
...CHE DIO PERDONA A TUTTI, l'innocua conversione di Pif
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: ...che Dio perdona a tutti
USCITA ITALIA: 2 aprile 2026
REGIA: Pif
SCENEGGIATURA: Pif, Michele Astori
CON: Pif, Giusy Buscemi, Francesco Scianna, Carlos Hipólito, Maurizio Marchetti, Domenico Centamore
GENERE: drammatico, commedia, sentimentale
DURATA: 113 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Pif tra fede e dubbio in una commedia che intreccia ironia, sentimenti e riflessione spirituale per sondare le contraddizioni religiose, sociali e culturali dell’Italia contemporanea. Con …che Dio perdona a tutti, l'autore palermitano costruisce tre narrazioni sovrapposte — la satira sulla quotidianità dei credenti, la storia d’amore di un agnostico e una devota, e l’omaggio giocoso a Papa Francesco — in un dialogo (im)possibile tra agnosticismo e devozione, serio e faceto, tradizione, memoria e piacere dei sensi.
Chissà cosa ne pensa Marco Bellocchio di …che Dio perdona a tutti. Forse non lo sapremo mai. Di certo, però, sappiamo che, in qualche modo, lo ha se non “prodotto”, quantomeno sfiorato per mezzo della sua Kavac Film, la società con cui ha dato forma, tra le altre cose, anche a uno dei suoi lavori più recenti, Rapito: un’opera che, oggi, sembra rappresentare una delle poche – se non l’unica – possibilità di un cinema davvero iconoclasta e anticlericale in un paese ancora profondamente cattolico come l’Italia, storicamente intrecciato allo Stato-istituzione che da secoli ospita e legittima sul piano geografico e culturale. Un legame da cui, del resto, Bellocchio ha sempre saputo sottrarsi, fin dall’esordio con I pugni in tasca. E forse è l’unico, tra i cineasti ancora in attività, capace di prescinderne effettivamente, là dove nemmeno un autarchico e “terrorista” del linguaggio come Nanni Moretti (leggasi Habemus Papam) è riuscito fino in fondo a scacciare.
Non ne è del tutto immune - pur essendo, per così dire, “figlio d’arte” di Franco Maresco e Daniele Ciprì - neppure Pierfrancesco Diliberto, che in televisione, sin dai tempi e dai reportage de Il testimone, ha saputo scardinare tabù, ipocrisie e contraddizioni sociali, politiche, religiose, di costume del nostro paese con uno stile caustico e diretto, facendo di un’irresistibile naïveté un grimaldello ideale per entrare nel vivo e nel merito di temi anche complessi e seri; per scoprire una ferita, un imbarazzo condiviso, un piccolo inciampo della coscienza pubblica o privata. Una figura inafferrabile e versatile, quella di Pif, che in un certo senso ha anticipato linguaggi e derive di social e content creator contemporanei. Preconizzatore, a tratti avanguardista, lo è rimasto però soprattutto entro il perimetro televisivo, più che nel passaggio — endemico ergo inevitabile — al cinema, dove il suo sguardo si è spesso stemperato.

Una trasformazione, questa, di cui si colgono i frutti proprio in …che Dio perdona a tutti, sua quarta prova da regista, nonché “atteso” ritorno sul grande schermo a cinque anni di distanza da E noi come stronzi rimanemmo a guardare, curioso tentativo di ibridazione di una commedia e satira socio-realista con una fantascienza dagli echi cyberpunk. Tutt’altra cosa rispetto a quest’ultima fatica, adattamento (scritto insieme al sodale Michele Astori) del romanzo omonimo in cui Diliberto ha voluto racchiudere le sue grandi passioni, civili, sentimentali e culinarie. E quindi, l’esempio morale di Papa Francesco e l’amore viscerale per la Sicilia, e in particolare per la sua tradizione dolciaria.
Parliamo dunque di una storia, di un racconto - che prende emblematicamente il titolo da un proverbio siculo “Futti futti ca Diu pirduna a tutti”, espressione di un cinismo popolare che invita a pensare al proprio tornaconto confidando nell’impunità o nel perdono divino - nato da una collisione mite, poi trasformata in incontro artisticamente e letterariamente trasfigurato, tra due mentalità, due visioni del mondo e delle cose della vita. Nella fattispecie, tra un agnostico dichiarato qual è Pif, e il credente per eccellenza, colui che, fino ad un anno fa (aprile 2025, ndr), incarnava la parola di Dio sulla Terra: il compianto Jorge Mario Bergoglio.
