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            20 Maggio 2025
            La recensione di Mission: Impossible - The Final Reckoning, ottavo e ultimo capitolo della saga action con protagonista Tom Cruise.
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            MISSION: IMPOSSIBLE - THE FINAL RECKONING, Vangelo secondo Tom Cruise

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Mission: Impossible - The Final Reckoning
            USCITA ITALIA: 22 maggio 2025
            USCITA USA: 23 maggio 2025
            REGIA: Christopher McQuarrie
            SCENEGGIATURA: Christopher McQuarrie, Erik Jendresen
            CON: Tom Cruise, Ving Rhames, Simon Pegg, Hayley Atwell, Esai Morales, Pom Klementieff, Shea Whigham, Henry Czerny
            GENERE: azione, avventura, thriller, spionaggio
            DURATA: 170 min
            Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025

            VOTO: 8+

            RECENSIONE:

            Tom Cruise e il fido Christopher McQuarrie firmano l'attesa conclusione della saga action di Mission: Impossible. The Final Reckoning sono anni, decenni di storie, discorsi, scelte, liturgie portati alle estreme conseguenze. La definizione ultima dell'icona cruisiana, un gesto pienamente politico e consapevolmente autoriale, un’opera apicale ed epocale, di vera evangelizzazione, feticismo hollywoodiano, cristologica e messianica rivelazione. Un atto di fede, ma anche un grande spettacolo nei pregi e nei difetti, che filma, ancora una volta, l'infilmabile, ridefinendo l'action e il cinema blockbuster tutto.

            Ogni scelta, ogni sacrificio, ogni rischio che ha corso, ogni missione: tutto ha portato a questo. Cioè a Mission: Impossible - The Final Reckoning, un tempo noto come Mission: Impossible - Dead Reckoning: Parte Due. L’ultimo (così si dice) capitolo della quasi trentennale saga cominciata in un altro tempo, nel lontano 1996, con il fortunato adattamento di una serie televisiva cult o, altresì, con uno degli omaggi definitivi di un maestro (Brian De Palma) nei riguardi di un altro, probabilmente fra i più grandi (Alfred Hitchcock). Ed è a quel film, a quel capostipite, che bisogna inevitabilmente tornare per affrontare - non solo narrativamente - l’epilogo della lunga corsa dell’agente segreto Ethan Hunt.

            Per essere più precisi, è necessario ripensare ad una, forse alla scelta iniziale: al momento in cui Tom Cruise ha deciso di essere di più di uno dei divi hollywoodiani (certo più controversi, ma anche) meglio riconoscibili al mondo. Oltre un grande attore, che aveva già lavorato con registi del calibro di Francis Ford Coppola, Ridley Scott, Martin Scorsese, Barry Levinson, Oliver Stone, Rob Reiner, Sydney Pollack, e che di lì a breve avrebbe avuto addirittura l’onore di incrociare le traiettorie artistiche di Stanley Kubrick, Paul Thomas Anderson, Steven Spielberg e Michael Mann. Nel momento - stavamo dicendo - nel quale scelse di incarnare e diventare, nel senso più vero, esatto e vivo del termine, quell’agente ombra dell’Impossible Mission Force, senza sapere tuttavia fin dove quell’istinto lo avrebbe condotto. Fino a che punto il suo destino e quello del personaggio di cui avrebbe vestito i panni per altre sette volte negli anni e nei decenni a seguire, si sarebbero intrecciati.

            Come e quanto, va da sé, la sua immagine e percezione divistica, la sua configurazione (di corpo) attoriale si sarebbero compenetrate con la statura eroica, le azioni e le avventure di un alter ego di celluloide, dalla consistenza filmica e quindi fantasmatica. Mai, dunque, come in Mission: Impossible - The Final Reckoning, la figura di Ethan è un fantasma, un involucro sottilissimo, una filigrana traslucida, un sudario animato, un’illusione posata sopra la realtà dell’attore e visibile, distinguibile giusto "in un battito di ciglia". 

            La recensione di Mission: Impossible - The Final Reckoning, ottavo e ultimo capitolo della saga action con protagonista Tom Cruise.

