
THE RUNNING MAN, l'anarchia cauta e confusa di Edgar Wright
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Running Man
USCITA ITALIA: 13 novembre 2025
USCITA USA: 13 novembre 2025
REGIA: Edgar Wright
SCENEGGIATURA: Michael Bacall, Edgar Wright
CON: Glen Powell, William H. Macy, Lee Pace, Michael Cera, Colman Domingo, Josh Brolin
GENERE: azione, fantascienza, thriller
DURATA: 133 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Edgar Wright torna dietro la macchina da presa con un adattamento di The Running Man che ambisce a restituire la ferocia visionaria del romanzo di Stephen King, ma inciampa in una tensione irrisolta tra satira e spettacolo. Ne nasce un film energico ma contraddittorio, visivamente roboante e narrativamente esitante, che smussa la radicalità della materia originale per abbracciare un intrattenimento più docile, sacrificando la furia politica e l’identità autoriale che avrebbero potuto renderlo davvero sovversivo.
Veicolare un messaggio (moralistico ergo ipocrita) o, semplicemente, intrattenere?
È questa la domanda che, ad un certo punto della sua decennale carriera, si è posto Dan Killian, machiavellico e implacabile produttore di The Running Man, il programma “da record”, la trasmissione più vista, seguita e popolare negli iper-divisi e sfasciati, violenti e marcescenti Stati Uniti di un futuro prossimo, dove la TV non solo è diventata la “prima (e forse unica) arte", ma è completamente asservita agli ordini e alle esigenze di un governo autoritario, dispotico e fascistoide.
E chissà se magari non sia lei stessa, oppure le megacorporazioni (come la FreeVee, la maggiore) che possiedono reti e frequenze, il sistema, il (vero) potere che costringe la maggioranza della popolazione a vivere in povertà assoluta con scarso accesso all'assistenza sanitaria e ai beni di prima necessità. Non certo al più “sensazionale” degli spettacoli, invece continuamente alimentato e rifornito a suon di assurdi reality show e quiz violenti, per tenere a freno il malcontento, disturbare e stordire le coscienze, evitando in sostanza che le cose degenerino e si diffonda il caos.
Ciò detto, medesimo è il quesito che (assieme al co-sceneggiatore Michael Bacall e ai co-produttori Simon Kinberg e Nira Park) potrebbe essersi fatto Edgar Wright - di ritorno dietro la macchina da presa a quattro anni dal tributo hitchcock-argentiano Ultima notte a Soho - nell’affrontare e trasporre per il grande schermo le pagine del (ahinoi) sottovalutato e omonimo romanzo di Stephen King, da lui pubblicato nel 1982 con lo pseudonimo di Richard Bachman - il medesimo col quale, non a caso, ha consegnato alle stampe pure La lunga marcia, altra visione inquieta, sanguinaria e disturbante (talora ancora di più dei suoi racconti horror duri e puri) di un’America sadica percorsa a piedi, con andature e modi differenti, in e a cui sopravvivere.

Il libro in questione è già stato portato al cinema nel 1987 da Paul Michael Glaser ne L’implacabile, una scellerata, febbrile, ridicola, eppure affascinante miscela baracconesca, iperbolica, incontenibile; compendio del cinema anni ‘80 più muscolare e pacchiano con protagonista un Arnold Schwarzenegger in precoce sintesi metatestuale e autoriflessiva. Un film, quello, che nondimeno si limitava a saccheggiare gli spunti migliori dell’opera kinghiana per farne altro, e cioè per tradirla.
Wright, al contrario, sembrerebbe voler recuperare fedeltà e coerenza nella feroce critica della società dello spettacolo, della manipolazione attuata dai media e di una violenza elevata a culto. Tuttavia il film, sin dalle prime sequenze, si ritrova pressoché costretto a dialogare – perfino a omaggiare con una certa simpatia, tra citazioni, richiami diretti e inscalfibile fan service – proprio quella tradizione cinematografica che avrebbe voluto superare e disinnescare.
Tale rapporto diventa così emblematico della qualità dell'intera operazione: irresoluta, indecisa, incapace di sciogliere definitivamente il dilemma tra satira affilata e intrattenimento sfrenato; tra pamphlet e popcorn movie; tra vocazione autoriale e prodotto commerciale. Due identità che collidono e coesistono in un cortocircuito vizioso, ossimorico che investe ogni componente della pellicola e la trascina, inevitabilmente, verso segmenti di pigrizia narrativa e di pedanteria moralista talvolta prossima al populismo.
