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            10 Maggio 2026
            La recensione di Nel tepore del ballo, il nuovo film di Pupi Avati con Massimo Ghini, Isabella Ferrari e Giuliana De Sio.
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            NEL TEPORE DEL BALLO, i morti (non) fanno televisione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Nel tepore del ballo
            USCITA ITALIA: 30 aprile 2026
            REGIA: Pupi Avati
            SCENEGGIATURA: Pupi Avati, Antonio Avati, Tommaso Avati, Marco Molendini
            CON: Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Sebastiano Somma, Raoul Bova
            GENERE: drammatico, sentimentale
            DURATA: 108 min

            VOTO: 5.5

            RECENSIONE:

            In Nel tepore del ballo, Pupi Avati intreccia melodramma e perturbante per raccontare la parabola di un uomo divorato dal desiderio di sopravvivere nello sguardo del pubblico, e una televisione trasformata progressivamente in specchio livido e mortifero, macchina di resurrezioni mediatiche e identità sopravvissute a sé stesse. Un’opera fragile e spettrale, sospesa tra intuizioni di grande cinema e la decrepitezza formale di un immaginario ormai incapace di appartenere davvero al presente.

            “Non c’è nessuno nel nostro ambiente che abbia passato un’avventura come la mia”, afferma ad un certo punto il conduttore Gianni Riccio, uno dei volti più noti e (forse un tempo) amati della televisione italiana, star di una delle tantissime trasmissioni spazzatura (ma di grande successo) che affollano i palinsesti, ora in cerca di una patente di autorevolezza, di una pulizia, di un taglio più sofisticato per il proprio personaggio pubblico attraverso un programma incentrato sulla poesia.

            Ben diversa, però, è la sorte nella quale incappa questa sua maschera nel momento in cui - proprio mentre si trova in diretta da Bruno Vespa, a Porta a Porta per presentare il nuovo progetto - si vede prelevato dalla Guardia di Finanza e scortato preventivamente al carcere di Rebibbia. L’accusa è pesante: corruzione e frode fiscale, maturate all’interno di un rapporto opaco con un pericoloso broker finanziario.

            Ed ecco che, nel giro di poche ore si ritrova, com’è facile immaginare, nel proverbiale occhio del ciclone: abbandonato da tutti quelli che credeva amici e che si rivelano invece semplici ruffiani, yes-man buoni soltanto ad alimentare in lui una parvenza o, meglio, un’illusione di importanza, potenza, rilevanza.

            L’ingresso in carcere assume dunque il valore di un rito di smascheramento. Bastano poche gocce d’acqua di una doccia a malapena funzionante a sciogliere la tinta nera dei capelli: dettaglio quasi grottesco ma decisivo, poiché  rende visibile l’artificio su cui lo showman ha costruito la propria immagine. In quel momento è come se Gianni Riccio morisse davvero, trasformandosi nel fantasma della persona che aveva interpretato per anni davanti alle telecamere. Di un passato e un’identità pagati a caro prezzo, senza alcuna garanzia di sopravvivenza.

            La recensione di Nel tepore del ballo, il nuovo film di Pupi Avati con Massimo Ghini, Isabella Ferrari e Giuliana De Sio.

            È un vero e proprio patto mefistofelico, quello da lui stretto con il piccolo schermo e con l’idea stessa di celebrità. Un accordo che lo ha reso al pari di una creatura vampiresca, famelica di tempo — il tempo della diretta, dell’esposizione continua — nel tentativo disperato di conquistarne altro.

            Diventare immortale o, meglio, un non-morto grazie alla memoria, all’affetto, al favore dei milioni di telespettatori che lo seguivano fedelmente: è questo il desiderio che muove il nostro Gianni, protagonista di un’esistenza segnata - sin da quando era ancora in fasce - dalla morte, da una persistente aura spettrale, come impregnata del soffocante fetore di qualcosa di inevitabile. Lui, cresciuto dalla zia giacché orfano di una madre spirata nel darlo alla luce, e di un padre assente, vitellone e gigolò, avventuriero senza arte né parte, fuggito in Germania alla ricerca di fortuna (nelle fattezze di una vecchia e ricca ereditiera da sposare) e infine tornato a casa dentro una bara.

            Un sogno, quello della televisione, delle telecamere, presto trasformato in incubo, che ha addirittura preferito a Clara, la prima moglie, l’unica ad averlo amato incondizionatamente. La donna della sua vita, con la quale torna in contatto proprio mentre si trova dietro le sbarre e qualche tempo dopo, quando ottiene la libertà vigilata ed è costretto a trasferirsi a Jesolo, città d’origine e teatro di un passato che non smette di riaffiorare, popolato da fantasmi che lo attendono al varco. È qui che Gianni tenta di pronunciare un impossibile “tornare a volerti bene”, nel disperato tentativo di ricucire ciò che ha contribuito a distruggere; ma quel che è stato, con il suo carico di ferite, rancori e umiliazioni, riemerge con immediata violenza, senza concedere tregua.

            E proprio in quel momento il telefono ricomincia a squillare. Dall’altro capo della linea c’è la Morta, avida, famelica conduttrice di Cuori in diretta, il talk show rotocalco più seguito del momento, che gli propone un’intervista esclusiva. È l’occasione perfetta per riconquistare il pubblico, ripulire la propria immagine, “tornare tra noi”. Ad una condizione, però: dovrà portare Clara in studio e annunciare davanti a tutta Italia un ritorno di fiamma (forse) impossibile. 

