
MARTY SUPREME, e Chalamet fu
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Marty Supreme
USCITA ITALIA: 22 gennaio 2026
USCITA USA: 25 dicembre 2025
REGIA: Josh Safdie
SCENEGGIATURA: Ronald Bronstein, Josh Safdie
CON: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A'zion, Kevin O'Leary, Tyler, the Creator, Abel Ferrara, Fran Drescher
GENERE: sportivo, commedia, drammatico, biografico
DURATA: 150 min
Candidato a 9 premi Oscar tra cui miglior film e miglior attore protagonista
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Marty Supreme segna il passaggio dal caos safdieano ad una sua formalizzazione spettacolare per parte di Josh (Safdie), che rilegge la parabola sportiva come racconto dell’ambizione americana, trasformando il disordine in performance e l’ansia in dispositivo narrativo e industriale. Ne deriva un’opera profondamente ambivalente, in cui la critica al successo e alla (relativa) competizione finisce per sovrapporsi alla loro messa in scena, fino a coincidere con essa. Un film che interroga il mito mentre lo costruisce, fondendo personaggio, attore e fabbisogni industriali in un unico, ossimorico destino.
C’erano una volta i Safdies, Josh e Benny, due fratelli di New York cresciuti fin da piccoli nel mito del cinema e col sogno di farne di loro, diventando registi. Un desiderio che eventualmente si realizza: dai filmini casalinghi in Super8 fino all’affermazione nel circuito festivaliero e indie, dove iniziano a imporsi con progetti sperimentali segnati da un forte realismo e da un altrettanto marcato senso dell’urgenza e dell’istante.
Il debutto nel lungometraggio di finzione arriva nel 2014 con Heaven Knows What, cruda cronaca della quotidianità di una giovanissima tossicodipendente, cui segue una prima affermazione con Good Time (2017) e l’ingresso definitivo nel panorama mainstream e hollywoodiano con Diamanti grezzi (2019). Sono due film, questi ultimi, costruiti come corse a perdifiato — e a perdivoce — attraverso giungle urbane diverse eppure visceralmente simili - opprimenti, degradate, talvolta apertamente oscene, tanto negli spazi quanto in coloro che le abitano - verso qualcosa che forse esiste, forse no, o che forse è sempre stato lì, a portata di mano, senza mai essere davvero visto, distratti come sono e siamo — personaggi e spettatori — dalle tentazioni disseminate lungo il percorso dal corso degli eventi, dal destino, da Dio, dall’universo (comode forme di autoassoluzione per non dire, più semplicemente, noi stessi).
È un cinema, il loro, di calvari avventurosi in un’America talmente iperrealista da sconfinare quasi nel fantasy; di discese a spirale lente e inesorabili alla volta di un epilogo già scritto, di una dimensione ancor più buia e soffocante, mortifera, talvolta letteralmente mortale. Opere che, oltre a portarli all’attenzione del grande pubblico, li consacrano tra i maggiori “raccontatori” dell’ansia contemporanea: esponenti di un cosiddetto neorealismo post-capitalista che radiografa il fallimento del sogno americano, ridotto a merce kitsch, appariscente nella sua illusorietà, e venduta a caro prezzo in un’asta continua e senza fine, in cui rilanciare sempre, scommettere tutto, non arrendersi mai. Nemmeno quando tutto ciò che ci circonda suggerirebbe altrimenti. Una miscela allucinogena, tossica e autolesionista, composta da successo, ambizione, ricchezza, autorealizzazione: promessa di salvezza e, insieme, condanna all’infelicità.

Questa aspirazione però i Safdie sono riusciti a conseguirla e a concretizzarla, e continuano tutt’oggi a preservarla e interrogarla, seppur in solitaria, divisi come un’altra celebre coppia di fratelli (i Coen) a cui devono moltissimo.
Non sorprende allora che, nello stesso anno (2025, ndr), prima Benny - ormai lanciatissimo pure in veste di attore, tra Pieces of a Woman, Licorice Pizza e Oppenheimer - e poi Josh abbiano consegnato al grande schermo i loro rispettivi, primi pezzi solisti. E curiosità vuole che entrambi condividano moltissimi punti di contatto, a partire dai soggetti. Sia l’uno che l’altro sono invero personalissime variazioni e versioni del film sportivo, che mettono al centro dei propri racconti la parabola decostruttiva e il riscatto minimo e intimissimo di due atleti realmente esistiti e solo apparentemente (e fisicamente) antitetici.
