
THE SUBSTANCE, la formula segreta dell'orrore contemporaneo
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Substance
USCITA ITALIA: 30 ottobre 2024
USCITA USA: 20 settembre 2024
REGIA: Coralie Fargeat
SCENEGGIATURA: Coralie Fargeat
CON: Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Quaid
GENERE: thriller, horror, fantascienza, drammatico
DURATA: 141 min
Prix du scénario al Festival di Cannes 2024
VOTO: 9
RECENSIONE:
Miglior sceneggiatura a Cannes 2024, The Substance è Dorian Gray che incontra la traduzione disneyana di Biancaneve, raccogliendo nel frattempo pezzi di cinema dei padri. Nondimeno, la regista francese non si dimentica mai di essere “una” e mantiene il controllo della sua creatura filmica grazie ad un’identità precisa e ad una visione autoriale. Ossia insostituibile. Al pari di un film quasi muto, The Substance risponde quindi all'esteriorità del presente con la vertiginosa e spaesante densità delle proprie immagini e ottiene la formula segreta dell'orrore contemporaneo.
A star is (re)born. Il suo nome (appositamente da film) è Elisabeth Sparkle, attrice hollywoodiana d’antan che, malgrado il premio Oscar vinto per non si sa che ruolo, è ormai tramontata, caduta in oblio e costretta alfine a negoziare, garantire, far sopravvivere il proprio stardom, un’immagine divistica decadente, all’interno di un pulcioso e pacchiano show televisivo di fitness, dove scalcia, si piega, ansima al ritmo di un motto che pare più una promessa a sé stessa: you (still) got iti!
Tutto bene, o quasi, fino a quando, nel giorno del suo compleanno, scopre che Harvey, il viscido e misogino manager della rete, ha intenzione di scaricarla e sostituirla con un volto (e un corpo!) fresco e giovane. “Il cambiamento è inevitabile”, le dice faccia a faccia, “non so come abbia fatto a rimanere qui fino a questa età”, “le donne, passati i 25 anni, perdono la loro fertilità”, le capita di sentire.
Per sua apparente fortuna, poche ore più tardi si ritrova fra le mani una misteriosa pen-drive con su scritte due parole: The Substance, il nome del programma sperimentale, evoluzione fantascientifica della chirurgia plastica, a cui inevitabilmente Elisabeth finirà per aderire. Il funzionamento è tanto chiaro quanto rigido: iniettandosi un liquido d’attivazione, dal corpo della donna, , per partenogenesi, ne prenderà forma e vita un altro. Nessun body-double, ma un’entità altra da sé. O - per dirla col video di dimostrazione - una versione migliore, più bella, più perfetta di lei, che si auto battezzerà Sue (al pari di un perversione di She, di un ideale femminile - di nuovo, i nomi sono importanti).
Una volta attivato questo “bodyware”, le due dovranno alternarsi ogni settimana, l'una andando in ibernazione e l'altra libera di vivere sostentata fisicamente dalla prima. Così facendo, Elisabeth potrà rivivere per interposta persona la propria giovinezza sfiorita con tutti i suoi benefici, percependo nello stato comatoso tutto quello che farà Sue, incluso tentare di prendersi quella celebrità, quelle luci che erano della diva. Una cosa, però, non va mai scordata: qualunque cosa accada, Sparkle rimane la matrice, “è una”, l’unica e sola.
Laddove, in un primo momento, le cose sembrano funzionare, l’equilibrio di sette giorni per una viene ligiamente mantenuto; Sue inizia presto a prenderci gusto, diventa sempre più ribelle, fino al punto di scegliere di "restare sveglia" oltre il limite stabilito, cominciando a prosciugare la linfa vitale della sua sorgente…

Quel che avete appena letto è la premessa da (eccellente) body horror di serie B alla quale “reagisce” The Substance, l’acclamatissima opera seconda della francese Coralie Fargeat - già vincitrice del premio alla miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes (2024, ndr) e, da qui, lanciatissima verso la stagione dei premi americana.
Suo era Revenge, una declinazione fieramente pop e fortemente pulp del filone - neanche a dirlo - rape and revenge, spintissima sul fronte del genere, ma, al contempo, dalle evidenti e talora acute velleità autoriali. Una pellicola che, per sua deformazione, parlava del rapporto tra desiderio maschile (infuocato dal male gaze) e oggettificazione del corpo femminile; delle stimmate, della pelle marchiata, dei traumi indelebili, ma anche di atteggiamenti predatori e mentalità sessista. Il tutto, inserito nella dimensione tensiva e narrativa di un gioco al gatto col topo, di caccia, fuga, azione, reazione, corsa e rincorsa.
Nondimeno, ciò che, più di ogni altra cosa, proponeva, intendeva mettere in scena quell'esordio era la rinascita e la permuta, già di per sé body horror, di un corpo non più da bramare, bensì da temere. Non più soltanto una prigione, un pezzo (di carne) al miglior offerente, ma anche l’imprescindibile testimone e veicolo di un messaggio lancinante, acido, corrosivo.
Revenge funge allora da fondamento in potenza di quello che la neocineasta riesce a concepire e raggiungere in The Substance. Che raddoppia l’ambizione, la grandezza, estende l’obiettivo, la portata, accumula genoma cinematografico, ma accorda di pari passo la convinzione, la lucidità, le intuizioni, l’occhio. Il fulcro è perciò ancor di più il corpo, solo assediato ed esposto nelle implicazioni, conseguenze, nelle pieghe di sfruttamento che quel male gaze, quel meccanismo di famelico e distruttivo appetito voyeurista “sostanzia” nell’ipersocietà mass-mediatica, nell’agone virtuale, nella commercializzazione capitalistica di un ideale di bellezza e, ovviamente, nel mondo dello show-business.
In questi termini, The Substance è esso stesso una versione migliorata del medesimo, riconoscibile software autoriale (le cui radici possono ritrovarsi pure nel corto prodromico Reality+), ulteriormente aggiornata allo zeitgeist contemporaneo, all’epoca dei trattamenti di bellezza, della neo-alchimia della skin-care, degli enhancement sintetici (a forza di siringhe e silicone) o filtrati, dell’ageismo, delle “ansie da presentazione”, come pure dello spasmodico controllo della propria apparenza e della continua competizione con gli standard imposti.