            Sicché proseguono le scintille e i barlumi di discorso anticipati e presentati nel già eloquente capitolo settimo, con la nuovissima collaborazione della premiata ditta Cruise e (Christopher) McQuarrie [la quarta alle redini della saga, dai tempi dell’ancora inarrivabile Rogue Nation] che assume pertanto, e fin dai primi movimenti, le fattezze di una (auto)riflessione lucida e insieme nostalgica, sentimentale, su come questa serie di pellicole e di missioni impossibili ha plasmato la sua essenza di corpo (pure nel senso di corpus cinematografico) attoriale, action, e viceversa.

            Riprendendo così le parole che dedicammo a Dead Reckoning, quella che Cruise agisce fondamentalmente in ogni iterazione del franchise - specie in queste ultime due - è “una presa di coscienza profonda della sua forza di attrazione nell’immaginario collettivo”. Cosa che gli ha permesso di elevarsi a “prodauttore” [R. Menarini] dei suoi progetti, che segue cautamente e minuziosamente dall’inizio alla fine, in ogni singolo passaggio realizzativo. Riproposto in maniera ostinata e portato a conseguenze (più) estreme (di quel che normalmente definiremmo tale) anche in The Final Reckoning, è allora un modello eroico, estetico, agonistico, fisico, umano “perfezionato per la prodezza e il successo”. Il nostro divo viene al pubblico attraverso i meccanismi di uno spettacolo primigenio, funzionando e fungendo ai sensi di un incarico, di un compito che (per sua stessa ammissione) si trasforma in un privilegio: quello di intrattenere il pubblico nel miglior modo immaginabile. Giunge ai nostri occhi sottoforma di manifestazione di un caos controllato, di un destino scritto dall’uomo, di una eccezionalità ottenuta con la sola dedizione d'animo e spirito.

            Ci ripetiamo: “non c’è più differenza tra quello che accade sullo schermo e quello che è avvenuto sul set; Ethan Hunt non esiste davvero, dietro a lui c’è soltanto Tom Cruise”. Non più un attore, né tantomeno uno stuntman, ma qualcos’altro. Qualcosa in cui credere, “un’ultima volta”.

            La recensione di Mission: Impossible - The Final Reckoning, ottavo e ultimo capitolo della saga action con protagonista Tom Cruise.

            Su questa scia filosofica, la pellicola di McQuarrie ripercorre le orme, le tracce (mortifere, spettrali, immaginate) di ogni suo predecessore, apre e illumina squarci sul passato, riprende le fila dal cliffhanger della prima parte di questa lunga coda, come pure l’idea del martirio del nostro agente, chiudendo, sintetizzando, elevando tutto alla massima potenza. Segue il medesimo schema di sempre, raddoppia ancora una volta la posta in gioco, al fine di sublimare quel che, dal 22 maggio 1996 ad ora, abbiamo imparato a conoscere di questo mondo e di questa saga.

            O ancora, lascia che il suo socio si sublimi in un’entità baciata da qualcuno o qualcosa di intoccabile e irraggiungibile, di cui lui e, in parallelo, la sua maschera si fanno veicoli, portatori, messaggeri, arche. Ormai un (super)uomo fra gli uomini, Tom “Ethan Hunt” Cruise. L’ultima chance - come vien detto a più riprese qui - per un’umanità assediata dalla paranoia, dall’antagonismo, da fanatismi e complottismi, per cui non esistono più nazionalità e ideologie, governata da funzionari preda anch'essi dei loro più biechi e viscerali istinti di supremazia e sopravvivenza, padroni di armi e arsenali che potrebbero annichilire, sterminare, cancellare tutto nel giro di un paio di minuti, dal cui giudizio dipendono e si affidano le sorti di milioni, quando non miliardi di persone.

