
I MERCEN4RI È UN FILM SACRIFICABILE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Expend4bles
USCITA ITALIA: 21 settembre 2023
USCITA USA: 22 settembre 2023
REGIA: Scott Waugh
SCENEGGIATURA: Kurt Wimmer, Tad Daggerhart, Max Adams
CON: Jason Statham, Sylvester Stallone, 50 Cent, Megan Fox, Dolph Lundgren, Tony Jaa, Andy Garcia
GENERE: azione, guerra, thriller, avventura
DURATA: 103 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Insieme sequel e reboot, I Mercen4ri (I Mercenari 4) testimonia che oggi pure un’espressione tipicamente ipertestuale e postmoderna come quella inaugurata nel 2010 da David Callaham e Sylvester Stallone è già materia passata e nostalgica. Questo discorso molto interessante è però contenuto in un no-movie, un testo apocrifo, in quello che, qualche anno fa, sarebbe stato un prodotto straight-to-video. Un film senza capo né coda, che non fa nulla per mascherare le proprie sfortune e negligenze.
C’era una volta I Mercenari, un franchise che nacque originariamente come passo conclusivo e, insieme a John Rambo e Rocky Balboa, atto fondativo dello Stallone e dello stallonismo contemporaneo, postmoderno e post-guerra fredda. Una serie certo un po’ naif, ma (quasi) sempre profondamente sincera, al contempo celebrazione ed omaggio ipercitazionista ad un certo cinema action anni ‘70-’80 e alle sue icone più riconoscibili, sublimazione ideale ed ideologica, e ancora rilettura attualizzata di quegli stessi idoli, relitti degni di un museo per alcuni, per altri testimonianza vivente, muscolare e talora visibilmente illusoria dell’eternità di un immaginario ormai classico, storicizzato.
C’era una volta, anche se non è passato poi così tanto tempo (l’ultima iterazione risale infatti a meno di dieci anni fa), una saga che nutriva, con gusto ed una passione tanto sguaiata e coatta quanto fraterna e fallocentrica, una sana e vera nostalgia nei confronti di una visione di cinema e del mondo più semplice, ma non semplicistica, più netta e rumorosa, ché nessuno dei suoi volti, artefici, coinvolti, finanche inconsapevoli autori avrebbe mai pensato potesse assumere un valore più alto, e diventare, per un numero sempre maggiore di persone, qualcosa di significativo ed importante. Qualcosa di artistico, come sintetizza (quasi in una subliminale dichiarazione d’intenti) una veloce sequenza del terzo capitolo.
C’era una volta la nostalgia ne I Mercenari. Oggi infatti il franchise ha ritrovato nuova linfa vitale con un quarto film (che già nell’espressione grafica del titolo: I Mercen4ri; contiene il segreto della propria natura duplice, cangiante e mimetica di sequel e reboot), dove è possibile ormai solo la nostalgia de I Mercenari. In un panorama cinematografico ed audiovisivo in cui saturazione e frenesia vanno a braccetto, anche un’espressione tipicamente ipertestuale e postmoderna come quella inaugurata nel 2010 da David Callaham e Sylvester Stallone è già materia passata ed elegiaca. Del resto, come recita la tagline pubblicitaria del film, “moriranno quando saranno morti”.
Non c’è più pertanto Schwarzenegger che si autocita continuamente, né tantomeno il Chuck Norris che asseconda totalmente la sua maschera massmediatica ed internettiana, o lo stesso Stallone in una sintesi di tutta la sua filmografia più celebre. C’è spazio solo ed esclusivamente per riferimenti che riguardano strettamente il franchise: la storia dell’orecchio del personaggio di Randy Couture, l’anello portafortuna di Barney Ross, il pugno, le dinamiche e le schermaglie tra Stallone e Statham, i legami di parentela con personaggi appartenenti al lato autosufficiente della mitologia mercenaria.
Questo stravolgimento forse inevitabile ed obbligatorio della genetica della saga è però l'elemento meno risonante ed appariscente di quest’ultimo capitolo, diretto dal semi-sconosciuto Scott Waugh (noto perlopiù per il disastroso film tratto dal videogioco Need for Speed).

A saltare subito agli occhi dello spettatore, anche di coloro non hanno mai seguito la serie con interesse o nemmeno l’hanno vista integralmente, è la debolezza della formazione - un problema che, secondo chi scrive, penalizzerà non poco le mire editoriali di questo reboot.
