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            24 Gennaio 2025
            A Complete Unknown Timothée Chalamet Bob Dylan Recensione Film Cinemando
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            A COMPLETE UNKNOWN è la consacrazione di Timothée Chalamet

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: A Complete Unknown
            USCITA ITALIA: 23 gennaio 2025
            USCITA USA: 25 dicembre 2024
            REGIA: James Mangold
            SCENEGGIATURA: James Mangold, Jay Cocks
            CON: Timothée Chalamet, Monica Barbaro, Elle Fanning, Edward Norton, Boyd Holbrook, Scoot McNairy
            GENERE: biografico, musicale, drammatico
            DURATA: 141 min
            Candidato a 8 premi Oscar tra cui miglior film

            VOTO: 8+

            RECENSIONE:

            “Una buona canzone”, al pari di una buona storia, “può fare del bene”, ma “non puoi aiutare nessuno se non sei autentico”, come diceva il fratello di Johnny Cash in Walk the Line di James Mangold. Ebbene, quella che incarna e intona Timothée Chalamet in A Complete Unknown, il ritorno del regista al biopic musicale, è la fenomenale storia di un ragazzo, Bob Dylan, che arrivò e rivoluzionò tutto “like a rolling stone” e di un altro ragazzo, lui stesso, che, quella stessa storia, riesce a farla (veramente) sua in una buona canzone che funziona senza troppi fronzoli, per lanciarlo verso un nuovo orizzonte.

            Nessuno lo sa, da dove venga o chi sia quel ragazzo mingherlino che, nel 1961, arriva, via autostop, sdraiato nel bagagliaio di un'auto, in una New York vorticosa, rumorosa, in subbuglio, sfiorata e attraversata da un cambiamento che ancora non si riesce a vedere, ma si percepisce comunque nell’aria. Né tantomeno è dato sapere da quale posto dell’anima provengano le canzoni che scrive e canta, accompagnandosi con una semplice chitarra acustica, con una grazia, una verità e un’intensità che hanno del miracoloso. Canzoni, le sue, che diventeranno inni di quello stesso cambiamento. Emblematici manifesti artistici di una e più generazioni. Poesie senza tempo capaci di toccare le profondità e le ambiguità dell’essere umani e parlare l’enigmatica lingua dell’eternità.

            Tutto questo, però, lui ancora non lo sa mentre si esibisce, esponendo sé stesso e tutto il suo intraducibile mistero, di fronte al suo eroe e padre artistico Woody Guthrie - questi, tra i cantanti folk più importanti della storia della musica statunitense, autore di numerosi blues parlati, uno stile derivato dal blues, precursore della cosiddetta canzone di protesta, allora allettato e ormai impossibilitato a parlare ed esprimersi a causa di una grave malattia neurologica - e di fronte agli occhi di colui che, da quel momento, diventerà per il nostro un mentore, un impresario, forse un padre putativo. Il suo nome è Pete Seeger, noto cantautore. Sarà lui a cogliere questo diamante grezzo e ad inserirlo pian piano nella scena folk di New York e dintorni. Ma è questione di mesi prima che il giovane venuto da chissà dove, dal passato già avvolto nel mito, nella leggenda o, meglio, in una conscia (auto)costruzione divistica, spicchi il volo. Prima che questo completo sconosciuto spicchi il volo e si trasformi in colui che ambisce a diventare.

            Non (mai più) quel Robert Zimmerman le cui tracce sono ormai perse fra i venti del tempo, ma quel Bob Dylan che, con la sua sterminata e imprendibile produzione, sconvolgerà per sempre la storia della musica. Uno spartiacque, oltre che l'inventore del folk-rock. L’unico cantautore, ad oggi, ad aver ricevuto un premio Nobel. L’esempio eccellente di moltitudine pirandelliana, come ricordava già l’imbattuto Io non sono qui di Todd Haynes, esplosione dell’universo-Dylan in un caleidoscopio di estetiche, atmosfere, personaggi, volti (di attori) riconducibili alla medesima, incontenibile singolarità.

            A Complete Unknown Timothée Chalamet Bob Dylan Recensione Film Cinemando

            Di tutt'altra pasta è A Complete Unknown, il film con cui James Mangold - film-maker versatile, dall’impronta adattiva e dal passo limpido - torna, a quasi vent’anni di distanza da Walk the Line, dietro la macchina da presa di un ritratto di artista, cantante e musicista, ritrovandovi pure Johnny Cash, anch'egli parte integrante di questo cosiddetto universo. Difatti qui, ancor più che in quel film d’inizio anni Duemila, ad interessare maggiormente il regista è ciò che circonda, stimola e definisce il soggetto della propria narrazione, inclusa una galleria di persone, personalità e personaggi con cui il nostro condivide rapporti e relazioni, sempre secondari tuttavia rispetto a ciò per cui è venuto fin qui. Sulla Terra. Tra di noi.

            Perché sì, Dylan è (un) Dio, un profeta alieno svestitosi dei vincoli del proprio tempo per toccare, presentire, raccontarci il nostro: quello delle sue migliaia di figli, delle molte strade e delle molte scene della Storia. The Times They Are A-Changin', ripete, avverte, donando il proprio genio, il proprio talento, la propria arte divina(toria) a chiunque abbia la fortuna di ascoltarlo. A dir(ce)lo è lui stesso, in prima persona, senza alcun timore di apparire respingente o suonare presuntuoso. Ciò detto, se la tracotanza - come insegnano i miti - è il peccato insormontabile di ogni essere superiore, non significa che la sua opera non abbia un prezzo, delle necessità, o non risponda a esigenze, bisogni, desideri, sogni, esiti e contraddizioni dell’uomo. Dylan, ad esempio, vuole diventare popolare, mainstream, un prodotto commerciale, a base di vendite e classifiche, e, allo stesso tempo, mantenere, arrogarsi il diritto e la potestà di (continuare ad) essere “tutto ciò che loro non vogliono che io sia”.

