
THE MANDALORIAN AND GROGU, una galassia lontana lontana... da sé stessa
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Star Wars: The Mandalorian and Grogu
USCITA ITALIA: 20 maggio 2026
USCITA USA: 22 maggio 2025
REGIA: Jon Favreau
SCENEGGIATURA: Jon Favreau, Dave Filoni, Noah Kloor
CON: Pedro Pascal, Sigourney Weaver, Jeremy Allen White, Jonny Coyne, Dave Filoni, Martin Scorsese
GENERE: fantascienza, azione, drammatico, avventura
DURATA: 132 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Il ritorno di Star Wars al cinema si rivela un’operazione nostalgica senza slancio né senso di meraviglia: Jon Favreau ricicla la grammatica seriale di The Mandalorian dentro un lungometraggio svuotato di immaginazione, sospeso tra fanservice, appiattimento industriale e inerzia creativa. A salvarsi, paradossalmente, è soltanto la musica di Ludwig Göransson, ultimo battito vitale di una galassia sempre più distante da sé stessa.
Questa è la via. Sì, ma quale? Forse quella di The Mandalorian — o, per essere precisi, delle sue prime due stagioni — ma non certo, inutile girarci attorno, quella di The Mandalorian and Grogu, un film che è tante cose.
Anzitutto, l’atteso (?), il grande (?) ritorno al cinema di Star Wars, a sette anni dal detestabile L'ascesa di Skywalker, prima vera grossa turbolenza (sul piano del consenso pubblico) per l’universo creato quasi mezzo secolo fa da George Lucas - dopo il monito (sotto forma di flop al botteghino) rappresentato dall’eccessivamente detestato Solo: A Star Wars Story e il temerario tentativo di rivoluzione di Rian Johnson ne Gli ultimi Jedi. Una crisi poi soltanto aggravata dalle debacle di alcune delle sue incarnazioni targate Disney+, come Obi-Wan Kenobi, The Acolyte e Skeleton Crew.
Ma The Mandalorian and Grogu è anche il sequel diretto della serie che, proprio nello stesso anno di Episodio IX e a poche settimane dalla sua uscita in sala, era riuscita contro ogni previsione a rilanciare, rinvigorire e restituire nuova speranza al franchise. Merito delle avventure - girovaghe, picaresche, apparentemente slegate dal più grande disegno, dal più vasto ordine delle cose - di Din Djarin, questo laconico e solitario cacciatore di taglie di chiara matrice eastwoodiana, segnato da un passato tragico e misterioso, al fianco di un minuscolo esemplare di Yoda: una creatura per la quale il nostro pistolero diventerà prima un imprevisto salvatore, poi un maestro improvvisato e alfine una sorta di padre putativo.
Parliamo di una serie, The Mandalorian, nata dall’incontro tra l’astuzia (soprattutto commerciale) di Jon Favreau e la passione viscerale, il trasporto da fan e la conoscenza enciclopedica di Dave Filoni, già deus ex machina di amatissimi show animati come Star Wars: The Clone Wars - grazie ai quali è riuscito nell’impresa di riabilitare la tanto vituperata trilogia prequel, ampliandone l’afflato, stratificandone i personaggi e conferendole una profondità insospettabile - che, forte del successo delle avventure del nostro cowboy spaziale, è stato poi promosso a direttore creativo dell’intera saga e, di recente, finanche a subentrare alla storica Kathleen Kennedy alla guida di Lucasfilm.

Ebbene, i due “papà” di Mando riuniscono le forze assieme ad uno degli sceneggiatori televisivi, Noah Kloor, per questo primo lungometraggio tratto da una serie di Guerre stellari, nonché suo terzo spin-off cinematografico nel quale, sostanzialmente, poco o nulla sembra essere cambiato dalla sconfitta del perfido Moff Gideon e dalla rifondazione di Mandalore avvenuta nel finale della terza stagione.
