
OBSESSION, ci saremmo tanto amati
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Obsession
USCITA ITALIA: 14 maggio 2026
USCITA USA: 15 maggio 2025
REGIA: Curry Barker
SCENEGGIATURA: Curry Barker
CON: Michael Johnston, Inde Navarrette, Cooper Tomlinson, Megan Lawless, Andy Richter
GENERE: thriller, horror, drammatico, fantastico
DURATA: 109 min
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Lo youtuber Curry Barker compie il salto al lungometraggio con Obsession, un horror che indaga il desiderio come dispositivo di potere in un presente segnato da iper-esposizione e continua performance di sé. Un film efficace, ben scritto e costruito con intelligenza, sostenuto da folgoranti nuovi volti, che trova però il proprio limite in una chiusura non proprio all’altezza di ciò che la precede.
“Attento a ciò che (e soprattutto a chi) desideri, perché potresti ottenerlo”. (Ma forse dovresti temere ancor di più chi desidera te.) È a questo proverbiale adagio che si potrebbe ridurre Obsession, ultimo parto della bottega — o meglio, della casa degli orrori — di Jason Blum. Farlo, però, significherebbe cedere proprio a quella pulsione contemporanea verso la semplificazione; quel bisogno compulsivo di ridurre tutto a slogan, mantra, catchphrase e copy ad effetto.
Una fame di linearità e immediatezza di cui si alimenta la generazione Z, ma che è anche il riflesso inevitabile di una bulimia esistenziale più ampia. E cioè quella prodotta da un capitalismo dell’esposizione e da un consumismo dell’identità, fondati sull’avere, sul mostrarsi, sul performare continuamente una versione (pratica, funzionale, condivisibile) di sé stessi. Essere sempre visibili, sempre presenti — sugli schermi, nelle storie, nei feed, nel flusso incessante del qui e ora — finisce così per trasformarsi da semplice “esserci” in un imperativo dell’“essere”: più desiderabili, più speciali, più realizzati dell’altro.
Ebbene, non si può costringere Obsession al significato letterale e immediato del suo titolo proprio perché intercetta questa deriva, trasformando il desiderio in una forma di sorveglianza reciproca, in una vera (co- e inter-)dipendenza dove il bisogno di essere visti coincide con il terrore di sparire, e dove identità, crescita, miglioramento individuale e persino una certa idea di guarigione spirituale sembrano potersi compiere solo attraverso il riconoscimento dell’altro (o degli altri).

Anche di questo — di loro, di noi, e inevitabilmente di sé stesso — parla Curry Barker: appena ventisei anni, già viralissima sensation di YouTube grazie agli sketch comici e ai brevi racconti horror realizzati insieme all’amico Cooper Tomlinson, qui al suo vero debutto dietro la macchina da presa di un lungometraggio. E lo fa partendo da uno spunto degno di una creepypasta, un episodio dei Simpson oppure di uno di quei filmacci di bassa lega straight-to-video anni ‘90 (tipo Wishmaster).
La storia è quella di Baron “Bear” Bailey, ragazzo introverso intrappolato in un’esistenza ordinaria, marginale, emotivamente stagnante. Lavora come commesso in un negozio di musica, non ha famiglia né relazioni significative al di fuori della propria gatta, e tutta la sua quotidianità sembra orbitare attorno ad un unico pensiero: Nikki, una delle sue più care amiche, verso la quale coltiva da tempo un sentimento che non riesce mai davvero a confessare. Mancano sempre il coraggio, il momento giusto, le parole giuste. Finché un giorno — lo stesso in cui letteralmente gli muore la gatta — entrando in un negozio di articoli esoterici alla ricerca di un regalo con cui colpire finalmente la ragazza, il suo occhio viene catturato da un espositore pieno di “One Willow Wish”: strani e misteriosi giocattoli prodotti in serie, dalla grafica demodè, che promettono di esaudire un unico desiderio nel momento esatto in cui uno di questi viene spezzato a metà.
Inutile dire cosa farà Bear. E soprattutto cosa chiederà. Il problema è che ciò che inizialmente appare come la realizzazione di una fantasia romantica si trasforma man mano in un incubo soffocante, infernale, capace di trascinarlo sempre più a fondo. Perché l’amore che ha sempre desiderato ricevere da Nikki rivela ben presto il proprio doppio fondo. Un volto segreto, paranoico, possessivo, tossico, autodistruttivo.
