
PASSENGER, ma forse era meglio starsene a casa
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Passenger
USCITA ITALIA: 21 maggio 2026
USCITA USA: 22 maggio 2025
REGIA: André Øvredal
SCENEGGIATURA: T. W. Burgess, Zachary Donohue
CON: Jacob Scipio, Lou Llobell, Melissa Leo
GENERE: thriller, horror
DURATA: 94 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Il norvegese André Øvredal torna a confrontarsi con i fantasmi, i pericoli, i rischi e le angosce del viaggiare, firmando un horror che combina possessione, folklore stradale e paranoia americana. Passenger parte da intuizioni affascinanti e da una tensione ben orchestrata, ma finisce col disperdere tutto dentro una scrittura meccanica e sorprendentemente svogliata.
La storia, l’origine stessa di quelli che oggi conosciamo come Stati Uniti d’America è legata al concetto di viaggio. Una spedizione, un’impresa, una conquista da est a ovest che hanno informato e definito non solo la geografia del Paese, ma anche il suo immaginario profondo.
Complici un orizzonte apparentemente sconfinato e un’estensione territoriale che ne fanno una delle nazioni più vaste al mondo, il movimento, l’attraversamento, la frontiera sono diventati presto miti fondativi, simboli di libertà individuale, reinvenzione e fuga da ogni tipo di stasi (politica, socio-culturale, economica). Fino a quando non è arrivato Jack Kerouac, e l’idea di on the road ha smesso di essere soltanto un’esperienza fisica o narrativa, assumendo progressivamente la forma di una subcultura, di uno stile di vita e di una vera e propria filosofia esistenziale. Oltre il mero spostamento: un linguaggio identitario, un modo di abitare il mondo e, soprattutto, di raccontarsi attraverso di esso.
Nondimeno - prima nel periodo successivo alla crisi del 2008, e oggi nella viralità frammentaria e post-pandemica di internet e dei social network - quell’immaginario apparentemente ribelle sembra essersi progressivamente regolarizzato. L’essere “anticonvenzionali” finisce sempre più per tradursi in una nuova forma di conformismo estetico ed emotivo, e così la fuga diventa contenuto, la spontaneità si converte in performance, l'errare in un format immediatamente riconoscibile. In un certo senso, il mito della strada — nato come rifiuto dell’appartenenza, del riconoscersi in una vita prestabilita, decisa da altri, dalla società o dal costume — è stato assorbito dalle logiche della visibilità e dell’algoritmo, fino a ridursi in un dispositivo di riconoscimento collettivo. Si è alternativi non tanto per sfuggire al mondo, quanto per potergli appartenere, seppur in una dimensione ristretta, minoritaria.
Simili riflessioni, seppur accennate, percettibili soltanto in controluce, sembrano attraversare, sfiorare Passenger, l'ultimo lavoro del regista norvegese André Øvredal. Un film che prende il via da uno spunto tanto semplice quanto efficace. O, per meglio dire, da una curiosità statistica tanto inquietante da sembrare plausibile: si presume infatti che, solo nello scorso anno, oltre 130 milioni di persone abbiano intrapreso un viaggio on the road e che, di queste, più di 15mila non abbiano mai fatto ritorno.

I pericoli, i rischi e le angosce del viaggiare tornano dunque ad alimentare il cinema del brivido dell’autore di Autopsy — considerato da molti tra gli horror a tema possessione più riusciti degli ultimi anni — e del deltoriano Scary Stories to Tell in the Dark. Un immaginario che Øvredal aveva già provato a esplorare, con risultati più ambiziosi che convincenti, in Demeter - Il risveglio di Dracula, libera espansione narrativa del settimo capitolo dell'immortale romanzo di Bram Stoker, interamente dedicato alla famigerata traversata della goletta con a bordo (all’insaputa di tutti i passeggeri) la bara del Conte Dracula.
Il Male - o chi per lui - è molto vicino pure ai viandanti su quattro ruote di Passenger. Si manifesta invero prendendo di mira coppie di viaggiatori che, di notte, sostano ai margini di strade buie e desolate, per insinuarsi all’interno dei loro veicoli e occupare, in un modo o nell’altro, il posto che gli spetta: quello del Passeggero, per l'appunto.