Din Djarin e il piccolo Grogu li ritroviamo infatti pressoché immutati, assoldati da una ancora fragile Nuova Repubblica per dare la caccia e catturare (quando possibile) signori della guerra che, nell’ombra, tramano per far risorgere dalle ceneri l’Impero di Palpatine e Darth Vader. Nel corso di questa caccia, la strana coppia si ritrova coinvolta in una delle sue missioni più insidiose, quando il colonnello Ward chiede loro di mettersi sulle tracce di un certo comandante Coin, uno dei pochi di cui il governo di Coruscant non conosce né volto né identità. A sapere qualcosa, però, sono gli Hutt — il clan criminale più temuto della galassia — disposti a rivelare informazioni vitali, ma ad un prezzo. E cioè ritrovando e riportando a casa sano e salvo il (non più cucciolo) Rotta, figlio dell’indimenticato Jabba, ora prigioniero di un’organizzazione malavitosa sul pianeta Sequoia…
Inizia (promettendo) come l’ultimissimo Indiana Jones, The Mandalorian and Grogu: con un grande, esaltante, divertente action piece, abbastanza memorabile, che rielabora il classico assalto alla diligenza — o al treno — traslandolo però nelle forme metalliche di due AT-AT imperiali. Successivamente, sembra trasportare l’immaginario lucasiano dentro la luce abbacinante e scottiana della California di Top Gun, nel momento in cui riappare Sigourney Weaver, musa per eccellenza dell’altro Scott (Ridley), per poi scivolare in uno scenario urbano fortemente debitore di Blade Runner (sempre Ridley Scott) sebbene innervato da dinamiche gladiatorie che guardano molto più a Thor: Ragnarok che non al kolossale peplum firmato dallo stesso autore di Alien. Infine, abbraccia senza esitazioni la sua anima più western, in bilico tra gli originari e inconsci prototipi di Akira Kurosawa, e le loro personalissime reinvenzioni all’italiana ad opera del mitico Sergio Leone.
Insomma, quella di Mando e figlio è ancora una storia di frontiera; di contaminazioni, innesti, fusioni tra generi, atmosfere, e tante forme di cinema. La riconferma di quella permeabilità estetica da sempre inscritta nel codice genetico di Star Wars, ma anche dei suoi confini smisurati e di un orizzonte potenzialmente infinito, in linea con la migliore tradizione hollywoodiana. Peccato soltanto che, questa volta, tali coordinate vengano assunte e reimpiegate nel percorso del film senza quella consueta rielaborazione, quel passaggio ulteriore, quello scarto che aveva fatto la fortuna (soprattutto della prima stagione) della serie madre.

Il che è forse indicativo della generale fattura del lavoro di Favreau & co., incisivo giusto sul versante del design delle mostruose creature scagliate contro l'improbabile duo. Oppure, nel suo porsi come dichiarato e nostalgico omaggio al “vivente artificiale” di Jim Henson tra The Dark Crystal e Labyrinth, al fantasy anni ’80 e ’90 dei Gremlins di Joe Dante, di E.T. di Steven Spielberg, e dei mondi del già citato Scott e James Cameron.
È una traiettoria, uno spirito fieramente analogico in cui, del resto, si riconosce da sempre anche la galassia lontana lontana. Che trova nell’adorabile e tenero Grogu l’ultimo feticcio, ma anche il simbolo eclatante di un immaginario ridotto alle sue funzioni merceologiche, che continua a sopravvivere più per inerzia iconografica che per reale capacità o spinta di rinnovamento, ostaggio di una memoria affettiva collettiva e di un proverbiale eterno ritorno dell’uguale.
