
SCARY MOVIE 6 ha più ansia (da prestazione) della Gen-Z
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Scary Movie
USCITA ITALIA: 4 giugno 2026
USCITA USA: 5 giugno 2026
REGIA: Michael Tiddes
SCENEGGIATURA: Marlon Wayans, Shawn Wayans, Keenen Ivory Wayans, Craig Wayans, Rick Alvarez
CON: Marlon Wayans, Shawn Wayans, Anna Faris, Regina Hall, Cheri Oteri, Chris Elliott, Dave Sheridan, Lochlyn Munro, Jon Abrahams, Anthony Anderson
GENERE: horror, commedia, parodia
DURATA: 95 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Scary Movie torna in forma di requel nell’era dei reboot infiniti e della nostalgia industriale. I Wayans rivendicano le origini e l'impronta black della saga, ma il risultato si perde in un accumulo isterico e ossessivo di citazioni e gag che finisce per divorare il film dall'interno.
Guess who’s back. Ci sono voluti tredici anni perché rispuntasse di fronte ai nostri occhi la saga di Scary Movie, nata nell’estate del 2000 come risposta in chiave caricaturale e farsesca (soprattutto) di Scream, l’horror satirico, autoriflessivo e metatestuale firmato dall’indimenticabile duo Wes Craven e Kevin Williamson che a fine anni ‘90 aveva risollevato il genere da un momento di crisi e una bulimia di seguiti e rilanci quasi mai all’altezza.
Ora: se c’è una cosa che sappiamo, è che sia nel cinema come nella vita la storia tende a ripetersi. E allora sorprende fino ad un certo punto che la creatura concepita dall’estro creativo e dalla vis anche commerciale dei fratelli Shawn, Marlon e Keenen Ivory Wayans — oggi giunta al sesto capitolo, con gag e parodie che, col tempo, hanno travalicato il panorama horrorifico, diventando a tratti più celebri e iconiche di ciò che che imitano e sbeffeggiano — faccia ritorno proprio in una sorta di nuova età dell’oro, o forse delle tenebre, per il genere in questione.
Dal 2013 di Scary Movie V, infatti, l’horror si è tramutato in uno dei terreni più fertili del panorama cinematografico contemporaneo, incubatore privilegiato per l’emergere e l’affermazione di nuove voci autoriali. Parallelamente, realtà produttive come (la non più indie) A24 hanno contribuito a ridefinirne la percezione critica: se l’etichetta di “elevated horror” si è rivelata spesso fuorviante e divisiva, il suo impiego ha finito per legittimare ulteriormente il genere presso i grandi festival internazionali, aprendo la strada ad un’attenzione e una considerazione senza precedenti da parte delle istituzioni premianti, Oscar compresi. Negli ultimi tempi, poi, l’horror ha saputo appropriarsi di linguaggi, estetiche e sguardi nati sul web e sui social — basti pensare a fenomeni recentissimi come Obsession e Backrooms — rielaborandoli in opere capaci di compiere quella che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata un’impresa impensabile: contendere il primato commerciale alle grandi produzioni hollywoodiane. In alcuni casi, persino superarle, relegando in secondo piano brand storici e fondativi come Star Wars e assumendo, di fatto, il ruolo che per decenni è appartenuto ai blockbuster tradizionali.

Insomma, tutto è cambiato, ma Scary Movie no. O, per meglio dire, sono mutati gli addendi - ergo i riferimenti socio-culturali e, ovviamente, i titoli, gli universi e gli immaginari di cui prendersi gioco - ma il risultato, lo spirito e l’effetto sono rimasti idealmente i medesimi dei suoi primissimi passi. Complice, in questo, il coerente e logico rientro nei lidi e nei luoghi di sempre della dinastia Wayans (incluso il fratello Craig, già co-sceneggiatore del secondo capitolo), ma anche e soprattutto della banda di interpreti e volti che, in un modo o nell’altro, fece la fortuna di quell’instant cult.