“Sto scrivendo un libro per colpa sua, nel senso buono”, dice(va) il fu Testimone al Pontefice in un incontro avvenuto in Vaticano nel 2017, mostrato poco prima dei titoli di coda, aggiungendo di aver "fatto l’asilo dalle suore e le elementari dai salesiani". Non tarda(va) la replica di Francesco: “Per questo sei agnostico?”. Una battuta fulminante — degna della penna di un brillante sceneggiatore — che riassume il tono e lo spirito della pellicola appena conclusasi, che il nostro costruisce attorno ad un lungo, ideale dialogo confessorio tra i due o, meglio, tra due loro alter ego.
È anche una sorta di bilancio esistenziale tra il serio e il faceto, l’alto e il basso ventre, l’assoluto e il terreno per il doppio di Pif, il trentacinquenne (anch’egli) palermitano Arturo, che, come ogni italiano che si rispetti, fa risalire l’origine di tutto e, insieme, della propria sfiducia in Dio, nella fede e nella Chiesa ad una partita di calcio. Più precisamente, a quella disputata nel luglio 1982 allo stadio di Sarriá di Barcellona tra Italia e Brasile, durante il secondo turno eliminatorio dei Mondiali. Ebbene, fu proprio quel 3 a 2 a favore degli azzurri — per il quale il sé bambino aveva pregato con tanto fervore — a spingerlo, per la prima volta, a mettersi nei panni di un coetaneo brasiliano, che forse, come lui, aveva invocato con pari intensità un aiuto dall’alto, senza però essere ascoltato. Da questo pensiero, insieme ingenuo e spiazzante, nacque allora il dubbio. “E se tutta questa storia dell’esistenza di Dio fosse una gran minchiata?”.

Ma torniamo ai giorni nostri: Arturo è un agente immobiliare dal grande intuito, quasi infallibile nel suo lavoro, molto meno nella vita sentimentale. Piuttosto sfiduciato e mal sopportato dagli amici (solo perché è disposto a stare in porta durante le partite di calcetto), trascorre le proprie giornate immerso nel proprio lavoro e in una solitudine piuttosto amara che tenta però di compensare grazie ad una sola, incrollabile passione: i dolci, addirittura “più soddisfacenti del sesso”.
Questa è la sua routine, fino al giorno in cui, durante una delle tante visite in qualche immobile, entra in scena lei, Flora, la figlia del proprietario della pasticceria che fa le iris più buone di Palermo, il dolce preferito di Arturo. In un istante diventa la donna dei suoi sogni. Tra i due scocca un amore immediato e travolgente: lui sembra comprenderla alla perfezione; lei, dal canto suo, riesce a risvegliare nell'uomo — e non solo attraverso il palato — qualcosa che credeva ormai sopito. A dividerli, però, c’è una presenza invisibile ma potentissima: Dio. D’altronde, “certe tempeste non hanno bisogno della pioggia”. Difatti, Flora è una cattolica fervente e, pur di non perderla, Arturo si vede costretto a infrangere l’ottavo comandamento, fingendosi credente.
Inutile dire che i nodi vengono presto al pettine, costringendo quest'ultimo ad una decisione: abbracciare o meno la fede per rimanere accanto alla sua amata. Intraprende così un percorso sentimental-spirituale che gli permetterà di confrontarsi con la fede e con la verità. In questo viaggio, però, non sarà solo: basterà infatti l’effetto simil-allucinogeno, il picco glicemico di 35 sciù per fargli vedere letteralmente e incontrare fisicamente (o quasi) il Papa. Nondimeno, come spesso accade nella sua vita, Arturo finirà per prendere fin troppo sul serio questa improvvisa (e assai dubbia) epifania, convertendo la propria incertezza in un fervore radicale e lui in un credente zelante, se non addirittura in un neofita invasato, aggrappato più all’idea di fede che alla fede stessa: una maschera, l’ennesima, dietro cui nascondere paure, desideri e — soprattutto — la necessità disperata di non rimanere solo.
Insomma, come avrete intuito, ci sono molti film (possibili) dentro …che Dio perdona a tutti. Tre, per l’esattezza. Il primo è quello più facilmente riconoscibile, quello à la Pif. Ossia una critica (sotto mentite e ironiche spoglie) dell’Italia e degli italiani che passa attraverso l’osservazione e la rielaborazione drammaturgica di una sua porzione ben precisa e culturalmente situata — quella dei credenti e cattolici in una Palermo e in una Sicilia dove “il sacro s'impasta con il teatro sociale” — colta in una correlazione quasi automatica tra convenzione puritana, moralismo e immobilismo sociale e politico. La volontà, chiarissima, di questa prima anima, già del romanzo e poi di questa sua traduzione filmica, è proprio quella di servirsi tanto dei vari confronti e fluviali sfoghi col Santo Padre, quanto (e forse soprattutto) della figura paradossale di un agnostico che dimostra una coerenza più rigorosa di quella di molti sedicenti praticanti, allergici alle regole, al fine di mettere a nudo ipocrisie e contraddizioni del cattolicesimo più intransigente e dogmatico e la sua applicazione nel mondo contemporaneo, tra ritualismi svuotati di ogni valore e sacralità e una fede “da salotto”, ridotta a mera abitudine identitaria.
