
THE DRAMA, o il danno (in)visibile
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Drama
USCITA ITALIA: 1 aprile 2026
USCITA USA: 3 aprile 2026
REGIA: Kristoffer Borgli
SCENEGGIATURA: Kristoffer Borgli
CON: Zendaya, Robert Pattinson, Alana Haim, Mamoudou Athie, Hailey Gates
GENERE: drammatico, commedia, thriller, sentimentale
DURATA: 105 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Basta un dettaglio, quasi impercettibile, a incrinare l’armonia di una coppia perfetta, a far vacillare l’immagine levigata e rassicurante che due persone hanno costruito l’una dell’altra. Kristoffer Borgli racconta così il momento in cui l’amore si scontra con le proprie crepe, tra proiezioni, paure e verità impossibili da rimuovere, mettendo a nudo il fragile equilibrio tra ciò che immaginiamo e ciò che, ostinatamente, continua a sfuggirci.
Scene (o stories) da un matrimonio - ancora da farsi. Quello dei giovani e belli Emma Harwood, impiegata in una casa editrice, e Charlie Thompson, curatore capo di un museo d’arte. Una coppia (di millennial affermati e colti) nata sull’impeto di un colpo di fulmine, alimentata da una passione che sembra non conoscere esaurimento. Appaiono perennemente felici, finanche antipatici nella loro impeccabile armonia; di quelle unioni a cui, almeno ad una prima occhiata, nulla sembra mai andare storto.
Come se non bastasse, sono profondamente affiatati: si amano con una naturalezza disarmante e si riconoscono senza riserve, nei pregi come nelle imperfezioni, così come nelle scelte che hanno dato forma alle loro vite. Certo, litigano. Ma anche nello scontro c’è qualcosa che non si spezza davvero: quando sono insieme, è come se dolore, rabbia e frustrazione non trovassero spazio. Condividono, inoltre, un’intimità viva, intensa, apertamente appagante.
Insomma, nulla — per quanto si possa intuire dalle loro parole — sembra fuori posto in questa storia d’amore. Al punto che li troviamo alle prese con gli ultimi preparativi del grande passo: tra pochi giorni convoleranno a nozze, pronti a spingere la loro relazione verso quel livello successivo che, più che un traguardo, assomiglia ad una mera convalida burocratica di qualcosa che già c’è, esiste e su cui non serbano alcun dubbio.
O forse no. Forse non si conoscono poi così bene. E forse bastano una serata con gli amici, un bicchiere di troppo e un gioco apparentemente innocente, infantile per aprire quello che potremmo chiamare il vaso di Emma, da cui affiorano inquietanti verità e segreti nascosti, capaci di far crollare ogni certezza e presunzione di tranquillità e armonia. Di innescare altresì una travolgente reazione a catena, una frattura, una crisi potenzialmente irreparabile e (auto)distruttiva che porterà Charlie a riconsiderare tutto quel che hanno vissuto, momenti, scambi di battute sotto una luce e un’ottica diversa, trasformando l’attesa del grande giorno in un terreno instabile fatto di sospetti, tensioni, incomprensioni; di un disagio sempre più acuto e una paranoia via via più logorante.

A history of violence. Che cosa succede quando si destabilizza la narrazione che proiettiamo sull’altro? Cos’è più importante? Ciò che si fa (o non si fa) oppure ciò che si pensa? Quel che si è immaginato ma fortunatamente non si è fatto, o la motivazione per la quale nulla è accaduto? Chi sono davvero colui, colei, coloro che ci stanno accanto, che vivono con noi o in mezzo a noi? Cosa pensano (e, soprattutto, cosa pensavano)? Infine, una volta che sappiamo, come facciamo a tornare indietro, a non pensarci, a dimenticare?