Ad esserne perseguitati sono, tra gli altri, Maddie e Tyler, fidanzati prossimi alle nozze che decidono di vendere il loro appartamento a New York, liberandosi di ogni cosa superflua, di ogni comodità e orpello inutile, per iniziare a girare gli Stati Uniti a bordo di un van riconvertito a casa mobile alla ricerca di un qualche scampolo di libertà. O, più semplicemente, di aria nuova, cambiamento, un nuovo inizio con nuove prospettive. Sperano in un'avventura, ma bastano appena due mesi perché - dopo aver soccorso un’auto apparentemente incidentata lungo una strada deserta, nel bel mezzo di un bosco - attirino su di sé le mire insieme diaboliche e perverse di questa misteriosa entità. Un incontro che li costringerà a reagire e a resistere, sia scoprendo il vecchio codice HOBO — il linguaggio geroglifico dei viaggiatori clandestini dei primi del Novecento — sia rispolverando qualche lezione di teologia applicata, quando la loro unica possibilità di salvezza sembrerà legata alla figura di San Cristoforo, patrono proprio dei viaggiatori.
Ebbene, non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente densità simbolica né dalle promesse di “elevazione” insite nella frase del santo posta in epigrafe: la massima ambizione di Passenger resta saldamente ancorata all’immediato, all’effetto, a tutto ciò che possa produrre spavento, inquietudine e suspense. A tale logica viene subordinato e adattato ogni elemento, a partire dal copione firmato da Zachary Donohue e T.W. Burgess, i quali entrano subito nel vivo della vicenda senza preoccuparsi di andare oltre il mero pretesto narrativo, né di sviluppare le intuizioni iniziali, né tantomeno di costruire una mitologia un minimo suggestiva. Il risultato è un lavoro maldestro, trasandato, a tratti pretestuoso che raggiunge il suo apice in una serie di dialoghi che, quando non risultano involontariamente ridicoli o meccanici, scivolano in una artificiosità tale da risultare quasi inascoltabili.

Ma, come direbbe un certo Bob Ross, “non esistono errori, soltanto felici incidenti”. E infatti la speranza di Donohue e Burgess, così come — con ogni probabilità — del produttore Walter Hamada (già dietro ai primi The Conjuring, Annabelle e IT, e qui impegnato nel proseguimento della sua “proficua” collaborazione con Paramount), è che Øvredal riesca a trasformare proprio queste mancanze e queste sciatterie di scrittura in opportunità registiche.
Inutile dire che, al netto di una mano solida e di indubbio mestiere — abile nel costruire e mantenere alta la tensione, notevole nel lavoro sull’illuminazione insieme all’italianissimo direttore della fotografia Federico Verardi, così come nell’uso delle panoramiche o di un sonoro dal meticoloso design spaziale — la pellicola finisce inevitabilmente per risentire della pigrizia di una sceneggiatura che sembra girare a vuoto. Ridondanze, situazioni reiterate e un senso di progressiva dispersione finiscono infatti per erodere quell’atmosfera subito promettente, che evapora man mano che il racconto si addentra nel cuore del mistero e nel vivo delle rivelazioni, fino a raggiungere stancamente la fatidica soglia (psicologica) dei novanta minuti.
Insomma, l’impressione di fondo è quella di un motore di alta gamma — ormai un po’ logoro e con pochissima tenuta — montato su un telaio di seconda mano. Øvredal è senza dubbio la scelta più adatta: pochi film-maker sarebbero stati altrettanto congeniali ad un ibrido così bislacco, che s’innesca dalle parti di Christine - La macchina infernale, devia verso Duel, The Blair Witch Project e The Wind, per poi trasformarsi nella metà oscura di Nomadland, con un mostro a metà tra la suora di The Nun e la creatura interpretata da Jacob Elordi in Frankenstein (come se entrambi fossero passati attraverso il volto di un Liam Neeson grinzoso e deturpato). Eppure il film, da Vacanze romane a Nuovo Cinema Paradiso, esibisce persino riferimenti diversi, più sofisticati di quanto fosse giusto aspettarsi.
Questo però non basta a salvarlo da uno degli epiloghi meno sorprendenti e meno esaltanti immaginabili, comprensivo della didattica e prevedibile scelta di The Passenger di Iggy Pop sui titoli di coda. Sulle cui note vien quasi da chiedersi se, la prossima volta, non sarebbe meglio restarsene comodamente a casa.
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