Oltre ai succitati Marlon e Shawn, che rispolverano le vesti dell’inimitabile e ormai sinonimico Shorty Meeks e dell’esilarante Ray Wilkins, rivediamo Anna Faris nei panni di una Cindy Campbell irreparabilmente traumatizzata, psicolabile, devota all’alcool, andata a ripetizioni dalla Laurie Strode incanutita e rabbiosa interpretata da Jamie Lee Curtis nei tre Halloween di David Gordon Green, e l’inseparabile Regina Hall (vista da poco in Una battaglia dopo l’altra) che invece per la sua Brenda Meeks ha preso lezioni e look dalla Octavia Spencer di Ma. A loro, si aggiungono Dave Sheridan alias Doofy Gilmore, una Cheri Oteri à la Demi Moore nel ruolo di una Gail Hailstorm che si sente minacciata dalla proverbiale invasione delle ultrainfluencer, Chris Elliott in versione Nicolas Cage, il Greg Phillippe di Lochlyn Munro, assediato dalle pene di una vecchia polaroid, e un fugace Jon Abrahams in una febbrile visione del suo Bobby Prinze.
Come dimenticare poi i loro “figli” nella finzione: Sarah e Martedì Campbell, Dei e Brad Meeks coi rispettivi fidanzati, fidanzate, amici e amiche. Ma anche l’immancabile cammeo di una grande star del momento com’è la candidata all’Oscar (e fiera vincitrice di un Golden Globe!) Teyana Taylor nei panni di una ancor più smodata versione di sé; e va da sé il caro Ghostface, l'assassino mascherato, tornato dopo tutto questo tempo per mietere vittime in nome di una vendetta molto personale…
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per un requel (o, come vien detto qui, un rebootquel) da manuale. In gergo, un film che funge sia da seguito che da riavvio di un franchise, con una storia ambientata nel presente rispetto all'opera originale, introducendo nuovi personaggi, ma richiamando fortemente gli eventi e le atmosfere del passato. Un’ossessione comune dell’horror coevo su cui Scary Movie (questo sesto capitolo, di fatto ma non di nome) costruisce una delle sue millemila battute poiché, d’altronde, ben consapevole dell’incapacità o impossibilità di resisterle nell’attuale contesto industriale e produttivo. È lo stesso sistema nel quale regnano incontrastati la "stronza nostalgia" e il fanservice, strumenti ormai imprescindibili per riportare in sala spettatori di lunga e nuova data.

Eppure la pellicola — più affidata che realmente diretta da Michael Tiddes, storico sodale di Marlon Wayans e fedele esecutore dei suoi sfortunati spoof in solitaria (i due Ghost Movie, Cinquanta sbavature di nero e il netflixiano Ricomincio da nudo) — finisce anche per confermare un’altra tendenza caratteristica tanto dei requel quanto, più in generale, della produzione odierna. Vale a dire la crescente esplicitazione della dimensione politica. Ciò che un tempo rimaneva implicito, latente, confinato al sottotesto o all’interpretazione, oggi viene portato in superficie e reso materia narrativa manifesta, quasi programmatica.
Trattasi, in questo caso specifico, di una questione metacinematografica; una consueta riflessione sui meccanismi del genere che, in quanto tale, diventa dapprima familiare e poi generazionale, fino ad informare le motivazioni stesse della vendetta, immancabilmente brutale e sanguinaria, del — o più spesso dei — killer mascherati. Ma è soprattutto in una ragione socio-culturale che i Wayans scovano — o costruiscono a tavolino — un’urgenza diversa da quella puramente commerciale, utile a legittimare il ritorno di Scary Movie. In questo nuovo capitolo, infatti, la saga sceglie di confrontarsi — con piglio causticamente esorcistico — con il razzismo e le molteplici forme discriminatorie che, nonostante decenni di battaglie civili e proclamati slanci progressisti, paiono ancora inestirpabili, radicati in profondità nel tessuto sociale statunitense e, di conseguenza, a Hollywood, che è una delle sue più potenti proiezioni simboliche e culturali.
A tal proposito, si decide di risalire alla fonte, sviscerando — o forse eviscerando — la matrice culturale e l’identità black che avevano informato il franchise e che erano state progressivamente sedate e dissipate con il passaggio di testimone dai fratelli Wayans ai — direbbero loro — “bianchissimi” David Zucker e Jim Abrahams, vera e propria istituzione della commedia demenziale e parodica con Ridere per ridere, L'aereo più pazzo del mondo e la serie Una pallottola spuntata. Più che un semplice ritorno, questo sesto episodio si configura dunque al pari di una rivendicazione identitaria: il tentativo di riappropriarsi di una voce e di una sensibilità che appartenevano agli Scary Movie fin dall’inizio. Tanto da concepire una commedia orgogliosamente e genuinamente afroamericana, sboccata e irriverente, alimentata da un umorismo volutamente volgare, provocatorio e senza filtri, che fa della scorrettezza e dello sberleffo non soltanto una cifra stilistica, quanto una precisa dichiarazione d’intenti.
