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            20 Marzo 2026
            La recensione de L'ultima missione: Project Hail Mary, il film di Phil Lord e Christopher Miller con protagonista Ryan Gosling.
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            PROJECT HAIL MARY, la gravità della leggerezza 

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Project Hail Mary
            USCITA ITALIA: 19 marzo 2026
            USCITA USA: 20 marzo 2025
            REGIA: Phil Lord e Christopher Miller
            SCENEGGIATURA: Drew Goddard
            CON: Ryan Gosling, Sandra Hüller, Milana Vayntrub, Ken Leung, James Ortiz
            GENERE: fantascienza, commedia, drammatico, fantastico
            DURATA: 156 min

            VOTO: 8-

            RECENSIONE:

            Mantenendosi in equilibrio tra fantascienza classica e sensibilità contemporanea, L'ultima missione: Project Hail Mary della coppia Lord e Miller, con un Ryan Gosling riscoperto nel suo talento comico, prova a tenere insieme intrattenimento e riflessione esistenziale, costruendo un'odissea spaziale accessibile e ambizioso che, al di là di alcune imperfezioni e vizi di forma, riesce a riscoprire la magia elementare del cinema: emozionare attraverso un'improbabile meraviglia.

            È il segno dei tempi, come canta Harry Styles (cosa?), a scortare Project Hail Mary. Il riferimento è dapprima al romanzo dello scrittore e programmatore Andy Weir - scritto sintomaticamente sul fare della pandemia da Covid-19 e pubblicato (negli USA) nel vivo del lockdown - oggi base di partenza di una kolossale impresa cinematografica (da 200 milioni di dollari) targata Amazon MGM, che (come suggerisce fin troppo esplicitamente l’edizione italiana) mette in scena l’ultima missione di un’umanità in un futuro distopico, ma inquietantemente vicino, plausibile. Una che - sempre per dirla con le parole dell’ex leader e membro degli One Direction che fanno capolino, in maniera del tutto imprevedibile, in una delle migliori sequenze del film - è pronta per il suo “final show”, per un epilogo più vicino che mai: imbarcata in un viaggio di sola andata verso il proprio oblio. Eppure — “non impariamo mai”, perché “siamo già stati qui” — “dobbiamo andarcene”.

            O meglio, deve (suo malgrado, a forza) andarsene dalla Terra il solitario, nerdistico, francamente adorabile Ryland Grace, insegnante di scuola media con un dottorato in biologia molecolare che - a seguito (o per colpa) di una strampalata teoria screditata e derisa dalla quasi totalità della comunità scientifica - viene scelto dall’enigmatica e determinata Eva Stratt (l’inconfondibile, oltre che sempre memorabile, Sandra Hüller di Anatomia di una caduta) per guidare lo studio di una misteriosa infezione cosmica. Da qualche tempo, infatti, colonie di cosiddetti astrofagi stanno pian piano contaminando e cibandosi del Sole, così come tutte le stelle nelle sue vicinanze. Tutte tranne una.

            La missione, ironicamente battezzata “Project Hail Mary” (non solo nei termini di un’ultima preghiera, ma anche nei sensi sportivi di un tentativo audace, rischioso, e cioè quel "passaggio dell’Ave Maria” lungo e disperato, effettuato dal quarterback nei secondi finali di una partita, con basse probabilità di successo, lanciato verso l'area di meta nella speranza di un touchdown), è un altro viaggio a senso unico, ad una sola direzione, e consiste nel raggiungere il corpo celeste, distante quasi 12 anni luce, e capire il perché sia immune a questa strana condizione. Quel che ancora non sa il professore è che, durante la traversata, entrerà in contatto con un’entità aliena dal corpo roccioso e dalle fattezze aracnoidi, da lui soprannominata Rocky, col quale - una volta superato l’ostacolo della lingua - nascerà un’insolita collaborazione volta a salvare il destino di entrambe le specie. E a stravolgere per sempre la sua vita. 

            La recensione de L'ultima missione: Project Hail Mary, il film di Phil Lord e Christopher Miller con protagonista Ryan Gosling.