Sono questi, insieme a molti altri, gli interrogativi che attraversano The Drama, quarta regia di un lungometraggio (la seconda all’ombra di Hollywood, su produzione, non a caso, di Ari Aster) per il norvegese Kristoffer Borgli, che, con la sua paradossale, distintiva, febbricitante algidità, torna a raccontare, scandagliare e scardinare ipocrisie, contraddizioni, malesseri, follie del nostro tempo. O, meglio, a (psic)analizzarlo, muovendosi lungo le crepe del subconscio contemporaneo per portare in superficie l’immaginario disturbato, spesso negazionista di un mondo e una società che si proclamano lucide e progressiste ma restano, nel profondo — rigidamente, subdolamente, talvolta persino involontariamente — moraliste e perbeniste.
Di questi cortocircuiti, ne aveva già offerto un assaggio nel precedente Dream Scenario. Qui, però, parrebbe riavvicinarsi pure alle atmosfere acide e ai temi di Sick of Myself, ripartendo dallo stare insieme, dalle dinamiche di una coppia i cui tratti futuribilmente distintivi e deformanti si manifestano sin dal primo incontro, consumato nel segno di menzogna e paranoia, turbato e disturbato da uno scarto percettivo. (Ri)comincia dunque da un rapporto che si incrina e si contamina, fino a diventare tossico e insostenibile proprio nel momento in cui vi si insinua il proverbiale “terzo incomodo”. Un elemento perturbante che, nel caso di Emma e Charlie, non coincide con una presenza definita e riconoscibile: è piuttosto l’irruzione di un esterno indistinto che penetra nella loro quotidianità, alterandone ritmi, equilibri, valori. Una collettività opaca, fortemente problematica; una forma di violenza diffusa, in un certo senso quasi pandemica, i cui bacilli sembrano rimandare ad un’America tanto pervasiva quanto sfuggente, concretamente angosciante e insieme (in)visibile.
Difatti, per quanto la campagna marketing si diverta — e si compiaccia — ad ammiccare al mistero, il punto di The Drama non è tanto il segreto in sé, bensì, come suggerisce il titolo, ciò che esso attiva. Il dubbio che si insinua, la diffidenza che attecchisce, il disgusto che affiora, il disagio che si amplifica, i tentativi — spesso goffi, sempre insufficienti — di razionalizzare, le ansie che si accumulano. Reazioni che non esplodono, ma sedimentano, risvegliandosi da una latenza che sembrava domata e che invece finisce per ridefinire ogni cosa. Cambia lo sguardo sull’altro, si incrina la percezione di sé, vacilla la possibilità stessa di continuare a convivere senza che tutto appaia, all’improvviso, irrimediabilmente compromesso.
Un discorso che, dal microcosmo affettivo e domestico, si espande con naturalezza verso l’esterno: nella tendenza a costruire comode giustificazioni, nella paura costante di urtare sensibilità altrui, nelle derive della cosiddetta cancel culture, nelle facili dicotomie che semplificano ciò che è irriducibilmente complesso, finendo per sminuirlo, svuotarlo e ricondurlo al banale reame del cringe.
Tutto ciò che sta fuori dalla messinscena matrimoniale finisce, in fondo, per rispecchiarla. Perché, in ogni caso, ciò che resta centrale nel cinema di Borgli è il divario tra l’immagine che costruiamo e una realtà che si rifiuta ostinatamente di aderirvi. Sono le proiezioni, le fantasie che (come il meme di Dream Scenario) assediano le nostre menti modificando, al pari di un body horror, i nostri corpi. Sono le narrazioni che sovrapponiamo agli altri — e a noi stessi — nel tentativo, spesso disperato, di non fare i conti con ciò che eccede, che sconcerta, che contraddice l’idea precostituita.