Infatti, dimenticate le sbiadite reclute del capitolo precedente, e a parte uno Stallone sfinito e defilato (esautorato per disguidi creativi e produttivi, impietosamente e definitivamente sacrificato) ed un Jason Statham che, come solito, ce la mette tutta, ma la cui credibilità e convinzione, questa volta, non riescono a portare a casa la missione; figurano: una Megan Fox improbabile (pur protagonista, insieme all’appena citato Statham, di un passo a due intenso, molto sensuale e quantomeno dotato di un guizzo registico) nel ruolo di cazzuta leader femminile del team; il rapper 50 Cent, che è fondamentalmente il rimpiazzo di un salutato Terry Crews; un Dolph Lundgren sfinito, costretto nei panni di un inutile e sciapo comic relief, disposto ad ogni tipo di ridicolaggine pur di trovarsi ancora di fronte ad una macchina da presa; un Randy Couture ed una Levy Tran del tutto inesistenti; uno Jacob Scipio la cui ninfomania, tracotanza e logorrea non raggiungono mai le altezze del padre diegetico interpretato da Antonio Banderas; ed un Andy Garcia dalla parabola immediatamente chiara e definita.
In tal senso, I Mercen4ri ripropone la stessa contraddizione di fondo, lo stesso paradosso irrisolvibile, lo stesso nodo inspiegabile già riscontrato nella terza parte. Per quanto ci si sforzi di dar luogo ad un ricambio generazionale, a fare della serie pure un battesimo del fuoco, la culla di nuove icone del genere; essa, per sua stessa essenza e ragione intrinseca, non è e mai sarà portata e rivolta al futuro. Magari gli apre la porta, gli stringe la mano, lo porta in scena, ma non ci crede mai davvero o fino in fondo. Né ci crede chi guarda.
Non è un caso che, fin da subito, il film si distacchi dal cameratismo, dal lavoro e dalle dinamiche di squadra, per diventare a tutti gli effetti un (quasi) assolo di Jason Statham, protagonista assoluto di secondo e terzo atto, senza dubbio l’unico in grado di sostenere un macro-segmento, un grande e flebilmente inventivo set piece à la Gareth Evans di The Raid (c’è pure Iko Uwais tra le fila dei villain!) tutto ambientato nelle viscere e sul ponte di una nave, con a bordo il solito McGuffin barra ordigno nucleare da terza guerra mondiale.

Ciò nondimeno, il vero punto della questione, nonché il reale motivo per cui il tentativo di Scott Waugh è proprio “expendable” (come sono universalmente conosciuti i nostri), sacrificabile, “cancellabile”, è la sua fattura, la sua morfologia, il suo look.
A partire dalla fotografia rozza e dozzinale di Tim Maurice-Jones e dai filmati di repertorio di pessima qualità usati come establishing shots, passando per i ceroni e il trucco pesantissimo di Daniela Avramova, i costumi privi di personalità di Neil McClean, le musiche assenti di Guillaume Roussel, gli effetti visivi da videogioco di due generazioni fa (un trait d’union col summenzionato Need for Speed?), fino ad arrivare al caos realizzativo, constatabile (alla stregua di Poker Face) in primis dalla quantità di produttori, titolari, associati, esecutivi che affollano i titoli di coda: tutto dell’impalcatura filmica restituisce l’idea e l’immagine di una produzione naufragata ancor prima di essere salpata, incapace di divertire, figurarsi di dare alle vicende un tono epico, comico-farsesco, drammatico quando serve.
I Mercen4ri, insomma, è un film in cui pure le figure di sfondo, le comparse sembrano esuli dalla diegesi ed incredule di quello a cui stanno prendendo parte, che si trascina di situazione in situazione senza ritmo, energia, spompato come metà del suo cast, fino ad uno dei finali più anti-climatici di cui chi scrive ha memoria. Un progetto riempitivo per le agende di Statham, tra un Fast & Furious ed uno shark movie, e di Stallone, tra un Rambo: Last Blood ed un Tulsa King.
Né un B-, né uno Z-movie, né tantomeno un’opera fuori tempo massimo. Bensì un no-movie, un testo apocrifo, quello che, qualche anno fa, sarebbe stato un prodotto straight-to-video. Una terra di nessuno, una diaspora cinematografica, dove i Mercenari continuano a battersi, senza sapere bene perché, per chi e per cosa. Non certamente per il buon gusto.
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