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            30 Aprile 2026
            La recensione di The Long Walk, il film di Francis Lawrence tratto dal romanzo di Stephen King, con Cooper Hoffman e Mark Hamill.
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            THE LONG WALK fatica a reggersi sulle proprie gambe

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Long Walk
            USCITA ITALIA: 23 aprile 2026
            USCITA USA: 12 settembre 2025
            REGIA: Francis Lawrence
            SCENEGGIATURA: JT Mollner
            CON: Cooper Hoffman, David Jonsson, Mark Hamill, Garrett Wareing, Charlie Plummer
            GENERE: drammatico, thriller, horror, fantascienza
            DURATA: 108 min

            VOTO: 6+

            RECENSIONE:

            Le nuove trasposizioni dei romanzi firmati da Stephen King (con lo pseudonimo di Richard Bachman) riportano al centro il versante più pessimista e distopico del suo universo letterario, mettendo in scena un’America degradata, spettacolarizzata e dominata dalla violenza come forma di intrattenimento e controllo. Tuttavia, in questo ritorno al suo lato più radicale, dopo The Running Man di Edgar Wright, The Long Walk di Francis Lawrence finisce per oscillare tra fedeltà al modello originario e compromessi con le logiche contemporanee del cinema, smarrendo in parte la forza e l’autonomia della sua visione.

            Tra il (ri)adattamento de L’uomo in fuga (o L’implacabile) firmato da Edgar Wright in The Running Man e il più recente The Long Walk, diretto da Francis Lawrence su sceneggiatura di JT Mollner, possiamo dire che il cinema americano si trovi nel bel mezzo di una sorta di personalissima rivisitazione dell’opera di Richard Bachman. E cioè della metà (ancor più) oscura di uno dei romanzieri più noti e amati, prolifici e proficui d’oltreoceano. Parliamo naturalmente di Stephen King, il quale tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80 si inventò e utilizzò questo pseudonimo per aggirare i limiti editoriali dell’epoca (che scoraggiavano la pubblicazione di troppi libri all’anno da parte dello stesso autore), ma anche e soprattutto per capire se il proprio enorme successo fosse legato al nome o all’effettivo valore delle storie.

            Racconti (ir)riconoscibili, quelli pubblicati da Bachman, più asciutti, duri, pessimisti, terrigni rispetto alla produzione “ufficiale”. Parabole cupe e socialmente affilate, pungenti come nel caso de La lunga marcia, il primo romanzo da lui scritto (tra il 1966 e il 1967, ma pubblicato più di dieci anni più tardi, nel 1979), per molto tempo ritenuto “infilmabile”, tanto da far desistere nomi del calibro di George Romero e Frank Darabont. Una storia, questa che - come nel caso de(l più orwelliano) L’uomo in fuga - il King bachmaniano ambienta in un’America ucronica, preda - a seguito di una lunga, sanguinosa e non meglio precisata Grande Guerra - di un grave crisi economica e soggetta ad una dittatura militare autoritaria che piega (e affama) i corpi e condiziona le menti.

            Suo capo e simbolo è il Maggiore, figura arcigna, spietata, disumana (o, meglio, deumanizzata), incarnazione di un potere che trasforma la violenza in spettacolo e disciplina collettiva. È lui ad aver istituito l’evento annuale noto come “La lunga marcia”: una “sfida assoluta” - pensata per reagire ad una presunta epidemia di pigrizia in un paese ossessionato dall’idea di tornare grande - che vede impegnati cinquanta ragazzi, “i migliori tra i nostri giovani”, selezionati (si dice, tramite sorteggio) tra una lunga lista di volontari e costretti a marciare per chilometri su strade desolate e impervie, scortati da un drappello di soldati armati (che ne trasmettono le gesta alla televisione). L’importante è mantenere un’andatura costante, senza mai scendere sotto le tre miglia orarie. Coloro che non riescono a sostenere il passo o che smettono di camminare ricevono fino ad un massimo di tre avvertimenti prima di ricevere il fatidico e inesorabile “congedo” - neanche a dirlo, a suon di proiettili. La marcia termina quando rimane un solo sopravvissuto, che riceve un ingente premio in denaro e può esprimere un qualsiasi desiderio.

            La recensione di The Long Walk, il film di Francis Lawrence tratto dal romanzo di Stephen King, con Cooper Hoffman e Mark Hamill.

            Trattasi, come avrete intuito, di una meccanica spietatamente essenziale nella quale King condensa tutta la propria visione: la deformazione del mondo contemporaneo in un’arena dove in gioco c'è molto più della vita stessa, e in cui ci si muove tanto fuggendo la morte quanto andandole incontro. Un’America (allora impantanata nelle paludi del Vietnam, di cui sono evidenti e lancinanti i rimandi) nella quale la competizione capitalistica e consumistica diventa annientamento fisico, l’intrattenimento si nutre di morte e il controllo sociale passa attraverso l’interiorizzazione della paura e la desensibilizzazione alla violenza. Idee che oggi il cinema sembra voler riportare in primo piano, riconoscendone la forza disturbante e, forse, la rinnovata attualità.