Ovvio, The Drama non inventa nulla. Anzi, la presenza nell’appartamento di Charlie di un poster di Passione di Ingmar Bergman (altro film incentrato su una frattura, in cui una rivelazione sconvolgente manda in pezzi una relazione, e in cui l’istanza narrante sfonda ripetutamente la quarta parete, interrompendo il flusso della narrazione con interviste agli attori sulle azioni e le parole dei loro personaggi) è una fine certificazione di un’eredità artistica estendibile pure al cinema urticante, disturbante di Lars von Trier, ai labirinti identitari di Charlie Kaufman e Spike Jonze, fino alle provocazioni più “confezionate” e spettacolari di Ruben Östlund. A queste si aggiunge un duplice omaggio al Louis Malle di Cognome e nome: Lacombe Lucien e de Il danno, opere accomunate da un’analoga tensione tra desiderio, colpa e disgregazione.
Derivazioni evidenti, comunque, che Borgli ha ci0nonostante il merito — tutt’altro che scontato — di non subire in maniera passiva, assorbendole, rielaborandole, innestandole senza restarne soffocato in un discorso filmico ed estetico inequivocabilmente suo. Ne scaturisce un curioso ibrido di registri, generi, tinte: dal thriller psicologico al dramma sentimentale, ad un romance che si diverte a smontare e scompaginare le proprie presunte convenzioni mentre prende forma. Ma è soprattutto una commedia nera, il più delle volte genuinamente divertente, per merito di un copione affilato, del montaggio vorticoso e irrefrenabile di Joshua Raymond Lee e di una direzione estremamente precisa dei suoi due attori protagonisti.
Laddove allora Zendaya si muove nel solco — più stinto ma pur sempre riconoscibile — di un’ambiguità magnetica e indecifrabile, costantemente sospesa tra controllo e repressione, che richiama il lavoro fatto con Guadagnino in Challengers; Robert Pattinson al suo fianco è ora adorabilmente, ora imbarazzantemente inetto: goffo, impacciato, con una vena nevrotica che lo avvicina ad una maschera alleniana, in bilico tra disagio e tenerezza. Parliamo dopotutto di due divi, di due star tenute insieme da un affiatamento prezioso, oltre che funzionale ad un’urgenza più scopertamente pop. Ad un’ambizione dichiaratamente glamour, a tratti modaiola, che The Drama abbraccia senza riserve, collocandosi perfettamente lungo l’attuale traiettoria di A24 (e di titoli quali Material Love, Eddington, The Smashing Machine, Marty Supreme), nel pieno di una fase di ridefinizione identitaria. Una sorta di rebranding che passa anche attraverso uno sforzo di “blockbusterizzazione” del suo cinema d’autore, non privo, tuttavia, del rischio di un progressivo appiattimento e di una certa, spersonalizzante standardizzazione.

Ecco, forse Kristoffer Borgli prova a tenere insieme un po' troppe cose, troppi film possibili, troppe linee parallele. Al solito, parte da una premessa indubbiamente intrigante e stimolante, ma finisce per non allontanarsene mai, restando spesso in superficie. Si affida allora all’effetto immediato, al primo impatto, all’impressione (più che all’espressione) di un massacro, accumulando elementi, situazioni, gag, espedienti e soluzioni che ribadiscono, rilanciano, finanche rincorrono il punto di partenza — senza però affondare mai completamente il colpo, senza spingersi o portare alle estreme conseguenze le implicazioni di ciò che mette in campo.
Anzi, a forza di sovraccaricare lo scenario di indizi, segnali e tensioni già evidenti, di alzare man mano la posta e i rischi, il film sembra smarrirsi nel proprio accumulo, prendendo, assecondando una scorciatoia incerta, irrisolta, comoda nella sua evasività, verso un finale che, invece di sorprendere o provare a tirare le somme, semplicemente delude. Tanto che può venir naturale pensare che Borgli non sapesse poi davvero come farlo finire, questo drama.
O forse no. Del resto, ciò che lui stesso sembra suggerire — pur cadendo nel tranello di un ineludibile, insuperabile moralismo — è che non esista una vera chiusura possibile. Che occorra, piuttosto, accettare e accettarsi dentro l’imperfezione, scegliere e prendere la propria storia (e quella altrui) per ciò che è, e non per come la si era immaginata.
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