Possession e Repulsion, allora, subito dopo l’Obsession, in quella che diventa una peculiare variazione del film di demoni e possessioni, dove il (s)oggetto del desiderio si tramuta improvvisamente in soggetto desiderante: qualcosa che attrae e seduce nella stessa misura in cui respinge e terrorizza. Certo, si potrebbe parlare di un bizzarro ibrido tra Hellraiser, Drag Me to Hell, It Follows e The Monkey, ma con un afflato generazionale molto più vicino al cinema dei fratelli Philippou. Quello scritto, montato e diretto da Barker è infatti un horror a tesi — non troppo distante, per intenti, da titoli coevi come Companion o Together — che descrive e sviluppa il proprio discorso attraverso un accumulo, esso stesso compulsivo, di situazioni, al contempo, inquietanti ed esilaranti costruite sul medesimo principio, in un meccanismo che alla lunga rischia pure una certa ridondanza.
Nondimeno, proprio dentro questa reiterazione ansiogena, Obsession trova una certa genuinità in quanto ritratto sorprendentemente nitido, ridicolmente, grottescamente sentito (del linguaggio emotivo) di una generazione intera. Una sospesa in un tempo che sembra insieme infinito e già esaurito, incapace di attendere e che pertanto vuole tutto e subito, prigioniera delle sfrumature e delle ambiguità di un presente sempre più sfuggente e impalpabile. Ragazzi e ragazze che vivono emozioni smisurate o, al contrario, completamente anestetizzate; abitanti di bolle ovattate, sorde, illuminate dalla luce intermittente degli schermi e squarciate soltanto da traumi improvvisi e irreparabili. Un presente nel quale persino il dolore viene processato attraverso prompt, etichette rapide, definizioni-ombrello — “cringe”, “red flag”, “toxic” — mentre la comunicazione si consuma nei silenzi imbarazzati, in una certa evasività e allusività cronica, oltre che in un’iperconsapevolezza sociale spesso tradotta in un bisogno spasmodico di attenzioni.

Viene dunque spontaneo chiedersi se il Male (per i giovani di) oggi si annidi ancora nel mondo là fuori e nelle logiche (di nuovo, capitalistiche e consumistiche) che ne regolano il funzionamento, oppure piuttosto nell’individualismo delle nostre pulsioni e fantasie.
È questo, al di là di tutto, ciò che la sceneggiatura scritta dallo stesso Barker sembra domandarsi e domandarci. Una scrittura solida, compatta, ben congegnata, la sua, che ciononostante trova uno slancio e la propria piena compiutezza in un secondo frangente. Per la precisione, nella messa in scena: in un meticoloso design sonoro, in un montaggio ponderatamente mordace, in un uso già sorprendentemente maturo del fuori campo, delle profondità dell’immagine e del secondo piano. Senza dimenticare il gusto per la fotografia e l’illuminazione — curate dall’esordiente Taylor Clemons — sempre funzionali alla costruzione della tensione e dell’inquietudine. Il risultato è mirabile, quasi un piccolo miracolo, specie se si considera che il film è stato realizzato con meno di un milione di dollari di budget. Il che potrebbe valere da lezione per molti filmmaker (affermati e non).
Ciò detto, il vero prodigio, la vera benedizione di Obsession, risiede principalmente nel lavoro sugli attori, sui loro corpi — costante terreno di negoziazione, incontro e scontro tra identità — e, ancor più, nella precisione del casting. Volti acerbi, fisicità inesplorate, come nel caso di Michael Johnston — qui al suo primo ruolo da protagonista dopo le esperienze televisive in Teen Wolf e Supergirl — bravissimo nel restituire tutta l’impotenza, l’inettitudine e la vigliaccheria latente del suo Bear. E poi, come dimenticarsi della presenza magnetica, cinegenica di Inde Navarrette, anche lei proveniente dal piccolo schermo: un volto sconcertante, iperespressivo, che sembra scaturire da un incrocio impossibile tra Mikey Madison, Anya Taylor-Joy e Millie Bobby Brown.
Si tratta di una vera e propria (ri)scoperta per Barker, che la trasforma nel colpo di fulmine del film e nella sua rivelazione più autentica, dirigendola con un’attenzione quasi febbrile. Ne segue i movimenti in scena, ne esplora le potenzialità perturbanti, fino a farne icona tanto inattesa quanto indelebile di una thrill ride a tratti disarmante anche per lo spettatore più smaliziato. Complice una tensione incalzante e soffocante, costruita del tutto su una terrificante imprevedibilità, e sostenuta da una serie di jumpscare ben calibrati, finalmente organici e narrativamente giustificati. Quanto basta per sopravvivere persino ad una coda che finisce invece per ricordarci, ancora una volta, una delle ossessioni più incomprensibili dell’horror contemporaneo. Quella per finali goffi e deboli, posticci e anonimi, o semplicemente non all’altezza, che adorano trasformare l’ambiguità in soluzione, il perturbante in meccanismo. Incapaci di sostenere fino in fondo la vertigine e l’oscurità che la pellicola aveva saputo evocare sino ad allora.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





