
COMPANION è una macchina con pochissima autonomia
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Companion
USCITA ITALIA: 30 gennaio 2025
USCITA USA: 31 gennaio 2025
REGIA: Drew Hancock
SCENEGGIATURA: Drew Hancock
CON: Sophie Thatcher, Jack Quaid, Lukas Gage, Megan Suri, Harvey Guillén, Rupert Friend
GENERE: drammatico, horror, thriller, commedia, fantascienza
DURATA: 97 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Horror, thriller, dark rom-com, satira di costume: Companion dell'esordiente Drew Hancock è l'emblema di tanto cinema postmoderno e postfemminista. Esatta e slavata manifestazione filmica (e meccanica, industriale) di alcuni dei temi che problematizza, ma anche termometro, né mordace né tantomeno divertente, di una produzione ridotta poco alla volta a pitch convincenti, a metafore e allegorie ormai scaraventate in faccia allo spettatore, a pastiche incapaci di lavorare con la densità delle immagini.
Sono due i momenti più felici nella vita di Iris. Quello in cui ha conosciuto il suo ragazzo Josh, e quello in cui lo ha ucciso. Ammette fin da subito le proprie azioni, e con gioia oltretutto, la protagonista di Companion, l’esordio alla regia e alla sceneggiatura cinematografica di Drew Hancock.
Si potrebbe pensare ad una fidanzata ferita e in cerca di vendetta, ma la verità è molto più contorta, come lo è la reale identità di Iris. Una “lei” solo all’apparenza e in potenza, dal momento che la sua pelle altro non è che l’involucro di una complessa e fitta anatomia di microcircuiti, cavi, fredde strutture biomeccaniche, sensori e quant’altro. È una macchina, la nostra. “Un robot di supporto emotivo”, come verremo a sapere. O, meglio, uno “scopabot” fatto su misura da Josh per Josh, un “ragazzo perbene”, un incel direbbe qualcuno, che trova in quest’ultima frontiera hi-tech il miglior modo, il perfetto strumento per sfogare ogni sua frustrazione sessuale, sentirsi appagato dal suo atteggiamento vittimista, e alfine compiacere un'insita e profonda misoginia.
È sufficiente un’installazione veloce e intuitiva, e l'automa è pronto per essere personalizzato e programmato a uso e consumo, partendo dall’aspetto fisico fino a giungere al livello di intelligenza. Pronto dopodiché ad esaudire ogni desiderio, consegna, sfizio del padrone (o affittuario di sorta), rispondere - con forzata sincerità - ad ogni suo quesito, essere fondamentalmente il compagno o la compagna dei sogni. Fare e dire qualsiasi cosa, tranne uccidere. Per quello, basta infrangere, modificare, andare oltre le impostazioni di fabbrica.
È quello che farà e di cui cadrà vittima Josh durante un weekend fuori porta insieme ad un paio di amici, quando la macchina verrà inavvertitamente a conoscenza della propria, artificiosa identità.

È abbastanza facile intuire di cosa voglia parlare e che tipo di discorsi siano trasfigurati e messi in scena dal soggetto e dal copione di Hancock, non a caso prodotti da quel Zach Cregger, autore del fortunato Barbarian, che già si avvaleva, con ironia e acidità, dei cliché del genere horrorifico per affrontare argomenti di forte attualità. Ruoli, stereotipi e dinamiche di genere, la percezione e il percepito nel rapporto tra sessi, la misoginia, la cultura dello sturpo e le barbarità annesse e connesse, commesse e c(anc)e(l)late, fra cui l’oggettificazione del corpo e il soffocamento di ogni tentativo di autodeterminazione ed emancipazione da parte del femminile: materia, quest'ultima, che tanto altro cinema - di vario tipo e forma - ha esplorato in questi anni, facendone sostanza sommersa ed emersa delle proprie immagini.
Purtroppo però, l’innesto di medesimi motivi in una variazione - metà horror, metà commedia - sul tema e in una rilettura dei codici fantascientifici non basta a garantire l’adeguata autonomia di un'opera che, malgrado le buone intenzioni di un cast validissimo (guidato dalle nuove leve Sophie Thatcher e Jack Quaid), sembra essa stessa il prodotto di una macchina. O forse di un’accorta indagine di mercato o di una ponderata equazione industriale.
Dacchè allora avrebbe voluto e dovuto, a suo modo, essere una riflessione - inevitabilmente scortata da Black Mirror - su come l’avanguardia scientifica e tecnologia e, nello specifico, l’intelligenza artificiale arrivi a plasmare, solleticare e alfine rivelare il volto reale e(rgo) più bestiale della natura umana, scatenando gli istinti, i comportamenti più abietti e spregevoli; ebbene, Companion si converte, più o meno inconsapevolmente, nell’esatta e slavata manifestazione filmica di tali inquietudini. Nel (questo sì, davvero allarmante) termometro, né mordace né tantomeno divertente, di un cinema ridotto poco alla volta a pitch convincenti, a metafore e allegorie ormai scaraventate in faccia allo spettatore, a pastiche sempre più ampi e indulgenti che, salvo preziosissime eccezioni, non soltanto rifuggono un lavoro - lucido e, perché no, ludico - su profondità, densità e gravità della costruzione filmica, ma si incartano non appena chiamati ad elaborare quello spunto e condurlo attraverso una narrazione degna di nota, verso una sintesi e un’elevazione di senso.
Tanto è vero che - per quanto paradossale possa suonare, visto il folto orizzonte di riferimenti che ingurgita e digerisce senza arte né parte: dalle vertigini socio-politiche di Scappa - Get Out alle spinte antropologiche di Her, passando per gli eccessi di M3GAN ed echi quasi spielberghiani, senza dimenticare l’ascendente di testi dimenticati come La cena dei cretini, seminali tra cui La fabbrica delle mogli di Bryan Forbes (e annesso remake) e Westworld sul fronte sci-fi, e post-femministi quali Revenge, Swallow, Fresh, Don’t Worry Darling, o i più recenti Una donna promettente e Blink Twice - a rimanere incorporeo nel film-macchina di Hancock è proprio un valore cinematografico preciso. Al di là, s’intende, di quello utile a nutrire il fabbisogno virale dei feed social.
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