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            11 Giugno 2026
            La recensione di Disclosure Day, il nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg con Emily Blunt e Josh O'Connor protagonisti.
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            DISCLOSURE DAY, incontri ravvicinati del nostro tipo (e del nostro tempo)

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Disclosure Day
            USCITA ITALIA: 10 giugno 2026
            USCITA USA: 12 giugno 2026
            REGIA: Steven Spielberg
            SCENEGGIATURA: David Koepp
            CON: Emily Blunt, Josh O'Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell
            GENERE: azione, drammatico, fantascienza, thriller
            DURATA: 145 min

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Nel trentacinquesimo film di Steven Spielberg, la fantascienza diventa (ancora) uno spazio di riflessione teorica e morale, in cui il racconto dell’Altro diventa soprattutto un’indagine sullo sguardo che lo osserva. Disclosure Day attraversa e raffigura un presente saturo di immagini, dove l’eccesso di visibilità sembra aver eroso la capacità stessa di comprendere davvero ciò che si vede. La vera rivelazione, allora, non riguarda l’arrivo degli alieni, ma il difficile riapprendimento del vedere come atto critico e consapevole. Per credere, capire, ascoltare.

            In principio era il Verbo. Infine, l’Immagine. Non semplicemente qualcosa da vedere, ma una presenza da cui lasciarsi assediare; da sentire, persino in modo violento, nel suo dolore. Da ascoltare. Una di queste immagini, una soggettiva per la precisione, apre e chiude Disclosure Day, il trentacinquesimo atto della decennale e inimitabile filmografia del parimenti unico Steven Spielberg. Non è un caso: tra tutte le forme della grammatica delle immagini, è forse quella più votata alla riflessione, la più interrogativa e, insieme, la più intrinsecamente, radicalmente introspettiva.

            Ed è proprio questa la prospettiva che adotta il nostro nel suo attesissimo e chiacchieratissimo ritorno (al blockbuster estivo che ha inventato con Lo squalo, e poi) alla fantascienza. In particolare, a quegli alieni che da sempre occupano un posto privilegiato nel suo immaginario. Gli UFO - o extraterrestri che dir si voglia - hanno invero attraversato, definito e alimentato la sua fortuna autoriale sin dai tempi del sublime Incontri ravvicinati del terzo tipo, passando per l'indimenticato E.T., fino al più recente e controverso La guerra dei mondi.

            Ciò detto, quella degli omini verdi — o grigi — è una figura, un’icona, una leggenda che Spielberg ha sempre ingaggiato e concepito come un "espediente", uno strumento per parlare, in realtà, di noi. Per interrogare la nostra natura, mettere in discussione le nostre certezze, ridefinire il nostro posto nell’ordine delle cose, in un universo che troppo spesso immaginiamo abitato soltanto dalla specie umana.

            Ma cosa accadrebbe se il paradigma si rovesciasse? Se, una volta accertata l’esistenza di altre forme di vita intelligente, fossimo noi a diventare veicoli nelle mani degli alieni? Araldi, messaggeri, custodi (in)consci della verità riguardo la loro esistenza e la loro, longeva presenza in mezzo a noi? Cosa ne faremmo, di una simile rivelazione? La nasconderemmo al mondo oppure la renderemmo pubblica, convinti che appartenga di diritto agli oltre otto miliardi di individui che popolano questo piccolo pianeta sospeso nel (non più) vuoto cosmico?

            E poi, una volta sciolto questo quesito, bisogna chiedersi quale sia il prezzo di tutto questo. Qual è il rischio della conoscenza e quali le conseguenze della verità. E quali ancora le implicazioni di un disvelamento del genere in un mondo già attraversato da profonde fratture, dominato dall’instabilità e perennemente esposto al panico collettivo.

            La recensione di Disclosure Day, il nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg con Emily Blunt e Josh O'Connor protagonisti.

            È sulle frequenze di questo mondo — che è inequivocabilmente il nostro — che Steven Spielberg sembra essersi sintonizzato nella stesura del soggetto di Disclosure Day, titolo che tradotto significa letteralmente il “Giorno della Rivelazione”. Un presente sull’orlo del collasso, precipitato in un caos inquietante, plumbeo, permeato da un senso di angoscia che sembra anticipare l’imminenza di qualcosa di definitivo e apocalittico.