            La recensione di Nel tepore del ballo, il nuovo film di Pupi Avati con Massimo Ghini, Isabella Ferrari e Giuliana De Sio.

            (Quasi) tutti i film di Pupi Avati raccontano storie dell’orrore, soprattutto quando sembrano non farlo. Non fa che riconfermarlo Nel tepore del ballo, il 56° tassello di un’opera che infaticabile non smette di espandersi; una sorta di seguito spirituale di Festival con Massimo Boldi (a partire dal soggetto, fino alla scelta di affidare il ruolo del protagonista ad un altro nome emblematico dei cinepanettoni come quello di Massimo Ghini, anch’egli impegnato in un ruolo inedito, svuotato di ogni comicità e ironia). Un film che, seppur più cupo, appartiene alla vena più apertamente drammatico-sentimentale della sua produzione: quella di opere come Lei mi parla ancora e La quattordicesima domenica del tempo ordinario. Racconti dei quali convincevano e convincono soprattutto questi innesti, riecheggi, suggestioni, inclinazioni, per l’appunto, horrorifici, spaventosi, inquietantemente malinconici.

            Questo perché il vero perturbante, nel cinema avatiano, non coincide mai semplicemente con l’irruzione del soprannaturale, ma con qualcosa di assai più sottile e irrimediabile: il riaffacciarsi del tempo perduto, dei rimorsi, delle occasioni mancate, di vite rimaste incompiute. Un orrore della memoria (e della provincia), abitato da figure che si aggirano come relitti dentro luoghi troppo piccoli per contenere i loro desideri e troppo pieni di passato per accordargli davvero una rinascita. Per questo i suoi personaggi sembrano spesso fantasmi ancora prima di morire: esseri sospesi, consumati dall’attesa o dal ricordo, incapaci di distinguere con precisione ciò che è stato da ciò che avrebbe potuto essere. Non è un caso peraltro che, nel suo cinema, i morti parlino continuamente ai vivi e che i vivi, a loro volta, appaiano incapaci di interrompere il dialogo con i propri fantasmi.

            Ebbene, Gianni Riccio appartiene precisamente a questa genealogia di uomini avatiani: maschere tragiche divorate dal bisogno di essere amate, viste, ricordate. Uomini che hanno venduto la propria anima ad un simulacro, salvo poi scoprire troppo tardi che quello stesso simulacro ha sottratto loro più di quanto avrebbe mai potuto restituire. È la consapevolezza alla quale giungerà il nostro nel bel mezzo di quella resurrezione mediatica impostagli da altri, mai voluta per davvero. Cosa che permette al regista di esibire, raffigurare e mettere in scena, ancora una volta, la natura ineluttabile ma profondamente necrofila di quel desiderio. E, in questo caso, la televisione come specchio livido e oscuro. Una macchina che promette una patinata immortalità mentre lentamente divora identità, corpi e affetti. Non un luogo della vita, ma un dispositivo mortifero che trasforma gli individui in immagini orribili, deformi, sopravvissute a sé stesse. 

            La recensione di Nel tepore del ballo, il nuovo film di Pupi Avati con Massimo Ghini, Isabella Ferrari e Giuliana De Sio.

            Questa sovrapposizione, questa ibridazione di un’estetica e semantica di morti, fantasmi, resurrezioni; questo intarsio di elementi mostruosi e inquietanti, questo horror vacui che infesta il copione scritto dallo stesso cineasta assieme all’inseparabile fratello Antonio, al figlio Tommaso e a Marco Molendini sono le sole cose ad impedire a Nel tepore del ballo di precipitare del tutto nei soliti vizi di forma dell’ultimo cinema avatiano. Nella fattispecie, di un’idea produttiva di grande sintesi e prolificità che, tuttavia, presta spesso il fianco ad una certa frettolosità concettuale e realizzativa.

            Restano sì le zampate inconfondibili, le intuizioni — nel disegno frangibile e dolente di una Isabella Ferrari disarmata fin dalla scelta di non truccarla, e nel casting finemente perfido di una Giuliana De Sio, “morta” di nome e di fatto, da tempo lontana dalla macchina da presa, dimenticata e ai margini del cinema italiano più mainstream, e qui quasi resuscitata per un’interpretazione ferina, generosa, elettrica — insieme a lampi di grande cinema: nell’intero prologo ambientato nel passato e nell’infanzia di Gianni, nei colpi di freddo che attraversano il suo arresto, e ancora nell’uso di una voce ectoplasmatica, insieme traumatica e confortante.

            Ciò nondimeno, devono trattare e negoziare continuamente la loro essenza e convivenza su schermo con frequenti cadute di stile, imperizie tecniche (soprattutto nell’uso massiccio ed evidente del doppiaggio), una tenuta formale spesso esilissima (come dimostra la fotografia stinta e cianotica di Cesare Bastelli), e qualche segmento francamente mal recitato. Il tutto, a suggello di un impianto filmico che odora di naftalina, sospeso in un tempo che non è più il nostro — per l’obsolescenza dei riferimenti, della televisione verso cui rivolge le proprie critiche e di alcune delle conclusioni a cui approda — e tuttavia neppure pienamente riconducibile a un passato, che resta invece come una semplice sovrimpressione.

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