            È un presente che cambia, quello di questi ultimi due Mission: Impossible (e del loro cugino prossimo, Top Gun: Maverick, un’opera di fatto gemellare per intenti, filosofia e liturgia filmica), dove la verità sta sparendo e la guerra nucleare è alle porte. È la vittima perfetta per la definitiva nemesi (che non è l’insopportabile Gabriel interpretato da Esai Morales) del nostro Cruise, umanista sia lontano che nei dintorni della macchina da presa, contro la digitalizzazione pervasiva, l’automazione dilagante, l’infiltrazione della fredda e artificiosa tecnologia adattiva, dell’intelligenza artificiale nella nostra contemporaneità come nell’industria cinematografica.

            È questo, d'altronde, ciò che “incarna” (si fa per dire) la cosiddetta, ben altra Entità: una I.A., nella fattispecie, creata per prendere il posto di spie ed agenti sotto copertura, la quale tutt’a un tratto diventa senziente, si ribella alla programmazione e rivolta contro i propri creatori, assumendo la forma e i comportamenti di un parassita digitale, sfruttando la logicità del fare umano; la nostra “dipendenza da una realtà digitale ben realizzata” e la “reciproca diffidenza”, per avere il controllo dei servizi di intelligence dei quattro angoli del globo. Essa controlla, contraffà, falsifica quanto di più prezioso ed inestimabile esiste oggi: i dati, le informazioni e le comunicazioni, cruciali nella definizione della verità o di quella che ormai è la post-verità; e, non soddisfatta, spinge il mondo sull’orlo dell’armageddon. 

            La recensione di Mission: Impossible - The Final Reckoning, ottavo e ultimo capitolo della saga action con protagonista Tom Cruise.

            Questo è lo scenario post-clancyiano o antidiluviano (come cita la sceneggiatura dello stesso regista e di Erik Jendresen), ideale e idealizzato, nel quale - una volta terminato questo processo di analisi a tutto tondo, acquisito uno sguardo nitido (e preconizzatore), definitosi - Cruise e la sua ideologia: quella che alcuni hanno già soprannominato Cruiseology (non dimentica di reminiscenze, echi e retaggio di un certo Ron Hubbard); possono imporsi senza mezzi termini.

            Nel solco della missione più grande immaginabile, colossale, insormontabile, di un memento mori apocalittico, nel ticchettio del Doomsday Clock, si compie e muove allora un’opera apicale ed epocale, di vera evangelizzazione, di contraddittoria idolatria, feticismo tipicamente hollywoodiano, cristologica e messianica rivelazione, equiparabile ad un atto di fede (registicamente affidato al fuoricampo).

            Si potrebbe quasi parlare - non senza un minimo di enfasi - del Nuovo Testamento (del cinema) di Tom Cruise. Di un canto del cigno. Di un gesto pienamente politico e consapevolmente autoriale, costruito e deciso sulla base di un’utopia, sulle spalle di un altro Testamento ben più vecchio di un secolo. Su un’idea di cinema, dapprima analogico, senz’altro passibile di narcisismo, onanismo, solipsismo, presunzione, ma preziosa e (stra)ordinaria anche per i suoi sbagli.

            Per il suo cedere al retaggio seriale, a conformazioni e formule editoriali di successo (lo si può intendere difatti come un Avengers: Endgame per la Generazione X o i Millennials, oppure come una versione deluxe, seria e virtuosa di Fast & Furious). Perché diventa vittima dell’insicurezza, di una proverbiale ansia da prestazione senza dubbio indotta dal magro risultato commerciale di Dead Reckoning, che trasforma i primi 80 minuti dei pachidermici, ma godibilissimi 170 in un riassunto “delle puntate precedenti” estremamente pedante, ripetitivo, interminabile, potenzialmente nocivo ed effettivamente pigro, fioco, ristagnante, ai limiti del parodico, per quanto riguarda la messa in scena. A questo, si sommano poi le forzature di canone e mitologia, il voler a tutti i costi ricollegare ogni capitolo a questo finale, fare di ognuno di essi il passo di un affresco narrativo già esteso. E non mancano infine le imperfezioni, le eccessive contorsioni, le approssimazioni e le ingenuità di scrittura.