            In questo clima di (im)prevista tempesta, saturo di una tensione assordante, disorientante, ormai ai limiti di una febbrile e sudaticcia nevrastenia, Margaret, una meteorologa di una televisione locale di Kansas City (professione che etimologicamente e implicitamente cela molto di quello che sarà il suo desino) e Daniel, ex detenuto, nonché genio informatico (à la Snowden), si ritrovano improvvisamente nel mirino della Wardex (da ward, guardiano), misteriosa organizzazione para-governativa, in quanto soggetti d’interesse e snodi cruciali di una catena di eventi destinata a cambiare tutto. Di nuovo, custodi (in)volontari di una verità capace di spalancare gli occhi dell’umanità su ciò che, fino a pochi istanti prima, poteva essere liquidato come una teoria complottista, una fantasia naif o una semplice superstizione.

            È quindi abbastanza e analogamente caotico, tortuoso, frastornante il primo atto di Disclosure Day, complice una sceneggiatura - per cui Spielberg ritrova il sodale David Koepp (lo stesso dei primi due Jurassic Park, del già citato La guerra dei mondi e di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo) - purtroppo non sempre rifinita e raffinata, né ispirata o chiara nel tradurre le intenzioni di base. Ma questa volta (al pari di altre) poco importa ciò che appartiene o concerne il reame della parola (che si fa racconto, narrazione, verbo), giacché al solito quelli spielberghiani sono organismi, meccanismi, sistemi filmici che protendono, ruotano, funzionano e si compiono davvero in quell’immagine di cui sopra.

            Ecco allora che il cineasta - coadiuvato dall’inseparabile compositore John Williams, co-autore fantasmatico e (in)visibile, col quale sigla qui la sua trentesima collaborazione - incanala il flusso di tremori e terrori, i ritmi convulsi e le labili forme, le tracce e pieghe esasperate, fataliste della contemporaneità cercando, sulla scorta di quanto (si) faceva nel 1977 di Incontri ravvicinati del terzo tipo, di restituire loro un principio di armonia, di accordarle alle proprie urgenze espressive e morali. Egli traduce altresì l’agitato e paranoico rumore di fondo del presente in una materia sensibile che soltanto il cinema — possiamo solo sperarlo — sembra in grado di raccogliere, organizzare e riconsegnare all’attenzione generale.

            La recensione di Disclosure Day, il nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg con Emily Blunt e Josh O'Connor protagonisti.

            Parliamo, in fondo, dell’espressione “aliena” per antonomasia, nel senso più profondo del termine: un linguaggio ermetico eppure universalmente comprensibile, il cui segreto risiede proprio nel suo potere empatico. Un linguaggio che, in quanto artificio, illusione, trucco e magia, presuppone sempre un atto di fede; una disponibilità a credere (nell’invisibile, nell’impossibile, nell’eventualità che dietro le immagini possa celarsi una verità ulteriore). Ma anche, come lo stesso Spielberg ha raccontato in The Fabelmans, il prodotto di una collisione fortuita e fatale tra arte e scienza, tra espressione emotiva e algebrica; un impulso radicato nell’infanzia, nei suoi traumi e nelle sue epifanie - altrettanto dolorose. Un tentativo talvolta egoistico, spesso irrefrenabile, disperato e non di rado impossibile di tenere insieme i frammenti sparsi dell’esistenza; di dare forma, ordine e significato a ciò che, altrimenti, resterebbe irrimediabilmente sconnesso, incomprensibile, perduto.

            E ancora, il cinema è una lingua che potremmo definire “aliena” proprio perché appartiene a tutti. Tutti possono percepirla, subirne il fascino, finanche abbandonarsi alla sua metrica, alla sua energia, al suo fascino; pochi, però, sono davvero capace di decifrarne i codici più profondi e, soprattutto, di padroneggiarli. Tra questi vi è, naturalmente, il nostro Spielberg, sempre sospeso tra la concezione più classica e totalizzante dello spettacolo hollywoodiano — quella titanica ambizione già racchiusa nel titolo del suo primo, storico cortometraggio, Amblin', destinato a dare il nome alla futura e parimenti mitica casa di produzione / fucina / bottega — e una sensibilità europea, attenta alle sfumature psicologiche, alla centralità dello sguardo e alla dimensione morale del racconto. Proprio in questa tensione, mai del tutto risolta, tra meraviglia e introspezione, gigantismo spettacolare e fragilità umana, si colloca da sempre la sua visione.

            Per quanto, ormai varcata la soglia degli ottant'anni, non abbia più nulla da dimostrare, il cineasta ne offre l'ennesima conferma in Disclosure Day: una sorta di Incontri ravvicinati del nostro tipo (e del nostro tempo), seguito spirituale di quell’impresa e sodalizio, a sua volta, armonioso tra la New Hollywood e la Nouvelle Vague, e insieme un suo aggiornamento all’oggi. Una rifondazione contemporanea dell'orizzonte spielberghiano nel segno tanto di Hansel & Gretel, quanto di Abramo & Sara. E cioè nelle forme di una fiaba dagli innesti biblici, umanista e, in quanto tale, irriducibilmente utopica.