Il secondo film (dentro al film) corrisponde invece ad una sorta di confezione che digerisce il primo: è la cornice (commerciale) di una commedia sentimentale a base di equivoci che sembrerebbe introiettare e ricalcare il palinsesto televisivo di Real Time, tra agenti immobiliari e pasticceri. Il racconto è scandito e punteggiato da veri e propri inserti da vlog, parentesi culinarie a misura di social, "installazioni di desiderio, reliquie laiche" in cui Pif, coi suoi modi, il suo tono e la sua cadenza a dir poco inconfondibili, illustra ricette e rievoca le storie secolari della pasticceria siciliana. È una sezione giocata interamente sul nesso e la giustapposizione tra piacere del palato e piacere sessuale, tra l'estasi del gusto e quella della fede, ma anche sulla fisicità ingenerosa, quanto improbabile, di Arturo in relazione a Flora, la quale purtroppo - come spesso accade alle figure femminili nel cinema dell'autore palermitano - è un personaggio che finisce ridotto alla propria funzione di oggetto (angelicato) del desiderio e del sentimento.
Infine, …che Dio perdona a tutti si propone altresì come affezionato omaggio nei confronti proprio di quel “Papa della gente” già al centro degli sguardi di Wenders, Luchetti, Meirelles, che il regista include e inserisce nel proprio racconto alla stregua del pap'occhio di Renzo Arbore. Un’operazione che, tuttavia, finisce per scivolare in un’agiografia pop, pedante e sentenziosa, eccessivamente infiocchettata, a tratti persino puerile.

Il che è forse il limite principale di una pellicola che ambisce a tenere insieme queste tre dimensioni, ma che riesce a farlo solo in modo intermittente. Una che gode, sì, di alcuni momenti realmente esilaranti — frangenti come quello del “Signore” o della Via Crucis, nei quali affiorano echi della migliore tradizione della commedia all’italiana, da Sordi a Fantozzi, da Verdone al primo Benigni — ma non certo di una vera compattezza, né di un ritmo o di una composizione uniformi.
Al contrario, soprattutto nella parte centrale, si rivela altalenante e a tratti sfilacciato. A pesare è poi una certa verbosità di fondo, un’insistenza esplicativa che tradisce l’origine letteraria del progetto, insieme ad una durata eccessiva e ad una narrazione che si dilata oltre il necessario e che, a lungo andare, finisce per avvitarsi su sé stessa fino a scegliere la soluzione più facile — e più prevedibile, quella che non rischia di offendere qualcuno — proprio là dove avrebbe potuto osare e rischiare di più. Un po’ come se il nucleo tematico fosse chiarissimo sin dall’inizio, ma meno definito fosse il modo di portarlo a sintesi e compimento.
Eppure, disseminate lungo il percorso, affiorano intuizioni tutt’altro che banali, come l’ossessione di Arturo per la tradizione — proiettata inizialmente sui dolci, intesi con una sacralità immutabile — che si riflette specularmente nella sua conversione ad un cattolicesimo rigido, quasi reazionario. O ancora, l’idea che la tradizione non consista nel custodire le ceneri, ma nel tenere viva la fiamma; o, rovesciando il senso, che essa sia un’innovazione che non ce l’ha fatta. Una promessa di rinnovamento che Pif sembra proporre e formulare, salvo poi smentirla in un esito più accomodante, il più delle volte ruffiano. All'acqua di rose, o alla crema pasticciera.
Resta allora la sensazione di un’occasione mancata, di una ricetta non eseguita a dovere, fino in fondo. Infatti, era già tutta lì — nel dialogo, reale o immaginato, tra un agnostico e un Papa — la possibilità di un’altra strada, forse persino miracolosa per …che Dio perdona a tutti. E cioè quella di un racconto ben più essenziale, magari di un documentario che potesse interrogare davvero la fede, il perdono e la loro tenuta in un paese e in un mondo che spesso sembrerebbero non meritarne alcuno.
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