
CHALLENGERS, UNO SPORT CHE SI CHIAMA DESIDERIO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Challengers
USCITA ITALIA: 24 aprile 2024
USCITA USA: 26 aprile 2024
REGIA: Luca Guadagnino
SCENEGGIATURA: Justin Kuritzkes
CON: Zendaya, Josh O'Connor, Mike Faist
GENERE: drammatico, sentimentale, sportivo
DURATA: 131 min
VOTO: 9
RECENSIONE:
Reduce da tre set di grande classe e raffinatezza, con Challengers Luca Guadagnino riconferma la felicità creativa ed espressiva del suo cinema del desiderio, proponendo l'ennesima variazione sul tema del coming-of-age attraverso la competizione e il gioco del tennis, e regalando a Zendaya, Josh O'Connor e Mike Faist il ruolo della vita. Un sublime gesto cinematografico in grado di coniugare il piacere orgasmico del pop e una forte impronta autoriale. Un'altra lezione di sperimentazione cine-musicale di Trent Reznor e Atticus Ross.
L’intersezione di due linee - quella di una rete e quella di mezzeria di un campo da tennis - e due ombre proiettate sull’azzurro. E poi, uno sguardo, quello di una donna, sugli spalti, che non sta seguendo il ritmo delle battute e della pallina, né tantomeno quello delle teste degli altri spettatori.
Cos’è che sta guardando davvero? Cosa vede attraverso i suoi occhiali da sole Tashi Duncan? Lei è un ex-promessa del tennis, ritiratasi dopo un infortunio, e ora moglie devota (a modo suo, e non nella maniera che si penserebbe) di uno dei due tennisti che si stanno contendendo questa partita, che è la finale di un torneo Challenger da cui dipende molto più che una gloriosa vittoria o una sonora e triste sconfitta.
C’è in palio tutta un'esistenza e il senso che potrebbe aver avuto, per Art Donaldson - questo il nome del marito di Tashi. E lo stesso vale per il suo avversario, Patrick Zweig, prima suo grande amico d’infanzia e adolescenza e, a sua volta, ex-fidanzato di quella donna là, sugli spalti. In palio, in altre parole, c’è più che altro il loro rapporto, il quale va forse al di là di una semplice e fraterna amicizia, incrinatosi (al suono di un ginocchio spezzato) proprio a causa della loro infatuazione congiunta per Tashi. Che continua a guardarli, ma non come fanno gli altri, poiché in grado (e sempre lo è stata, fin dal primo momento che entrambi hanno cercato di sedurla e portarsela a letto) di scorgere quello che né gli altri - sempre quegli altri, dentro e fuori gli spalti -, né tantomeno gli stessi Art e Patrick sono riusciti mai a riconoscere.

Come sempre nel caso dei grandi film, sta tutto nell’inizio, nella prima manciata di sequenze: in un esergo quasi astratto e nel ritmo asincrono di un corpo; il cuore, l’essenza di Challengers, l'ultima fatica dell’eclettico e infaticabile Luca Guadagnino, reduce da tre magnifici set (Chiamami col tuo nome, Suspiria, Bones & All).
Un'opera, quest'ultima, di linee e di vite che si incontrano, per l'appunto, di corpi che entrano in relazione, in intimità e irrimediabilmente in conflitto, divisi dalle circostanze della vita e dalle regole di uno sport come il tennis. Corpi che si fondono, diventano un tutt’uno, per poi separarsi, disperdersi in uno spazio e in un tempo che la sceneggiatura di Justin Kuritzkes (che segue i passi della moglie Celine Song nel suo Past Lives, ma con un passo diametralmente opposto), complice il montaggio di Marco Costa (a sostituzione del sodale Walter Fasano), rende ancora più evidente e intenso attraverso frammentazioni, distorsioni, digressioni, ellissi. E ancora, corpi che bruciano di una tensione lacerante e di un desiderio distruttivo, pur esistendo per goderne sempre più. Traiettorie impossibili, vertiginose, turbinose, come quelle innate, intrinseche al melodramma (della vita), o quelle generate da una racchetta che colpisce una palla per mandarla nell’altra metà campo, “l’unica cosa per cui sono portato” dirà qualcuno. Perché forse tutto quel che rimane siamo noi stessi o, meglio, Tashi, Art e Patrick, ché Guadagnino isola, distacca dal mondo intero e segue nei loro piccoli, grandi problemi di cuore, nei loro traumi, nelle loro “compressioni e repressioni” amorose e vitali. Nelle piccole, grandi complessità del mondo parimenti piccolo mondo.