            Detto altresì, quella che infesta, invade e pervade (quantomeno nello spirito di partenza) pellicole come The Running Man e The Long Walk è una società e una nazione che, pure quando osservata dallo sguardo di un britannico come Edgar Wright, prova a (ri)leggersi per riflesso. A (ri)vedere e comprendere ciò che è attraverso ciò che è stata, o avrebbe potuto essere; nella lungimirante immaginazione e nella trasfigurazione ispirata di una delle sue penne emblematiche (ergo vendute). Il tutto, a fronte di un rischio evidente di derivazione. Nel senso di un immaginario che finisce per alimentarsi di opere che hanno ispirato — e sono state a loro volta ispirate — dalle pagine kinghiane: dai seminali Il signore delle mosche di William Golding e La lotteria di Shirley Jackson, fino al parimenti cruciale Non si uccidono così anche i cavalli? di Sidney Lumet, senza dimenticare modelli ormai ineludibili quali La fuga di Logan, Battle Royale, Cube, Hunger Games (ed emuli vari). Ma anche, e parallelamente, tenendo conto di un presente che procede a un’andatura ben più sostenuta. Che non marcia più ma corre. 

            Purtroppo, durante la visione di The Long Walk (che vede la luce del grande schermo dopo una produzione lunga e travagliata), non si riesce mai del tutto a capire se e quanto, di questo, ne siano consapevoli Mollner - reduce dal ludico e tarantiniano Strange Darling, dove comunque il genere veniva impiegato per lasciar affiorare, seppur in modo spesso effimero, le ipocrisie sociali e politiche del presente — o dello stesso Lawrence, verosimilmente scelto, con prudenza commerciale, per la sua esperienza alla regia degli ultimi quattro, se non cinque, capitoli della saga tratta dai romanzi di Suzanne Collins.

            Certo, i due introducono variazioni — e soprattutto nel finale operano scarti significativi — rispetto alla controparte letteraria. Un’infedeltà che, in linea generale, può persino rappresentare una condizione necessaria per rendere una trasposizione viva e rilevante. Tuttavia, The Long Walk sembra configurarsi come la proverbiale eccezione che conferma la regola: nel tentativo di rielaborare, si smarrisce infatti la capacità di rendersi davvero affascinante e stimolante, di procedere con passo autonomo.

            La recensione di The Long Walk, il film di Francis Lawrence tratto dal romanzo di Stephen King, con Cooper Hoffman e Mark Hamill.

            Più che camminare con le proprie gambe, la pellicola azzecca sì il reimpiego dell’estetica del war movie (uno di parola e sopravvivenza psicologica) ma finisce ben presto per vivere di rendita, ricalcando senza davvero rinnovarle o ridefinirle le intuizioni più radicali, le suggestioni e le astrazioni allegoriche e metafisiche dell’opera kinghiana.

            Non solo: molti di questi cambi di rotta peccano di scarsa credibilità drammaturgica e narrativa nel contesto mitopoietico di questa zona morta, di questi alter-USA. Basti pensare, ad esempio, allo stupore e all’inconsapevolezza — utili forse all’identificazione spettatoriale, ma difficilmente plausibili — esibiti da quasi tutti i concorrenti di fronte alla brutalità di uno spettacolo che (lo si ribadisce più volte) viene trasmesso ogni anno in televisione. Altre deviazioni scivolano invece nel programmatico e nell’artificioso, come nel caso del carattere rappresentativo, dell’organizzazione non discriminante e fin troppo calibrata dello stuolo dei cinquanta “morti viventi”, costruito con una precisione quasi sociologica ma al contempo attento a non escludere alcun segmento etno-sociale. Altrettante cedono ad una stanca e retorica riproposizione di un’idealizzazione del cameratismo militarista come ultima, fragile possibilità di sopravvivenza di un’identità, individuale e collettiva.

            Altre, infine, risultano semplicemente grossolane e inefficaci, com’è del resto The Long Walk nella sua interezza. Un film che confonde la linearità con la monocordia, dilatandosi oltre misura rispetto a ciò che ha effettivamente da dire e risultando prevedibile fin dal primo dei suoi reiterati scambi dialogici — verbosi fino allo sfinimento — che tradiscono la discendenza letteraria dell’opera senza però restituirne la forza, e che nemmeno rendono giustizia ad un cast sentito e partecipe, assemblato più per affiatamento e sinergia tra i singoli interpreti che per una loro reale verosimiglianza nei ruoli.

            E ancora, un congegno tensivo che si auto-disinnesca con rapidità, sacrificando persino il minimo barlume di carattere, l’ultima traccia di anima, un residuo di atmosfera (manco affine all’oscenità logorante, soffocante e alla ruvida, delirante, quasi lurida vertigine del romanzo) sull’altare della “commerciabilità”: vale a dire di quello stesso, ostinato, illusorio e tragico sistema che promette il trionfo mentre distribuisce punizioni indistinte, colpendo chi si conforma e chi devia. Chi resiste alla marcia (o alla sua corsa) e chi ne cade vittima.

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