            Nondimeno, comprenderà molto presto che essere davvero celebri, lasciare realmente un segno sull’umanità intera, nell’immaginario e nel bagaglio culturale collettivo, implica un cambiamento, un transizione, una continua e ostinata metamorfosi. Che è artistica: e quindi A Complete Unknown - partendo dal saggio Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica di Elijah Wald - racconta il passaggio del cantautore dal folk duro e puro di cui è uno dei massimi rappresentanti e il suo più grande esportatore a livello internazionale, al mondo del rock n’ roll che, proprio grazie alle esperienze degli inizi, contribuisce a reinventare.

            D'altro canto però la trasformazione su cui pone l’accento la sceneggiatura dello stesso Mangold e di Jay Cocks (già sodale di Scorsese, che a Dylan ha dedicato il magnifico documentario Rolling Thunder Revue - e il cerchio si chiude!) è anche di tipo esistenziale, ossia quando il crocevia musicale, la scelta di percorso si traduce in riflessione e in rifrazione di vita. Nello sdoppiamento (e sfocamento) dei tanti padri di cui insegue la luce e riesce alfine a superare la lezione, e nel triangolo sentimentale che intreccia con Sylvie Russo (personaggio basato sulla figura di Suze Rotolo), la ragazza che gli dona stabilità (in un primo tempo anche economica), e la cantante Joan Baez, colei che invece parla davvero il suo stesso idioma e ne carpisce al volo l’essenza; uno, forse il più vicino alla realtà, dei molti Bob Dylan.

            Ma scoprirà altresì che l’unico esito e onere di questo suo movimento e dinamismo incontrollabili, spontanei, sono l’infedeltà, la strumentalizzazione di tutte queste persone verso le quali dovrebbe provare solo gratitudine. È la solitudine ad attenderlo in ultima istanza. L’ascetismo di un menestrello hippie sulle orme di Jack Kerouac.

            A Complete Unknown Timothée Chalamet Bob Dylan Recensione Film Cinemando

            Il discorso, come prevedibile, è molto simile a quello che custodiva il Cash di Joaquin Phoenix nel succitato Walk the Line, sul quale purtroppo A Complete Unknown non riesce ad imporsi siccome latita di quella ruvidezza, di quel senso di vissuto, di quella contrizione sommessa e logorante, come pure dell’ardire nell'affrancarsi dallo spartito e suonare una nota in più, fuori posto, incurante del rischio di una stonatura.

            È insomma un’operazione molto controllata e poco bruciante, quella di Mangold. Una nel cui svolgimento si avverte chiara una qualche forma di ingerenza da parte del vero e vivente(!) Dylan. Addomesticata, certo; invischiata nel tessuto malinconico verso un’epoca eternamente finita e depauperata del graffio tipico dei testi e delle composizioni del premio Nobel, ma non per questo malriuscita. Anzi, avvalendosi del suo stile, piglio, approccio (neo)neoclassico ed ergendosi su un copione solidissimo, il regista firma un puro, tradizionale, ultimo esemplare di cinema hollywoodiano che trova in un cast prodigioso e nel fervore delle interpretazioni l’elevazione e il coraggio mancanti, la sostanza utile a riempire i vuoti e dare significato a tutto.

            Garbato e felicemente moderato è allora Edward Norton nei panni di Seeger, Monica Barbaro è da rivelazione nel ruolo di Joan Baez, e sorprendenti sono Boyd Holbrook - notevole nell'opera di "rianimazione" del Johnny Cash mangoldiano - e Scoot McNairy, questi nella miglior prova di una sottovalutatissima carriera. 

            A Complete Unknown Timothée Chalamet Bob Dylan Recensione Film Cinemando

            Inutile dire però che il motivo per cui A Complete Unknown si ritaglierà un posto nella memoria di tutti è da riconoscere e applaudire - va da sé - nell’ennesima, iconica performance di Timothée Chalamet. La più ardua di tutta la sua carriera, sostiene lui (ma non la migliore, aggiungiamo noi). Tale da richiedere cinque anni di studio e preparazione. Mimetica, come esigono le recenti derive del biopic (musicale), eppure portata in scena in una maniera disarmante, sensazionale, più unica che rara.

            Difatti, ancor prima che attraverso il physique du rôle, la credibilità, la gestualità, l’opera di identificazione dell’attore avviene e dipende esclusivamente da un lavoro mostruoso sulla voce (parlata e cantata), l’intonazione, le inflessioni, il colore e le sfumature. In questo modo, Chalamet e quello che - inevitabilmente - diventa il suo film incantano, rapiscono, seducono il pubblico, facendogli credere per 140 minuti in un’illusione "più vera del vero". Assolvendo, in un certo senso, una delle primarie aspirazioni dello spettacolo cinematografico.

            È uno sforzo, quello del giovane divo, che rischia di convertire queste righe in un elenco di prosaici ma giustissimi superlativi col quale Mangold pare quasi rievocare le parole di Jack Cash. Perché “una buona canzone”, al pari di una buona storia, “può fare del bene”, ma “non puoi aiutare nessuno se non sei autentico”.

            E quella che incarna e intona Timothée Chalamet in A Complete Unknown è la fenomenale storia di un ragazzo che arrivò e rivoluzionò tutto “like a rolling stone” e di un altro ragazzo che, quella stessa storia, riesce a farla (veramente) sua in una buona canzone che funziona senza troppi fronzoli, per lanciarlo verso un nuovo orizzonte.

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