Basandosi oltretutto sulle dichiarazioni dello stesso Wright - camaleontico e dunque greve, cupo, frenetico, tesissimo, angosciante sarebbero dovuti essere gli aggettivi con cui descrivere The Running Man, proposto quale viaggio verso il baratro, o ultimo spasimo di un mondo cui non resta che l’illusione – o la disillusione – di un’anarchia sospirata. Purtroppo, l’unico atto di sovversivismo è ai danni della materia letteraria, travisata, manipolata, stemperata, quando non ammorbidita e ammansita nel suo senso profondo, nell’ideologia, che nei contorni più brutali e crudi.
I motivi principali sono due, e abbastanza lapalissiani. Il primo è legato al fabbisogno merceologico imposto da una major come Paramount, difficilmente incline a finanziare un adattamento fedele di un romanzo così nichilista, anarchico, corrosivo - tra le altre cose, pure nei confronti delle grandi compagnie. La seconda ragione è invece la reazione ad un pubblico contemporaneo che, complice l’infosfera dei social, “vede tutto”, ma allo stesso tempo è diventato più intollerante e irritabile: una platea da accontentare e mai da provocare più del dovuto.

Ancor più temibile è, nel contempo, la minaccia della derivazione di un mondo che, al solito, appare mutuato e simile a decine di altri - anche e soprattutto se, come in questo caso, l’opera originaria ha funto da loro punto di riferimento. È la dura legge (e la possibile trappola) dell’iconografia cinematografica, dalla quale, suo malgrado, The Running Man (distopicamente confinante, oltre che con l’ineliminabile Hunger Games, con Elysium e Humandroid di Neill Blomkamp, non a caso prodotti dal succitato Kinberg) non riesce a scampare, se non nei rari momenti (uno su tutti quello che coinvolge l'amico Michael Cera) in cui il regista de L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz e Baby Driver prova a ricavare una dimensione per il proprio stile precisamente codificato, energico, dinamico, coreografico, visivamente maniacale, irrimediabilmente comico (talvolta financo stoner); cercando di aprirsi una breccia identitaria nell’action e nel blockbuster hollywoodiano. Cerca insomma di farsi valere in due agoni, quello della post-modernità e quello editoriale, mostrando però giusto i muscoli di un budget spropositato (110 milioni) e pochissima spina dorsale.
Ne deriva pertanto un adrenalinico ottovolante, nel quale Wright (di cui The Running Man è senza dubbio l’opera meno concentrata e compiuta) arriva alfine ad eclissarsi. Soddisfacente sul mero piano dei sensi e dell’affabulazione e, al contempo, nuovamente contraddittorio nel modo fumettoso, pruriginoso, funambolico, solito con cui filma la violenza, spettacolarizzandola laddove il concetto alla base di tutto dovrebbe condannarla e renderla ripugnante.
Nondimeno, pure queste scintille non bastano a sostenere i quasi 140 minuti di racconto. Men che meno ci riesce il cast, dominato da un Glen Powell mai davvero credibile né come padre né come working-class hero, il quale tenta dapprima una strada linklateriana, ma scivola ben presto e rimane intrappolato nella sua (ad oggi migliore) imitazione di Tom Cruise.
Al suo fianco, persino interpreti del calibro di Josh Brolin e Colman Domingo restano imbrigliati in ruoli promettenti solo sulla carta, incapaci di sopperire alle incertezze di scrittura di un film che, in un terzo atto posticcio, sfilacciato, cavilloso — da ripensare e rigirare ex novo —, tocca l’acme della propria rassegnata e prudente confusione, di una rabbia mai tradotta in reale convinzione.
The Running Man non sa davvero cosa dire, ma anche come dirlo e perché, e finisce così per smarrire definitivamente il proprio baricentro emotivo e politico. Il che non depone certo a favore della memorabilità di un oggetto che riesce a essere, paradossalmente, più circense e insieme più innocuo della versione con Schwarzenegger, sterilizzato nella sua furia e addomesticato nel suo potenziale eversivo. Un film che corre senza direzione, una scenetta dopo l’altra, scambiando l’anarchia per coreografia, la ribellione per posa, la sovversione per un pronto gesto da social.
Del resto, si sa: di Paul Thomas Anderson ce n’è uno solo.
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