            Ma come tutto, del resto, fanno anch’esse parte di un cinema che risorge dalle ceneri del tempo, mantenendo intatti e vicini i suoi paradossi e le sue contraddizioni - a partire dalla coesistenza di classico, storiografico e ipermoderno, attuale. L’incorruttibile, rigoroso, monacale rispetto dei suoi principi. Quelli di una corsa contro l’inevitabile, di un action fatto, teorizzato, adoperato, attraversato al massimo delle capacità, col sudore e il sangue, giocandosi tutto, finanche la propria stessa pelle. Che è la condizione indispensabile per inventare, architettare, organizzare, costruire e infine filmare l’infilmabile. La missione filmica di un genio folle del calibro di Werner Herzog declinata e accordata (con tutti i distinguo del caso) al blockbuster d’oltreoceano, quest'ultimo sfruttato, esplorato, rilevato, stampato in lungo e in largo, sfidato e affrontato in ogni sua latitudine, coordinata, possibile accumulo, variabile tensiva, legge fisica... 

            La recensione di Mission: Impossible - The Final Reckoning, ottavo e ultimo capitolo della saga action con protagonista Tom Cruise.

            È l'ennesima, copernicana ridefinizione di un genere, e non solo. Adrenalinicamente, esilarantemente iscritta nelle profondità del mare di Bering e nelle altezze vertiginose del Sudafrica. O, nello specifico, in due segmenti che sono, al contempo, testimonianze fisiche, visibili, mezzi di paragone, e punti di non ritorno per quel che è e sarà l’action thriller. Performance acrobatiche, giochi di prestigio, geometria dello spettacolo: l’uno si pone come un omaggio neanche così velato al James Cameron di The Abyss (e, va da sé, della sequenza dell’affondamento di Avatar: La via dell’acqua), l’altro avrebbe entusiasmato Buster Keaton per come intende e inscena lo sforzo, la sfida, l’indomita e plastica lotta del corpo contro la macchina, il tempo, lo spazio, l’ordine naturale delle cose.

            Al pari della grande icona della slapstick comedy, anche quello di Cruise è un volto che cattura al primo sguardo, "in un millisecondo". Uno che basta vedere una volta soltanto per innamorarsene perdutamente. Segno emblematico di un cinema autonomo, di un'imprenditoria di sé che solo lui sa fare, reggere, pilotare in questo modo, stando in delicato equilibrio tra la logica della ricerca (che è amore per la settima arte) e quella del mercato (che ne è la sua romantica negazione). Ma anche e soprattutto con l’onestà di dirci, svelarci e svelarsi nel suo essere pura forza cinetica, figlio (im)materico, figmento di un’emozione, una tensione, un impulso, una passione incendiaria, incondizionata, inestirpabile, totalizzante. Un genio impossibile da rinchiudere, confinare, rimettere dentro la lampada (o, se preferite, la lanterna magica).

            Una cosa è certa: questo cinema, quello della contemporaneità, ha un disperato bisogno di testi (teoricamente) fondamentali come Mission: Impossible - The Final Reckoning. E di un Ethan Hunt che fortunatamente esiste nella finzione, a differenza di una realtà (sempre più simile alla propria, che è, in un certo senso, la propria e) che cionondimeno non può disporre dei suoi servigi, della sua lucida pazzia.

            Beninteso, le bombe e i congegni non sono lo strumento malefico di un qualche villain bondiano, bensì le nostre testate atomiche. Ombre del nostro annientamento, al pari di protagonista e interprete: anch’essi ombre (cinesi) in e di un mondo figlio dell’atomo ma ancor prima di una luce oggi via via più fioca. Unica e finale speranza di nuove albe che potrebbero autodistruggersi in 5 secondi.

            Tecnici, dunque, che agiscono nell’ombra. Ed è comprensibile, visto che il cinema nasce proprio da lì. Come scriveva qualcuno, “le ombre si fanno con le luci, opportunamente orientate e regolate. In realtà, luce e ombra sono inscindibili e complementari. Tanto in pittura quanto nel cinema, sono le luci a produrre le ombre, che a loro volta imprimono forza e splendore alla luce. Così la luce manifesta il suo potere: esibendo la propria assenza”. E così si chiude quest'ultima missione impossibile che è tutto il cinema possibile, di ieri, oggi e domani. Quella, quello di Tom Cruise.

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