
L'ILLUSIONE (fin troppo reale) del cinema italiano
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Illusione
USCITA ITALIA: 7 maggio 2026
REGIA: Francesca Archibugi
SCENEGGIATURA: Francesca Archibugi, Laura Paolucci, Francesco Piccolo
CON: Jasmine Trinca, Michele Riondino, Angelina Andrei, Vittoria Puccini, Filippo Timi
GENERE: drammatico, thriller, poliziesco, giallo
DURATA: 110 min
VOTO: 3
RECENSIONE:
Con Illusione, il suo tredicesimo lungometraggio, Francesca Archibugi si misura con le forme del thriller contemporaneo e con un’indagine dai risvolti psicologici, morali e di denuncia. Eppure, il film resta intrappolato in un impianto narrativo confuso e irrisolto: l'ambizione di costruire un racconto teso, denso, stratificato si disperde infatti in una messa in scena anodina, priva di reale coesione e incapace di generare tensione o progressione drammatica, lasciando emergere soprattutto la distanza tra le intenzioni dichiarate e il risultato finale.
“C’è qualcosa di sbagliato nel rapporto tra gli uomini e le donne”, si dice ad un certo punto, in uno dei passaggi nodali de La notte del 12, tra i vertici della carriera del regista franco-tedesco Dominik Moll e, più in generale, uno dei migliori thriller noir ad avere incrociato la luce del grande schermo in questi ultimi anni. Ispirato ad un fatto di cronaca reale, esso delinea con sguardo freddo, realistico e profondamente disorientante il ritrovamento, in una cittadina della provincia francese, del corpo di una giovane donna arsa viva senza alcun movente, e l’indagine di un ispettore che finisce per ossessionarsi al caso, al punto tale da mettere in discussione — come spesso accade nei grandi polizieschi esistenziali — ogni sua certezza: il proprio ruolo, la propria identità, perfino le convinzioni sedimentate nel corso della sua vita.
Una vicenda e un’opera, quella di Moll, che dialoga strettamente (e sorprendentemente) con Illusione, tredicesimo lungometraggio di Francesca Archibugi, autrice fondamentale per la scena italiana, attiva da circa quarant’anni. Da sempre orientata verso un cinema dell’osservazione, silenzioso e attentissimo ai moti interiori, racconto dopo racconto, ha analizzato, interrogato, filmato il modo in cui stagioni fragili come l’infanzia o il passaggio all’età adulta, oppure spazi intimi e complessi come quelli familiari, contribuiscano a modellare non soltanto l’identità del singolo, ma anche quella collettiva, di una società e una nazione intere.

Esattamente come La notte del 12, anche questa ultima fatica della regista capitolina prende le mosse da una storia vera. Più precisamente, “da un trafiletto sul Corriere dell’Umbria” incentrato su “una ragazzina molto giovane, di provenienza est-europea, rinvenuta in un fosso a Perugia”. I primi agenti a giungere sul luogo del crimine l’avevano creduta morta, e invece no. “Non si capiva nulla - spiega Archibugi - nemmeno l'età: forse minorenne, forse vittima della cosiddetta tratta delle bianche e della prostituzione forzata”. Un episodio intrigante, nebuloso, disturbante, che ha spinto l'autrice a scavare più a fondo, a cercare informazioni, a setacciare la rete. “Ma non c’era niente. Mi sembrava che al mondo non importasse nulla di quella ragazzina, e proprio per questo ho sentito che fosse importante raccontarla”.
Da lì è cominciato tutto. O, meglio, cominciano le peripezie di tal Rosa Lazar, quindicenne moldava, che scoperta quasi esanime sotto un cavalcavia, cattura fin da subito l’interesse della sostituta procuratrice Cristina Camponeschi — trasferita da Roma al capoluogo umbro, convinta che la ragazza possa nascondere verità utili a smascherare scenari internazionali ben più inquietanti; un giro di sfruttamento e un mercato del sesso più esteso, radicato, finanche mostruoso — e dello psicologo Stefano Mangiaboschi, che individua in lei una condizione clinica significativa ma, al contempo, ne comprende il dolore, vi rivede qualcosa di sé e finisce per affezionarsi incomprensibilmente, persino contravvenendo al proprio codice etico e deontologico. Difatti, per venire a capo del “complicato” mistero di Rosa e del perché non sembri avere coscienza delle brutali violenze subite, quest'ultimo sarà disposto a mettere in gioco sé stesso e a repentaglio ogni cosa che possiede: dalla carriera alla stabilità familiare, fino al proprio equilibrio interiore.