            Un po’ come l’inizio e il risveglio di Ripley dall’ipersonno in Aliens - Scontro finale, o il protagonista di Passengers, che inizialmente non ha memoria di chi sia e di cosa ci faccia da solo su un’astronave, lontano miliardi e miliardi di chilometri da casa. E poi, il Sole morente di Sunshine, il dover riprendere contatti con la propria umanità al pari della dottoressa Ryan di Gravity, la danza silenziosa delle navicelle, la composizione operistica, il carattere visionario e lisergico di 2001: Odissea nello spazio. E ancora, la corsa al netto delle risorse (siano esse il carburante o il tempo) à la Interstellar, la sfida della comunicazione come in Arrival, alla quale segue un riconoscimento inaspettato, una riflessione e rifrazione esatta nell’altro da noi. Per la precisione, in un buffo alieno a metà tra E.T., R2-D2 o Eve - laddove il Wall-E della situazione (l’arrugginito ma tenero rottame di una Terra morente) è lo stesso Ryland.

            Insomma, si potrebbe continuare all’infinito in questo lungo gioco e processo di elencazione ed enumerazione di riferimenti, omaggi, citazioni trattenute entro i vasti confini de L’ultima missione: Project Hail Mary. D’altra parte, l’intento originario di Andy Weir era e resta quello di dar forma ad una sorta di sintesi elegiaca, ideale, di summa definitiva di un genere - la fantascienza - nato per convenzione giusto 100 anni fa (nell’aprile del 1926, con la pubblicazione della rivista Amazing Stories di Hugo Gernsback), per quanto le radici affondino fino all’Ottocento con Verne, Wells e Shelley. Weir recupera(va) la formula, i tratti salienti (con l’uomo di scienza che, solo e disperso nello spazio, deve impegnarsi e trovare un modo per risolvere un problema), così come un’idea dell’ignoto tutt’altro che sinonimo di paura, angoscia o mostruosità, già in nuce al suo più famoso best seller, The Martian, anch’esso portato al cinema da un Ridley Scott in totale contrasto con l’immagine e la visione di spazio che aveva contribuito a fissare col primissimo Alien. Tanto che ne otteneva, su sceneggiatura di Drew Goddard, una commedia umana esilarante camuffata da odissea quasi più scientifica che fanta(scientifica).

            La recensione de L'ultima missione: Project Hail Mary, il film di Phil Lord e Christopher Miller con protagonista Ryan Gosling.

            Appare quindi del tutto logico e naturale che — nel tentativo di tradurre per lo schermo quello che, sul fronte letterario, si configura come una sorta di seguito spirituale o di reincarnazione più equilibrata, sia nell’elemento fantastico sia in quello scientifico, de L’uomo di Marte — Ryan Gosling, principale promotore e produttore del progetto, scelga di reclutare proprio quel Goddard conosciuto, negli anni, anche per le sue regie — dall’horror postmoderno e metatestuale Quella casa nel bosco al più scopertamente tarantiniano 7 sconosciuti a El Royale — e per il lavoro in serie TV di culto quali Buffy l'ammazzavampiri, Alias, Lost e Daredevil.

            La speranza — va da sé — è di bissare il successo di The Martian in un panorama cinematografico e audiovisivo profondamente mutato rispetto al 2015 di Scott: un’industria oggi più frammentata, bulimica e dominata dalle piattaforme, in cui il blockbuster deve costantemente ridefinire il proprio equilibrio tra spettacolo, autorialità e accessibilità globale. A tal proposito, L’ultima missione: Project Hail Mary si colloca in un punto di equilibrio delicato. Da un lato, vi è la necessità di restare fedele a quella matrice “procedurale”, matematica, deduttiva che è lo specifico - dovuto al background da informatico - di Weir; dall'altro, l’urgenza di ampliare il respiro emotivo e spettacolare, trasformando la solitudine cosmica di Ryland in un’esperienza condivisibile, empatica, quasi universale. Non più soltanto la sfida dell’uomo contro l’ambiente ostile, dunque, ma un racconto che ambisce a tenere insieme stupore, ironia e senso della fine — sospeso, ancora una volta, tra il calcolo e la fede in un impossibile lieto fine.