The Smashing Machine di Benny Safdie si appropria della storia di Mark Kerr, uno dei primi pionieri e più grandi campioni di MMA, per dar corpo, forma, vita ad un The Wrestler fatto “a modo suo”, come rimarca del resto Frank Sinatra in colonna sonora. Sceglie pertanto di distanziarsi dallo stile cinetico, iperbolico, distintivo del cinema in sintesi e simbiosi col fratello, lavorando per sottrazione e disorientamento con e su un registro quieto, anticlimatico e antispettacolare, pur restando fedele alla poetica dei titoli di cui sopra - nella trasfigurazione della dipendenza quale spettro indicibile della sconfitta, illusione della perfezione; nell’idea del successo come condanna più che come traguardo. In tal senso, abbandona nei fatti il concetto (e concept estetico ed editoriale) di film-veicolo, funzionale alla vittoria di premi da parte della star di turno - abbracciato in parte nel succitato Diamanti grezzi - riducendo e andando in collisione con l’intenzione e la presenza dolente di un Dwayne Johnson che rimane, in definitiva, ai margini del ring (senza arrivare mai davvero al cuore, aggiungeremmo).
Di tutt’altro avviso e stampo è, al contrario, l’impresa in cui s’imbarca Josh con Marty Supreme, che all’atto pratico ne è probabilmente il proverbiale rovescio della medaglia. O meglio, una reiterazione, canonizzazione, prosecuzione - va da sé, molto meno audace e rischiosa - dei tratti più riconoscibili dell’universo safdieano. Una sorta di (letterale) "remake d’autore" che rielabora e romanza ai propri scopi il profilo di Marty Reisman, uno dei più importanti campioni di tennis-tavolo tra gli anni ‘40 e ‘60. Una di quelle figure che sembrano appartenere più a leggende urbane; un personaggio fatto e finito, dallo stile irregolare, imprevedibile, a tratti quasi antisportivo rispetto ai canoni moderni. Uno per cui contava non tanto (o non solo) la tecnica e la dedizione, quanto lo spettacolo: parlava durante gli scambi, provocava l’avversario, scherzava col pubblico, rallentava il ritmo di gioco fino a snervare chi aveva di fronte, trasformando ogni partita in una piccola messinscena. Un’incarnazione di un’idea di sport profondamente urbana e prettamente americana, in cui il talento è inseparabile dall’astuzia, dal rischio, dal bluff, così come la vita lo è dal gioco. Non a caso, negli ultimi anni della sua vita, Reisman divenne una sorta di custode di un’epoca ormai scomparsa, da lui attraversata — tra luci e ombre — con il passo e la visione di un genio spesso incompreso.

Appare dunque evidente, se non addirittura lapalissiano, il motivo per cui la sua storia abbia trovato una risonanza così profonda nelle corde artistiche del Safdie più laconico ed “engagé”. Altro che ping pong: un po’ come in Challengers di Luca Guadagnino, lo sport e tutto ciò che ne segue e concerne sono soltanto un pretesto per arrivare da ben altre parti. O, come anticipato poc’anzi, per tracciare di nuovo la medesima traiettoria di sempre - convulsa, imprendibile, ma circolare e in fondo paradossalmente immota e immutabile. Per (ri)animare la solita lotta, a suon di affannose riprese e primi piani, dell’uomo contro il vil denaro, il suo potere e la sua influenza, la sua forza transazionale, le sue regole e finalità, i suoi significati, le sfide che pone e le aberrazioni che partorisce. Il tutto, sullo sfondo, come in questo caso, di un mondo (non più?) in guerra e, sempre e comunque, di una realtà rumorosa, vulcanica, incontenibile e debordante, tra familiari, amici e amanti, colleghi e rivali, dirigenti e tycoon vendicativi, negozianti e gangster, attori o semplici passanti.
Una moltitudine umana e geografico-urbanistica (ahinoi) sistematicamente e ordinatamente trasmutata sul piano filmico e narrativo in un affresco “ad accumulo” alimentare, bulimico, stordente di situazioni, scenette, trame, digressioni, personaggi (molti dei quali rigorosamente interpretati da attori non professionisti) che possono “servire” più al protagonista del racconto che al racconto in sé e per sé. E ancora, in un ibrido tra un’enfatizzazione implosiva ed esplosiva della "mitragliante" verbosità scorsesiana, la postmodernità performativa, anacronistica, irridente di Tarantino, una deturpazione del mumblecore newyorchese, la fatalità ironica e tragica dei Coen, l’agilità del segno e del design di fumetti e cartoon del Sol Levante, Lo spaccone di Paul Newman e gli instabili, spietati, talora vampireschi antieroi dei film di Abel Ferrara (che qui fa capolino in un gustoso cameo).