            È un ritorno perturbante e magistrale (bastano anche gli ultimi quindici minuti per dirlo) ai luoghi e alle ossessioni di una vita intera — nel mentre riprese, rielaborate e trasfigurate da autori come M. Night Shyamalan, Sam Esmail o il Chris Carter di X-Files — che sancisce definitivamente il passaggio da quel "senso della meraviglia" che aveva caratterizzato il primo Spielberg alla "meraviglia del senso" che attraversa invece gran parte della sua produzione più recente. Non è più l'ignoto, di per sé, a esercitare fascino, bensì la possibilità di attribuirgli un significato.

            La recensione di Disclosure Day, il nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg con Emily Blunt e Josh O'Connor protagonisti.

            In altre parole, quel che è importante in Disclosure Day è il modo distintivo e vertiginoso in cui - da scomodi passeggeri di un viaggio lanciato verso l’unica meta possibile - il mezzo e la macchina-cinema ci portano dove vogliono arrivare fin dal principio. Del resto, per stessa ammissione dello stesso Spielberg, l’intreccio non è che un pretesto per una fuga da un realtà che ci insegue. Un ritorno a noi stessi - in quanto forieri delle domande (e delle risposte) che contano - ergo alle origini, dove tutto è cominciato, alla ricerca ostinata di un significato possibile nel disordine del presente o del suo specchio oscuro.

            Uno spazio-tempo che il regista, insieme al fedele direttore della fotografia Janusz Kamiński, inonda letteralmente di luce. Una luce che finisce per diventare l'ultima cosa visibile quando tutto il resto sembra dissolversi. Una luce che è speranza tanto quanto lo è il cinema. Perché, in fondo, ne è l'essenza: la sua materia primaria, quella attraverso cui si manifesta ogni possibile rivelazione. Anche se e quando è ambigua, confusa, enigmatica.

            Disclosure Day sembra allora suggerire che la verità non sia necessariamente qualcosa da possedere, ma qualcosa da imparare nuovamente a vedere. E forse è proprio qui che la pellicola incontra il nostro presente. Uno in cui siamo sommersi da immagini: fotografie, video, simulazioni, contenuti generati artificialmente, deepfake. Un’epoca in cui la difficoltà non consiste tanto nel guardare, quanto nel distinguere; non nel consumare immagini, ma nel comprenderle. Come se una parte della società avesse ormai accettato l'idea che l'altra non sia più in grado di vedere davvero. Peraltro, mai come oggi gli esseri umani sono stati esposti ad una tale quantità di stimoli visivi, eppure mai come oggi sembrano assopiti, intorpiditi, anestetizzati dallo spettacolo permanente delle immagini. 

            La recensione di Disclosure Day, il nuovo film sugli alieni di Steven Spielberg con Emily Blunt e Josh O'Connor protagonisti.

            “Riesci a vedere?”, chiedeva la precog Agatha al capitano John Anderton in Minority Report. È da questo paradosso esemplare, dalla necessità di un risveglio mentale, intellettuale, emotivo — forse persino spirituale —, dal recupero di uno sguardo ancora capace di interrogare ciò che lo circonda e di riconoscere, dietro lo scorrere incessante delle immagini, una presenza, un significato, una verità possibile, che scaturisce la reale (e virale?) urgenza di Disclosure Day.

            Un Giorno della Rivelazione che non coincide semplicemente con la scoperta dell'esistenza di altre forme di vita. Bensì è il giorno in cui torniamo a vedere. E, soprattutto, a vederci. A comprendere come, quando e fino a che punto siamo progressivamente diventati alieni a noi stessi e alla nostra stessa umanità. A credere nel passato per immaginare il futuro, seguendo una vaga inclinazione, oltre ogni ragionevole misura, oltre quanto umanamente possibile. A riappropriarci della capacità di prevedere il domani, tornando a essere, in un certo senso, meteorologi del nostro tempo.

            “Ascoltate…” sembra dirci, sulle frequenze di una soggettiva (ir)reale, questo film quasi testamentario, forse ancor più teorico e meditativo dei precedenti due. Ascoltate una memoria che attende ancora di essere sognata. O magari quel sogno che, da qualche parte lungo il cammino, abbiamo dimenticato e che ora dovremmo tornare a ricordare.

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