Il tutto è però, alla fin fine, votato a raccontare quel “qualcosa di così sbagliato nel rapporto tra gli uomini e le donne”. Ad una riflessione, altresì, sul potere maschile, lo stesso tornato recentemente al centro del dibattito pubblico con l’affaire Epstein coi suoi famigerati files. La potenza virile, difatti, è “un meccanismo che non va giudicato, ma osservato, perché nel mondo va così”, afferma Archibugi. Gli uomini, crescendo, sviluppano un bisogno di sopraffazione, mentre “noi donne, invece, da giovani siamo protette da una sorta di mantello di invincibilità. Abbiamo una forza che via via perdiamo. Si arriva alla mia età e quel mantello non c’è più. Al contrario, hai la sensazione che gli uomini lo acquistino, quel mantello, e che la loro smania di potere sulle donne aumenti”.
Tutto giusto, corretto, sensato a parole, quanto del tutto impermeabile nel film che la regista porta di fronte ai nostri occhi, affiancata al tavolo della sceneggiatura da Laura Paolucci e Francesco Piccolo. Proprio la scrittura è la prima tessera a cadere in un effetto domino che dai primissimi istanti travolge ogni minimo e singolo aspetto di Illusione. Che vorrebbe appunto essere un poliziesco, a momenti un legal thriller, e poi un’indagine psicologica e introspettiva dai contorni torbidi, sessuali, pericolosi. Eppure fascino, pericolo, vertigine, ardore, rischio sono parole di cui Archibugi sembra aver dimenticato il significato nel mettersi dietro la macchina da presa di un racconto dall’ambizione da maxi-affresco televisivo, tanto che spesso si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una serie TV brutalmente compressa e ridotta entro i più classici 110 minuti.

Illusione accumula così discorsi, tematiche, suggestioni, rilanciando continuamente la posta in gioco, senza dare mai seguito a nessuno di questi percorsi, risvolti, intuizioni. Anzi: l'indagine parallela di Cristina e Stefano procede in maniera automatica e inerte, sonnacchiosa e disinteressata, apolitica e irrisolta, servendosi di un montaggio brusco e disarticolato che sbalza continuamente il pubblico dal passato al presente diegetico. Gira in tondo, a vuoto, trascinandosi di sequenza in sequenza, priva del benché minimo ritmo, di una tensione autentica o di un reale tormento, ostaggio di dialoghi ridicoli nella loro rigida e artificiosa costruzione — “anche i codici hanno la loro poesia”, per non parlare di “Orazio, aurea mediocritas: la sentite?” — che finiscono per svuotare ulteriormente scene già incapaci di trovare una forma compiuta. E ancora, di caratterizzazioni esili, quando non del tutto dissonanti e incongruenti, quasi fuoriuscite da un altro film — si pensi alla suora interpretata da Aurora Quattrocchi o alla suocera insensibile e materialista portata in scena dalla comica Francesca Reggiani — e insieme di scelte di casting disastrose e ottimi attori lasciati spesso senza direzione.
Se, da un parte, Michele Riondino, Jasmine Trinca e Filippo Timi sembrano impegnati in una gara di protagonismo e, al contempo, nella riproposizione stanca, scolorita e stereotipata delle loro maschere più riconoscibili; dall'altra, l’esordiente Angelina Andrei non riesce mai a dar prova delle ragioni che l’hanno voluta nel ruolo — a dir poco decisiva — di Rosa Lazar, né a risultare credibile per davvero. La sua recitazione affettata e costruita, interamente priva di ambiguità e mistero, è la tessera definitiva che completa l’effetto domino di cui sopra, arenando ogni residua speranza di una pellicola che finisce banalmente perché deve farlo, perché il tempo è scaduto. Che si conclude priva di un’ultima spinta, di una rivelazione significativa, senza uno spazio emotivo autentico, incapace sia di seguire che di sovvertire le regole del thriller, presto scambiato con il solito, inevitabile melodramma familiare borghese fatto di apparenze incrinate, sicura distruzione e ancor più certa ricomposizione.
Insomma, l’illusione è alfine nostra ma non certo nella maniera in cui ci si aspettava. Non riguarda perciò l’annoso e ormai generico dilemma tra realtà e finzione, tra vero e falso. E neppur il (soffice e piumato) velo di Maya dietro il quale si cela un potere corrotto e bestiale che risucchia, divora e spersonalizza contro cui siamo stati scaraventati e che abbiamo squarciato ben prima. No, è semmai l’illusione - fin troppo reale, evidente, deprimente - di un’industria che pretende ancora di confrontarsi con la contemporaneità e il mondo là fuori (al di là dei suoi confini, del suo sguardo, del suo cortiletto di provincia) uscendone indenne.
E non c’è bisogno di chiamare in causa gli Stati Uniti, basta quel paese che Archibugi riduce qui a piazze storiche, palazzi del potere, night club e sordidi alberghi di lusso, mentre Perugia si rivela palcoscenico piovoso e dimesso. Laddove in Francia si fanno film come quelli di Dominik Moll e si conducono sofisticate riflessioni sul complesso tema del materno e del femminile (si pensi a Saint Omer di Alice Diop), da noi pare ormai esserci spazio soltanto per operazioni come Elisa o Illusione: proposte indecenti di cinema, sia esso d’autore o di genere.
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