Ancora peggio, quello di The Mandalorian and Grogu è uno Star Wars che ha smarrito anche il più elementare senso della meraviglia. Un universo privo di fascino, di incanto, di mistero, di brivido, senza più nient’altro su cui spalancare gli occhi o per cui aggrapparsi alla poltroncina. D’altronde, nella cinquantennale avventura della saga, il grande schermo non è mai apparso così piccolo. Mai come in questa giostra dall’andamento procedurale, indolente, eppure irregolare, erratico: un’altalena continua tra sequenze come quella d’apertura e improvvisi vuoti di tensione e intrigo, che finisce per irrigidire, minare, disciogliere le buone impressioni delle fasi iniziali in un secondo tempo inerte, statico, di pari passo con un’inversione di ruoli tra i due personaggi titolari.
Ma la domanda che sorge spontanea al sopraggiungere dei titoli di coda è un’altra: tutto qui? Non c’era davvero niente di meglio da dire e raccontare per il ritorno di Guerre stellari nelle sale? Nient’altro che (per stessa ammissione dei suoi autori) una sceneggiatura televisiva ricondizionata, rimaneggiata, riciclata alla bell'e meglio? O, più precisamente, due o tre episodi della serie originale (peraltro tra i più interlocutori, se non apertamente riempitivi) assemblati in maniera talvolta maldestra da Rachel Goodlett Katz e Dylan Firshein, e pigramente fotografati da David Klein, ma elevati chissà per quale motivo ad evento cinematografico e impacchettati su misura per il formato del lungometraggio, senza però riuscire a mascherarne la natura primigenia: con le cesure ancora ben visibili, i passaggi di raccordo esibiti e i cliffhanger lasciati in bella vista, come giunture mai del tutto integrate nel corpo del film.

Un’opera di cui, in fondo, si può attribuire la paternità soprattutto a Favreau, laddove Filoni resta sullo sfondo come presenza quasi notarile, garante formale più che reale artefice. Mai così distante dagli apici di The Mandalorian, il regista — ormai autentico hit-maker della casa di Topolino — si libera di ogni attrito per percorrere nella maniera più agevole e confortevole possibile la via del fanservice. Evita qualsiasi rischio, rinuncia a ogni slancio inventivo e non trova un solo guizzo realmente degno di nota, troppo impegnato a soddisfare e accontentare tutti indistintamente (famiglie, nostalgici, fan di lunga data) per scegliere davvero una direzione.
Applica, piuttosto, quel “metodo” già ampiamente rodato altrove: il filtro marvelliano che ha contribuito a codificare con i primi due Iron Man, oppure la logica industriale alla base dei suoi fortunatissimi remake live-action (Il libro della giungla, Il re leone), piegando tutto a favore di un’operazione di progressivo e ignavo appiattimento che non risparmia quasi nessuno. Da un Pedro Pascal (che per quel poco che è effettivamente in scena appare) spento, svogliato, svuotato, ad una Sigourney Weaver del tutto estranea alle vertigini cameroniane, richiamata tra alieni e astronavi soprattutto per capitalizzare la propria aura iconica.
A scamparla, paradossalmente, è soltanto la colonna sonora dell’unico e solo Ludwig Göransson. Il compositore tre volte premio Oscar amplia e sviluppa le proprie partiture con sorprendente varietà, muovendosi con un piglio eclettico e, a tratti, addirittura sperimentale, senza far avvertire per un solo istante l’assenza delle leggendarie sonorità di John Williams. Percussioni di ogni tipo, chitarre elettriche a più non posso, synth dalle reminiscenze cyberpunk, quasi vangelisiane, intrecciati alle immancabili sezioni orchestrali: elementi che finiscono per risultare più vivi dei protagonisti stessi, impalati lungo l’asse delle loro caratterizzazioni più riconoscibili e ormai immobili dentro i rispettivi ruoli.
È la musica, allora, l’unica vera arma emotiva della pellicola. L’ultimo residuo di colore, di vibrazione, forse persino di immaginazione, in una galassia lontana lontana, sì, ma da sé stessa e dalla propria - da una qualsivoglia - ragion d’essere.
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