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            11 Maggio 2026
            La recensione di Pecore sotto copertura, il film di Kyle Balda con protagonisti Hugh Jackman ed Emma Thompson.
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            PECORE SOTTO COPERTURA, o la pecora nera del cinema pop

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Sheep Detectives
            USCITA ITALIA: 7 maggio 2026
            USCITA USA: 8 maggio 2025
            REGIA: Kyle Balda
            SCENEGGIATURA: Craig Mazin
            CON: Hugh Jackman, Nicholas Braun, Nicholas Galitzine, Molly Gordon, Hong Chau, Emma Thompson, Julia Louis-Dreyfus, Bryan Cranston, Regina Hall, Patrick Stewart, Bella Ramsey
            GENERE: giallo, avventura, fantastico, drammatico, commedia
            DURATA: 109 min

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            Dietro il pelo soffice delle sue improbabili detective, Pecore sotto copertura nasconde una parabola stratificata che intreccia morte, fede, appartenenza e identità, trasformando un whodunit dalle tinte fiabesche in una riflessione più ampia sull’umano, i suoi dilemmi e le sue secolari fragilità. Humour britannico, una tenerezza disarmante e improvvise incursioni perturbanti: Kyle Balda e Craig Mazin ribaltano i codici del "cinema per tutti", restituendo un esempio raro di intrattenimento in prezioso equilibrio tra leggerezza e intelligenza.

            È un’intelligente trovata di casting quella da cui prende le mosse Pecore sotto copertura; un’intuizione già rivelatrice di ciò che le seguirà. Ma andiamo con ordine: protagonista apparente — o comunque presenza costante e imprescindibile della vicenda, liberamente tratta dal bestseller Glennkill della scrittrice tedesca Leonie Swann — è George, un pastore all’apparenza burbero e misterioso che vive isolato fra le colline della campagna inglese, in una roulotte nei dintorni della cittadina (fittizia) di Denbrook. Ogni briciolo della sua energia, ogni istante delle sue giornate, è dedicato al gregge di pecore che considera a tutti gli effetti come figlie, tanto da aver dato ad ognuna di loro un nome (in base all’indole, alla personalità che ha scorto e percepito nei loro occhi).

            Un uomo, il nostro George, malvisto dalla comunità a valle, che sarebbe facilissimo ridurre ad un alienato, un delirante. Ma è qui che emerge l’acume dell’operazione: a interpretare il pastore di Denbrook è infatti Hugh Jackman, il quale porta in scena tutto il portato iconografico della propria immagine divistica. Anzitutto quello di Wolverine, incarnazione di una maschilità potente, ferina, iper muscolare e insieme dolente, segnata dalla sofferenza. Un’immagine, questa, poi stemperata da ruoli come quello di P.T. Barnum in The Greatest Showman e dall'essenza affabile, ironica e spettacolare dei suoi show di Broadway, che ne attenuano l’aspetto minaccioso e adamantino rispetto ad altre action star contemporanee. Emerge così una maschilità “raffinata” e, al tempo stesso, autentica. Potremmo dire neoclassica, capace altresì di tenere assieme forza e sensibilità, fisicità e spettacolo, l'aura da icona pop e una rispettabilità e ordinarietà borghese. Sono tratti che conferiscono gravitas, spessore, direzione, concretezza ad un personaggio che, “nelle mani” di qualsiasi altro attore, avrebbe forse rischiato di restare invece sospeso fra la caricatura folkloristica e una bieca eccentricità.

            Non solo: scritturare Jackman si rivela funzionale al primo colpo di scena del racconto (l'unico dato in pasto a trailer e sinossi), quello che innesca di fatto la vicenda. Parliamo invero di un attore che, a differenza di molti, è scortato da un persistente senso di nostalgia e di vuoto, quasi una traccia emotiva costante che ne attraversa la carriera. Un interprete che più volte è “scomparso” davanti ai nostri occhi. Che è addirittura "morto" sullo schermo nei panni dell’artigliato canadese. Un retaggio che incide profondamente sulla percezione del personaggio e che finisce per amplificare in modo decisivo l’impatto emotivo e drammaturgico della storia nel momento in cui viene assassinato.

            La recensione di Pecore sotto copertura, il film di Kyle Balda con protagonisti Hugh Jackman ed Emma Thompson.

            Sì, perché a circa dieci o quindici minuti dall’inizio, il caro George muore in circostanze sospette. La polizia di Denbrook, composta e rappresentata unicamente da un agente inesperto e abbastanza goffo, tal Tim Derry, liquida rapidamente il caso come il gesto insensato di un criminale forestiero. Ebbene, le pecore (antropomorfizzate) non ci stanno e, dopo iniziali esitazioni, decidono di indagare in prima persona, determinate a portare alla luce il colpevole della morte del loro adorato padrone. Per farlo, dovranno però attingere agli insegnamenti contenuti nelle “storie della buonanotte” che George era solito leggere loro ogni sera: romanzi polizieschi, racconti del mistero e grandi classici del giallo, trasformati in una sorta di inatteso manuale investigativo.