Ciò detto, sarebbe ingiusto ridurre il lavoro di Fargeat all’ennesima critica, ad un altro anelito ironico, grottesco, dissacrante, provocatorio.
No, The Substance è molto più raffinato di quel che dice. E infatti lo è in quel che dà a vedere. Nello spirito (ri)vendicativo non più oggetto della narrazione, ma inoculato nelle immagini, a composizione di uno statement vertiginoso e ostinato di depauperamento e successiva riappropriazione, femminile e femminista, di quello sguardo, insaziabile e avvilente, perverso e inestirpabile, sessualizzato, ripreso, moltiplicato, mediato, messo in mostra senza alcun ritegno, la cui insonnia (altro che Goya) genera mostri deformi e difformi. Sempre nel segno di una diversa, corretta declinazione di un cambiamento “inevitabile”.
Escrescenze e recrudescenze, che Fargeat - incurante di potenziali didascalismi, a costo di autosabotarsi - non ha timore di mostrare e sfruttare fino in fondo. Questo perché ormai a contare davvero è ormai solo ciò che vediamo. Ed è come lo vediamo apparire, inoltre, che ne certifica la sostanza, al di là dell’esistenza. A questa idea, corrisponde poi l’ossimorica sagacia di una “substance” che è forse l’espressione finale, definitiva, capitalistica di quella gerarchia del vedere e(rgo) del consumare. Allo stesso tempo, ne deriva l’utilizzo sfrenato e preminente che, con lucidità formidabile, la regista fa del lato estetico e visuale, della costruzione iconica, della messa in scena.
Nell’epoca dell’esteriorità, del tutto-immagine, del “per sempre belli” (così da essere "felici e contenti"), la cineasta sceglie dunque il contrappasso di un film muto (o quasi) che si pone esattamente a metà strada tra i fasti della grande letteratura e del cinema dei padri (Il ritratto di Dorian Gray incontra la traduzione disneyana di Biancaneve, raccogliendo nel frattempo pezzi di Kubrick e Hitchcock, Aldrich e De Palma, Verhoeven e Lynch, Miike e Tetsuo, Yuzna e Stuart Gordon, Zemeckis e Pan Cosmatos, il Del Toro di Cronos e la Troma di Lloyd Kaufman, ovviamente Cronenberg) e la grammatica estetica dei social network, fatta di balletti, incessanti allusioni, baiting, unboxing, imprescindibile e martellante autopropaganda giocata sull’allure del proprio microverso - che deve obbligatoriamente “acchiappare” fin dai primi secondi.
Un'opera che non solo vuole parlare alla più ampia platea possibile, annullando le distanze tra cinema d’autore (che sposa nei modi) e cinema di genere (del quale asseconda totalmente il concetto e comprende l’importanza del “packaging”), ma che anzitutto richiama e omaggia la propria, chiarissima eredità filmica senza per forza abbandonarsi alle tendenze nostalgiche, né tantomeno piegarsi alle ragioni vacue, pretenziose, (di)mostrative della cinefilia.

A differenza della sua protagonista, Fargeat non si dimentica mai di essere “una” e sa mantenere il controllo della sua creatura, del suo Frankenstein, grazie ad un’identità precisa, un approccio, una visione autoriale. Ossia insostituibile.
Difatti, non ci fosse stata, siamo pressoché certi che nemmeno avremmo potuto immaginarla, una Demi Moore nel suo personale canto del cigno, così coinvolta, intrepida, spericolata sul filo dell’(auto)biografia e di un divismo decaduto. E forse Margaret Qualley non ne sarebbe venuta fuori in maniera tanto incisiva, come corpo attoriale tanto eclettico, plastico, caleidoscopico ché il suo semplice stare in scena suona come una promessa. Ma soprattutto saremmo finiti per parteggiare per una delle due, metterle in contrapposizione, distinguerle, incapaci di comprendere fino a dove si spinge la loro fusione e liquefazione sotto l’egida dello stesso anatema; il loro essere entrambe principesse (dis)incantate, vittime dello stesso presente.
Quello che, solo per merito della sensibilità della sua autrice, The Substance può eviscerare e, di conseguenza, tentare di debellarne la fugacità dall’interno, scardinarne i meccanismi basilari. Solo così, può vivere di densità, gravità, profondità della rappresentazione. Di quadri che raccontano il marcio con segno asettico. Di fotogrammi che aprono squarci di senso e di spazio(-tempo) in cui è impossibile non precipitare. E ancora, di efficaci metafore visive, contrasti, ossimori, giustapposizioni di montaggio e scenografie quale (de)costruzione, primo riflesso e riflessione sui corpi in (s)oggetto, trionfi dell’effettistica e del make-up, una fotografia über-pop e un sonoro che si rivela inconscia e invisibile quota perturbante e horrorifica di un’operazione assimilabile ad una performance concettuale. Double-feature di Blonde di Andrew Dominik. Versione migliorata di Men di Alex Garland. Sostanza ematica e cutanea dell’oggi.
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