            La speranza diventa garanzia quando, a bordo del progetto, sale una delle coppie registiche e creative più forti della contemporaneità hollywoodiana, purtroppo mai applaudita e ricordata a sufficienza. Già Piovono polpette e la reinvenzione del brand Lego nel miracoloso e inarrivabile The Lego Movie ci avevano fatto capire di cosa fossero capaci Phil Lord e Christopher Miller. Poi però hanno deciso di scompaginare e sovvertire i codici dell’animazione tradizionale scrivendo e producendo Spider-Man: Un nuovo universo (vincendo anche un Oscar come produttori) e la sua Parte 2, forse ancor più avanguardistica: Across the Spider-Verse. Ora sono invece chiamati a confrontarsi con l’avanguardia fisica ed effettiva di un’umanità alla fine dell’universo e con la sfida del grande cinema di fantascienza che rileggono, maneggiano, rivedono attraverso i loro film.

            La recensione de L'ultima missione: Project Hail Mary, il film di Phil Lord e Christopher Miller con protagonista Ryan Gosling.

            Pertanto, L’ultima missione: Project Hail Mary è innanzitutto la storia di un buffo e goffo acrobata della mente e della scienza che - pedissequamente a Flint Lockwood - paga il prezzo delle proprie asociali presunzioni, a cui deve porre rimedio trasformandosi in un acrobata vero e proprio; in un uomo d’azione il cui coraggio gli permetterà di conquistare finalmente il proprio posto nel mondo. Il tutto avviene in un microcosmo artificiale, industriale (come poteva essere il mondo, dentro ad un altro mondo, dei Lego) che rimanda puntualmente, inevitabilmente altrove, descritto e scandito nel dettaglio di superfici, consistenze, textures, gravità, suoni, luci e colori.

            Di conseguenza, è pure un film d’animazione o, meglio, un racconto che spesso Lord e Miller approcciano (in fatto di ritmo, spirito, composizione, regia) come se stessero lavorando coi personaggi gommosi di Swallow Marina o coi disegni a mano libera di Spider-Verse, solo dal vero, col sostanziale apporto della fotografia pittorica di Greig Fraser, del design e degli effetti digitali della Industrial Light & Magic.

            Ma è anche un’opera avventurosa sorretta da dialoghi brillanti e da una progressione sorprendentemente fluida — specie a fronte dei suoi 156 minuti. Ancor più, è una commedia molto arguta — che evolve in buddy movie nel solco di 21 Jump Street e 22 Jump Street — a tratti quasi geniale, grazie a cui (ri)scopriamo nuovamente che formidabile attore comico può essere Ryan Gosling. Una predisposizione e un talento diremmo innati, già intercettati in The Nice Guys, affiorati in controluce in La La Land, esplosi nella loro dimensione più giocosa in Barbie e ribaditi in The Fall Guy, ma qui portati davvero alle estreme conseguenze. Complice, in questo, un ruolo (che è tutto l’opposto di quello di The First Man e) che gli consente di far ridere con minimi scarti, spesso senza bisogno di battute, lavorando per sottrazione, sul tempo, sulla mera presenza.

            Era l’attore giusto - e si conferma tale — per sostenere le ambizioni e il tono di un progetto che (pur non privo di qualche inevitabile vizio di forma e con un terzo atto meno concentrato e incerto sul finale da regalare alla storia) riesce comunque a essere L’ultima missione: Project Hail Mary. Un’operazione che restituisce intatto un senso di meraviglia (“meraviglia! meraviglia! meraviglia!”) oggi sempre più raro, insieme ad una certa artigianalità, una matericità che, salvo rare eccezioni, il cinema contemporaneo tende a perdere di vista. Ma pure un’opera leggera nell’accezione più nobile del termine, caratterizzata da una naïveté solo apparente, dietro cui si intravede una piena consapevolezza del presente, dello zeitgeist, di quel segno dei tempi al quale prova a rispondere semplicemente col miglior cinema pop oggi possibile.

            O, in altre parole, con la magia (im)possibile del cinema: la capacità di emozionarsi per un legame improbabile, un balletto tra astronavi, un abbraccio sospeso nel vuoto, un fascio di luce che si schiude e sprigiona nel buio siderale.

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