata operazione di espansione del proprio resume. Di un universo filmico e di un’autorialità sospinta verso una sintesi sempre più estrema, un’essenzialità che riduce tutto all’osso, e quindi, inevitabilmente, conduce a progetti di medie, se non minime ambizioni. I suoi ultimi lavori, in tal senso, sembrano quasi testi apocrifi: variazioni minori, aggiornamenti, remix di uno stile talmente forte e riconoscibile da aver segnato e trasformato per sempre il panorama action degli ultimi trent’anni. E In the Grey non fa eccezione nel suo essere, in fondo, un “semplice” film di Guy Ritchie; un nuovo derivato, insieme aggiornamento e crito-remake, degli ultimi Operation Fortune e Il ministero della guerra sporca.
Al centro, ancora una volta, uomini e donne di mondo, tutti d’un pezzo, sprezzanti del pericolo, della tensione, perfino della morte, ma definiti da eccentricità marcate, tic comportamentali, idiosincrasie imprevedibili o, più frequentemente, da una parlantina acuta e inesauribile, da un’ironia che non cede mai il passo. Protagonista, nella fattispecie, è un power trio come se ne sono visti tanti nel corso della sua filmografia. Un triangolo (no) costruito su lealtà, rispetto reciproco e un sentimento materno e filiale che la pellicola e il suo copione (che porta sempre e solo la firma di Ritchie) suggerisce più di quanto abbia davvero interesse a sfruttare, assecondare e portare, anche giusto per un istante, alla luce dei riflettori.

Come ci viene detto all’inizio, loro lavorano tra l’etico e l’immorale, il legale e l'illegale, il bianco e il nero; si muovono nel grigio, per l’appunto, e sono la “mamma”, Rachel Wild - avvocata al soldo di grandi colossi della finanza di Wall Street, incaricata di trattare con uomini potenti e spesso tutt’altro che raccomandabili, figure opache a capo di società fantasma, reti offshore e imperi economici costruiti ai margini della legalità - e i suoi piccoli, le sue forzute braccia: Sid e Bronco, agenti speciali, mercenari, abilissimi esperti di infiltrazione ed esfiltrazione che rispondono ad ogni sua chiamata di aiuto dopo che questa è riuscita a tirarli fuori dalla più buia e sordida delle prigioni.
Una convocazione che non tarda ad arrivare quando Rachel — mossa da una sorta di vendetta personale nei confronti dell’uomo che ha eliminato il suo mentore — decide di regolare i conti tra la Spencer Goldstein e il potente e spietato Manny Salazar, uomo d’affari e despota di fatto, che si rifiuta di restituire al gruppo newyorchese il miliardo di dollari dovuto. La missione, ardua ma non impossibile, della broker e del suo team operativo è presto detta: logorare in ogni modo e con ogni mezzo il tycoon, per poi raggiungere la sua isola-fortezza — di cui è proprietario, sindaco e capo della polizia — e uscirne con la somma pattuita. E possibilmente con la testa ancora attaccata al corpo.
Semmai, ciò che risulta davvero impossibile in In the Grey è non pensare ad altri film — da I mercenari agli Ocean’s, passando per A-Team, i vari Mission: Impossible fino al più recente Triple Frontier — o, in generale, alle molteplici declinazioni del filone action thriller (o action comedy che sia) e del buddy movie, mentre si segue il dispiegarsi prevedibilmente tortuoso, contorto e febbrile di una trama che, come spesso accade nell’ultimo Ritchie, si rivela in definitiva molto più lineare di quanto si voglia far credere. Solo che stavolta il trucco ha le gambe cortissime: dietro l’immancabile carico di intrighi, svolte, digressioni, inserti testuali di maniera, si nota con evidenza una struttura scheletrica e maldestramente camuffata, sostenuta quasi del tutto dal ritmo, dal montaggio e dall’energia (con tanto di risvolti timidamente, anacronisticamente bromance) dei nostri Sid e Bronco, a scapito di una reale densità drammaturgica. Una povertà e un contenimento che affiorano già dalla dimensione produttiva e si riflettono direttamente sulla scrittura: compatta, stringata, funzionale, più interessata alla tenuta del dispositivo che al respiro e alla riconoscibilità del racconto e dei suoi volti.

Quel che infatti portano in scena gli ormai sodali, familiari Henry Cavill, Jake Gyllenhaal ed Eiza Gonzalez (ai quali si aggiungono una Rosamund Pike microscopica, un Fisher Stevens comunque amabile e un Carlos Bardem ridotto ad una maschera intercambiabile) è un travestimento divistico fin troppo collaudato: comodo, immediato, ma anche logoro e prevedibile. L’arsenale espressivo più congeniale e strategico per una pellicola che ne spreme i corpi (al pari di tutto ciò che li circonda e li informa) mettendoli a servizio di un’azione totalizzante eppure spersonalizzante e spersonalizzata, nella quale si fanno lontani e intermittenti gli echi del Ritchie degli esordi o anche solo di Sherlock Holmes, Operazione U.N.C.L.E. e The Gentlemen.
Un’azione mai davvero inventiva o funambolica, piuttosto videoludica e testosteronica, ma senza potersi concedere né gli eccessi e la sregolatezza di un Michael Bay né la cupa, ostentata gravità di uno Zack Snyder. Nondimeno, resta un movimento, un’energia effimera che diventa pressoché l’unico pretesto per tornare a imbracciare la macchina da presa. Per fare un cinema che sembra già pensato per il piccolo schermo - laddove la serialità appare ormai per Ritchie un terreno più fertile e coerente.
Nella speranza — o forse nell’illusione — di un mondo in cui le canaglie scavezzacollo risultano più affabili e spesso più “giuste” dei cosiddetti buoni, e in cui i cattivi, d'altro canto, finiscono sempre per ottenere ciò che meritano, siano essi padroni di un’isola sperduta nell’oceano o di un grattacielo nel cuore di Manhattan. Un mondo più semplice, netto, decisamente meno grigio.
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