Purtroppo però, questa rimane un’intenzione programmatica e meno un principio realmente operativo: un’idea continuamente evocata, rilanciata, ripresa, senza mai tradursi in un discorso filmico ed estetico compiuto, né essere portata fino alle sue estreme conseguenze.

D’altronde, bastano pochi minuti perché il film abbandoni qualsiasi parvenza di ordine e coerenza interna, lasciandosi travolgere da una follia anarchica e da un caos deliberatamente informe e frammentario. È il destino stesso di Scary Movie 6: una corsa sulle montagne russe che ha rinunciato ai binari, o che forse non ha mai avuto intenzione di posarne, preferendo all’organicità di un racconto - intrinsecamente sfilacciato, ipertrofico, straripante, schizofrenico - l’accumulo compulsivo di sketch, deviazioni e digressioni, in un flusso sempre più dispersivo, autarchico e meno coeso, destinato a sfuggire a qualsiasi forma di controllo. È più divertente descriverlo che guardarlo, questo vertiginoso carosello che è pure un’irrefrenabile festino, una compilation senza soluzione di continuità, un frullatore impazzito sospeso tra il carnevalesco e il circense. E ancora: un bailamme che assume le sembianze di un’arca stracolma di relitti culturali, un interminabile elenco di caselle da spuntare, un catalogo vorace e insaziabile di citazioni, ammiccamenti e riferimenti che saccheggiano e prendono di mira indiscriminatamente ogni angolo dello zeitgeist statunitense, dall’intrattenimento al mondo di internet, dalla politica alla cultura pop.
Di per sé, però, nemmeno il suo configurarsi come una sorta di caleidoscopico e chiassoso tubetto di pillole per il disturbo da deficit dell’attenzione — o, se si preferisce, come un film che sembra sapere poco o nulla di cinema perché concepito, predisposto e confezionato per essere smembrato in reel, clip e short destinati a inondare i feed e le bacheche di mezzo mondo — costituirebbe un problema.
Lo diventa nel momento in cui Scary Movie 6 finisce per trasformarsi nella propria parodia. I primi capitoli erano scorretti senza avvertire il bisogno di proclamarlo. Non sentivano la necessità di spiegarsi, di giustificarsi o di rivendicare continuamente la propria natura trasgressiva: la esprimevano nei fatti, attraverso scelte, soluzioni, intuizioni. Qui, al contrario, si ha spesso l’impressione che la scorrettezza sia diventata perlopiù un argomento. Come se questo sesto capitolo disponesse di un numero troppo esiguo di idee davvero memorabili per poter fare affidamento esclusivamente su di esse, e fosse perciò costretto a ribadire incessantemente le ragioni del proprio ritorno, il valore della propria eredità e il politicamente scorretto di cui pretende di farsi campione. Il tutto, mentre continua a riversare sullo spettatore una quantità industriale di gag, scenette e provocazioni, nella speranza che, per pura statistica, qualcuna finisca per colpire nel segno.

Se è vero allora che “chi di lama ferisce, di lama perisce”, i Wayans - per quanto possano dirsi o autodefinirsi geni del marketing - rivelano con questo requel un’ansia (da prestazione) forse persino maggiore di quella che attribuiscono alla Gen-Z contro cui, da ultimo, si scagliano. Quella stessa generazione che tenta di orientarsi in un mondo sull’orlo del collasso, privo di certezze e appigli, catalogando, classificando, nominando ogni cosa, aggrappandosi a definizioni e sfumature che spesso non fanno altro che rendere la realtà ancora più ambigua, sfuggente e indecifrabile.
Così, nel momento in cui il film pretende di irridere questa pulsione tassonomica, finisce inconsapevolmente per replicarla. Ossessionato dal bisogno di posizionarsi, dichiarare continuamente ciò che è e ciò che rappresenta, Scary Movie 6 cade nella stessa trappola che denuncia. E come quella generazione che, nel tentativo di spezzare le catene del passato, rischia talvolta di forgiarne di nuove, anche i fratelli finiscono per restare prigionieri della propria immagine, del proprio mito e di un’idea di trasgressione dai risvolti moralisti e adultisti. Diventano, loro malgrado, la spaventata caricatura di loro stessi. O, per restare in tema, uno degli orrori moderni che vorrebbero esorcizzare.
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