
FESTIVAL DI VENEZIA 82
Il ko tecnico di THE SMASHING MACHINE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Smashing Machine
USCITA ITA: 19 novembre 2025
REGIA: Benny Safdie
SCENEGGIATURA: Benny Safdie
CON: Dwayne Johnson, Emily Blunt
GENERE: biografico, drammatico, sportivo
DURATA: 123 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Un campione leggendario, un corpo al limite (e ai limiti), una dipendenza. Benny Safdie racconta Mark Kerr scegliendo la via della sottrazione e affidando a Dwayne Johnson il compito di incarnare un eroe spezzato. Ma l’attore, pur trasformato dal trucco e dalle intenzioni, non riesce mai a trasmettere la densità tragica del personaggio, lasciando il film sospeso tra ambizione autoriale e incompiutezza drammatica.
Un film di lotta attraverso cui una star hollywoodiana vuole rilanciare la propria immagine, cimentandosi in toni e registri a lui molto distanti e, virtualmente, aggiudicandosi qualche premio, già ce lo abbiamo avuto: si intitola The Wrestler e parla di un eroe del pro wrestling (interpretato da un irriconoscibile Mickey Rourke) che deve fare i conti con la propria caduta e le proprie ferite. E ancora, un film che utilizza lo sport e la lotta agonistica per parlare di spirali autodistruttive, modelli maschili e machisti per cui è meglio saper controllare e tenere a bada le proprie emozioni e fragilità, già ce lo abbiamo avuto: si intitola The Iron Claw ed è il resoconto in chiave di gioco al massacro di tutta la storia della chiaroscurale dinastia Von Erich.
Anche lì, una star insospettabile puntava a ridefinire i confini del proprio divismo, sostenuto dal marchio della nota indie house statunitense A24. La stessa che distribuirà negli Stati Uniti The Smashing Machine, l’esordio registico in solitaria di Benny Safdie (fratello di Josh), nel quale Dwayne “The Rock” Johnson - sì ex-wrestler ma oggi come oggi meglio noto come volto di riferimento del panorama action hollywoodiano (e non solo) - prova a reinventarsi vestendo i panni di Mark Kerr, uno dei primi pionieri e più grandi campioni di MMA (Mixed Martial Arts). Una disciplina brutale, violenta che questi ha affrontato mettendo a repentaglio la sua stessa vita dal punto di vista fisico e dei sentimenti, alla ricerca di una vittoria perenne, del successo… Insomma, di un’eternità da leggenda sportiva che tuttavia ha conquistato - oltre che per i suoi trionfi e le sue doti atletiche - grazie al modo in cui è riuscito a far fronte ad una serie dipendenza da oppioidi e antidolorifici, utili a replicare, estendere, perpetuare nella quotidianità, nei lunghi intermezzi tra un match e l’altro, quella sensazione viscerale, orgasmica e, al contempo, irresistibile che provava lottando fra le corde.
In tal senso, ciò che più interessa a Safdie (che, del film, firma pure la sceneggiatura) è appunto la resa del dramma più contrastato, di un paradosso che si consuma e riflette nel corpo muscolare e imponente di un Johnson identificabile malgrado il trucco prostetico lo voglia quasi camaleontico. È l’apparente, ma indebito controsenso insito in The Smashing Machine, una “onomatopea perfetta che evoca bene immagini di dominio e distruzione”. Kerr era davvero la Macchina Distruttrice: “la sua forza si manifestava anche fuori dal ring - spiega il regista - perché aveva una capacità unica di esprimere le emozioni. Spesso diamo per scontato che la statura fisica o le capacità atletiche equivalgano a forza emotiva. Ma solo perché uno sembra l’uomo più forte del pianeta non significa che sia invincibile. I nostri eroi sanguinano come tutti gli altri. Quando esci dal ring il mondo è lì che ti aspetta e sei costretto ad affrontare quello da cui stavi cercando di fuggire”.
Una parabola, questa, che potrebbe adagiarsi perfettamente sul portato iconografico di un The Rock (anche produttore tramite la sua Seven Bucks) che sembra riconoscere quanto sia sofferto e importante - al di là della ricchezza e della fama - il riconoscimento artistico della propria comunità. Una parabola, appunto, che abbiamo già visto tante altre volte, in diverse variazioni e gradazioni, ma che Safdie vuole fare “a modo suo”. “My way”, come si suona (un po’ ruffianamente e didascalicamente) ad un certo punto del racconto, e come del resto ha fatto lo stesso lottatore, verso la cui biografia il cineasta si è rivolto con una sorta di “empatia radicale” che deve fluire in maniera naturale proprio dai corpi e dalla presenza scenica dei suoi due protagonisti (la fidanzata di Mark, Dawn Staples, è portata in scena da Emily Blunt). Il dramma, dunque, è sfumato, attenuato, raramente esibito in modo chiaro, diretto (e potenzialmente ricattatorio). Anzi, è spostato in un altrove non soltanto coincidente col fuori campo, ma manifestato nella sottrazione: nei gesti esitanti, negli sguardi trattenuti, nei silenzi carichi di tensione.
Safdie sceglie consapevolmente un registro quieto, ravvicinato, anticlimatico e antispettacolare — come ribadito dalla colonna sonora, in larga parte affidata a tessiture di ispirazione free jazz. Una via stilistica che si pone in aperto contrasto con la frenesia e il parossismo tipici delle opere firmate insieme al fratello. Tale scelta non implica, tuttavia, un vero distacco dai temi cardine del cinema di entrambi. Al contrario, le ossessioni restano intatte nella trasfigurazione della dipendenza quale spettro indicibile della sconfitta, illusione della perfezione; nell’idea del successo come condanna più che come traguardo.
Nondimeno, proprio questa direzione, così calibrata e misurata, finisce per collidere con la natura stessa del progetto. Non arriva mai a negarne le intenzioni più evidenti — la dimensione di “veicolo Oscar” — ma le riduce e contraddice, limitando e accantonando il punto di vista narrativamente più fertile e interessante (cioè quello femminile).
Lo ricorderemo senz’altro per un’intuizione di regia e qualche frammento tinto di una grazia fragile, a tratti quasi commovente. Ma a tali parentesi si alternano purtroppo lunghe zone di ordinarietà e, soprattutto, pesa una prova attoriale mai (con)vincente da parte di Johnson. Il che è in verità il grosso problema di un’opera che prova a salire sul ring interiore di Mark Kerr, ma rimane, in definitiva, ai margini delle corde, senza mai davvero colpire al cuore.
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