Amplificato dalla fotografia vertiginosa e avvolgente dell’immancabile Darius Khondji ed eviscerata dalle musiche inebrianti del sodale Daniel Lopatin, quello di Marty Reisman - rinominato emblematicamente Mauser e soprannominato Marty Supreme - è altresì anche lo stesso, istintivo tour de force esistenziale in nome di un’ambizione congenita, ereditaria, inestirpabile, totalizzante a cui votare ogni singola e infinitesimale particella di sé, ogni ricordo, azione, pensiero, decisione, emozione. Un’ancor più “fiabesca” e, questa volta, errabonda avventura made in America, fatta di sogni in grande vissuti — alla fin fine — in piccolo. E cioè quando se ne riconosce l’essenza artificiosa di gioco deciso, regolato, creato apposta da un’ultracentenaria loggia di pochi eletti per schiacciare, umiliare, distruggere chiunque provi a prenderne il posto, a scardinarne meccanismi e principi, a non accettare di essere solo l’ennesimo concorrente da un lato o l’altro del tavolo.

Parliamo insomma di una specie di déjà vu, solo con una sostanziale differenza. Difatti, al contrario del fratello minore, Josh Safdie cede eccome al richiamo industriale del film “da premio” dando forma insieme a Timothée Chalamet ad un’operazione meticolosa (forse pure troppo), in cui sembrano riecheggiare le parole pronunciate dall’attore nel suo discorso di ringraziamento per il SAG Award come miglior protagonista, vinto per l’interpretazione — indubbiamente superiore — di Bob Dylan in A Complete Unknown. In quell’occasione, il giovane divo rivendicava senza filtri la propria ambizione, rifiutando ogni posa di distacco o falsa modestia: ribadiva di aspirare a diventare “uno dei grandi”, ad una forma di eccellenza assoluta nutrita da anni di lavoro, dedizione totale e modelli esplicitamente riconosciuti — da Marlon Brando a Daniel Day-Lewis. Perché, al di là di ogni retorica sull’arte come espressione puramente soggettiva, ciò che lo muove è il desiderio dichiarato di lasciare un segno.
Da cui la compenetrazione e la convergenza tra filmico ed extrafilmico, tra un personaggio e un altro personaggio — l’attore, la star, il brand — che finiscono per sovrapporsi fino quasi a coincidere, annullando ogni confine e residua ambiguità. La pellicola si tramuta così in un microcosmo dove ogni elemento concorre a esaltare e ingigantire uno Chalamet memore soprattutto della lezione di quel Leonardo DiCaprio da lui apertamente venerato e, al contempo, proiettato sulle orme di Tom Cruise. Ergo disposto a tutto per assicurarsi la statuetta, passando anche attraverso un method acting portato all’estremo (si parla di cinque anni di allenamento con Diego Schaaf e Wei Wang, già consulenti di ping pong per Forrest Gump e Balls of Fury) alla ricerca di un mito fondativo per la sua personale “Chalametology”.
Dal canto suo, Safdie allestisce per lui il palcoscenico ideale per una doppia messa in scena: quella del talento borderline, irregolare, truffaldino, vampiresco eppure ingegnoso di Reisman/Mauser, e quella — altrettanto studiata — della sua ascesa definitiva nel pantheon dei “grandi”. Non più promessa ma progetto compiuto, perseguito con lucidità manageriale oltre che con una disciplina ferrea.

È qui che il cinema del regista sembra perdere parte della sua storica carica destabilizzante, anarchica, street-punk. Il caos non deflagra più, anzi si trasforma in performance agonistica. La frenesia non divora, ma serve a certificare la credibilità e la determinazione del suo epicentro stellare. Ogni eccesso appare calibrato, ogni sbavatura prevista, ogni caduta già inscritta in una drammaturgia del riscatto che - tolta la brusca virata finale - resta pienamente compatibile con l’orizzonte del grande cinema americano da competizione.
Non è un tradimento, né un ammorbidimento stilistico, quanto piuttosto una vera e propria fecondazione divistica: Marty Supreme è sì un film safdieano che tuttavia si adagia sulle comodità di un character-study, sugli esiti di un coming-of-age (dissimulato), oltre che sugli scatti di un altro “prodauttore” [R. Menarini] la cui semplice presenza è già di per sé atto dichiarativo e gesto autoriale. Accetta quindi — o subisce volontariamente — tutte le conseguenze del caso, fra cui quella di diventare tutt’uno con ciò che racconta.
E cioè un oggetto dalla multipla e plurale paternità, profondamente contraddittorio e ambivalente, una disinibita operazione di marketing e di piazzamento che vede l’extradiegetico scassinare con prepotenza il fatto filmico, sovrastarlo, riprogrammarlo più e più volte. O ancora, un film che professa una critica al mito dell’ambizione, al denaro e alla competizione, ma che nel profondo sembra non credervi davvero, perché ne adotta pienamente il linguaggio, le strategie, le posture. Che parla di mercificazione nell'esatto istante in cui si fa merce, che interroga l’autoaffermazione mentre la celebra (altrove, sotto altri riflettori), che mette in scena il rischio senza mai correrlo realmente. Un ossimoro per immagini. Game, set, match, Marty.
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