            Perché Pecore sotto copertura è questo, prima di tutto: un whodunit in piena regola, di chiara ascendenza christieana, volto a coinvolgere e intrigare un pubblico trasversale — di adulti e bambini — attraverso un enigma ricco di sospetti, false piste e verità nascoste. Un senso di affabulazione (poi completato da uno humor prettamente inglese) che trova nel regista Kyle Balda un interprete tutt’altro che improvvisato, complice la sua esperienza “sui set” di The Mask, Jumanji, Mars Attacks! e dei pixariani A Bug's Life, Toy Story 2 e Monsters & co., fino a dietro la macchina da presa di Cattivissimo Me 3 e degli spin-off dedicati ai Minions; qui alle prese col proverbiale grande salto al live-action.

            Nondimeno, il vero segreto e, in fondo, valore aggiunto di Pecore sotto copertura sta nel nome e, ovviamente, nel lavoro di Craig Mazin, già arguta penna di imprese sorprendentemente simili (come Scary Movie 3 e 4 o Superhero Movie), come pure di due capitoli della serie Una notte da leoni, ma anche e soprattutto showrunner deluxe di Chernobyl, forse una delle cose migliori mai viste in televisione. Egli rielabora, trasloca e traduce il romanzo di Swann non solo per assecondarne l’opera di rovesciamento di personaggi tipici, luoghi comuni e ritualità del giallo, ma più che altro per portarne in primo piano tutto ciò che va oltre e si cela dietro l’espediente e l’intreccio di base.

            E quindi sì, possiamo intendere e vedere il film come una variazione del divertissement postmoderno in nuce ai tre Knives Out di Rian Johnson (con attenzione particolare al primo, il più “classico”), solo nella pelle (o nel pelo) di titoli come Babe di George Miller, il Wes Anderson di Fantastic Mr. Fox, il cinema a misura Paddington di Paul King, o le magie targate Aardman di Galline in fuga e, inevitabilmente, di Shaun, vita da pecora, senza dimenticare (inarrivabili) parabole più adulte e allegoriche quali La fattoria degli animali e La collina dei conigli.

            La recensione di Pecore sotto copertura, il film di Kyle Balda con protagonisti Hugh Jackman ed Emma Thompson.

            Ad ogni modo, ciò che distingue Pecore sotto copertura e gli conferisce una sua autonomia sono proprio le sue titolari. È il gregge composto dall’intelligente Lily, il solitario e severo Sebastian, il saggio Mopple, la soffice Nuvola, il vecchiardo Sir Richfield, l’incantevole Zora, l’esilarante Fluffy, i pasticcioni e litigiosi Reggie e Ronnie. Ma lo è anche il suo principale reietto, un piccolo "agnellino d’inverno”, amatissimo da George, eppure disprezzato, malvoluto, rifiutato da tutti gli altri.

            Homo homini ovis, verrebbe da dire, ribaltando con ironia il celebre adagio. Difatti - oltre ad un cast vocale eccellente che include nomi come Bryan Cranston, Regina Hall e Patrick Stewart - il vero centro di attrazione di queste pecore sotto copertura è appunto la loro paradossale umanità: più umane degli umani stessi, interpretati in maniera adorabile e in chiave volutamente caricaturale da Emma Thompson, Nicholas Braun, Nicholas Galitzine, Molly Gordon, Hong Chau e Conleth Hill.

            Sono come noi, ci rappresentano, combattono le nostre battaglie, si pongono le stesse domande, affrontano con filosofia e cuore le istanze della vita e del presente. Sono la parte migliore di ciascuno: possono essere gli esseri più stupidi e insieme più intelligenti del mondo, seguono la massa (o il gregge), ma sanno distinguersi al momento opportuno. Discutono di integrazione e verità, spesso dimenticano per non soffrire, temono, fanno i conti, riflettono sulla morte (e sulle sue implicazioni economico-capitalistiche), s’interrogano sull’esistenza e l’essenza di Dio. Insomma, noi apparteniamo a loro e loro ci appartengono nella misura in cui possono fungere da fonte d’ispirazione dentro un’utopia favolistica intessuta di tematiche che trovano terreno fertile e risonante in qualsivoglia tipo di spettatore, e sorretta dal tocco insieme lieve e sofisticato di Mazin.

            Proprio questo equilibrio così riuscito tra leggerezza e intelligenza è ciò che - al netto di qualche passaggio appena un po’ forzato e di una coda finale forse troppo diluita - permette a questo delizioso caleidoscopio emotivo di imprimersi nella memoria dello spettatore. Un racconto capace di alternare con naturalezza risata, tenerezza e slanci più avventurosi, senza rinunciare perfino a inattese suggestioni horrorifiche.

            In questo senso, inconfondibile resta la firma — e ancor più l’influsso produttivo — della premiata ditta (Phil) Lord e (Christopher) Miller, maestri nel reinventare dall’interno i codici dell’intrattenimento "per tutti". Dopo Project Hail Mary, Pecore sotto copertura rappresenta, in un certo qual modo, l’ennesima brillante soluzione (al caso) nel contesto di un’avventura cinematografica che continua ostinatamente a sottrarre il crowd-pleaser alla rigida catena alimentare di Hollywood, dimostrando come e quanto il pop e il mainstream possano ancora sognare (pecore elettriche?).

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