Ed ecco le ombre, che si stagliano su tutto il resto, che sovrastano tutto ciò che li circonda. Ombre umane, dotate di una sensibilità e sensualità che, come i fantasmi di Suspiria, aleggiano, ammantano, permangono nei non-luoghi che abitano e attraversano. Ma, di conseguenza, anche divistiche, imprendibili, incantevoli. Stiamo parlando di una Zendaya mai così erotica, matura, finalmente donna, e di un Josh O’Connor e di un Mike Faist [rivelazione e promessa del West Side Story di Steven Spielberg] portentosi nel loro ambiguo lavoro di recitazione. A tutti e tre, il cineasta - che ne capisce e carpisce la loro forma definitiva (altro che Levinson, Villeneuve e Rohrwacher) - regala il ruolo della vita, uno dei tanti per cui verranno ricordati, ma senz’altro quello che li consacrerà nel firmamento del cinema.
Tornando però alle ombre, esse, così come il trio protagonista, turbano, arrivano persino a fare paura e orrore, si espongono al rischio di diventare oscene (come tutto e tutti del resto, ricordando le parole dell’Harry di Ralph Fiennes nell’imperfetto ma sottovalutato A Bigger Splash). Eppure, il tornaconto di codesta meschinità è un atto di amore difficile da definire, libero, estatico, totalizzante. Una prova di (r)esistenza contro l’inevitabile incedere del tempo, e un gesto di cinema, entrambi troppo eccitanti per poter essere rifiutati. Com'è lo sport, tra le massime espressioni di una corsa, di una competizione contro sé stessi e l’inevitabilità, al costo di barare con l’ausilio di diete, trattamenti speciali, droghe e a scapito della salute, e allo stesso tempo naturale fonte di sensazioni alchemiche, di un’energia esplosiva e unica nel suo genere, di sostanze pressoché magiche.
Ma “il tennis è un’altra cosa”, è una dimensione altra, metafisica, fatta di geometrie interpersonali, di legami che superano la profondità e la verità dell’atto sessuale (negato allo spettatore senza però ripercussione sul coefficiente erotico della pellicola), dell’imprevedibile mutabilità del fato coi suoi intrecci di potere e giochi di forza, dell’attesa tormentosa per un match point. Lo sa bene Tashi Duncan, a cui oggi, in quanto donna (dal primo all’ultimo minuto, e non è un caso che, tolta l’acconciatura, il suo corpo non muti e non cresca, a differenza di quello dei due maschi, infantili e in piena crisi), spetta “il compito di cambiare il mondo” (sempre A Bigger Splash). Ella è, di fatto, il principale veicolo espressivo e scenico della filosofia, dell’idea e dell’ideologia che caratterizzano l’approccio totalmente da neofita e funzionale di Guadagnino a questo sport.

Non è allora solo uno tra i migliori film sul tennis (pur camuffandosi, fingendosi tale), Challengers è anche e soprattutto un’esperienza cinematografica inebriante alla stregua di una scarica di endorfine. Per citare la canzone di Patty Pravo presente in colonna sonora, un Pensiero stupendo aggiornato ai tempi che viviamo. Un’opera epidermica e di epidermidi scandagliate con lo sguardo proibito del mezzo, di fisici a cui l’istanza narrante sollecita un guizzo, uno spasmo, un’alterazione la cui potenza (anche drammaturgica) è seconda solo all’uragano che si impone in scena e connota emotivamente tutto il terzo atto. Un film che potrebbe apparire ed è, in meri termini di soggetto, semplicissimo, ma in cui a fare la differenza, come in ogni regia di Guadagnino, è la profondità della scrittura e dell’analisi dei personaggi, capace di aprire una finestra, uno sguardo, una soggettiva irreale su un universo smisurato di variabili che si estendono oltre lo spazio e il tempo dell’immagine.
Insomma, è più semplice dire quel che Challengers non ha rispetto a ciò di cui può vantarsi. Ci proviamo: una confezione pop (non fosse per le citazioni e gli omaggi a Star Wars e Spider-Verse, basterebbe giusto il nome di Amy Pascal in produzione) al cui interno il cineasta palermitano trova posto per le proprie ossessioni e intenzioni autoriali (e quindi per un’altra fervida variazione sul tema del racconto di formazione), innestandovi per di più una sintesi conforme e sinergica di tutto il suo cinema d’ispirazione ed elezione: da Truffaut a Bertolucci, da Sirk a Waters, da Almodóvar a Demme, dalle dark ladies della tradizione noir a stilemi che riecheggiano il neoromanticismo anni ‘80 hollywoodiano.
Nella fattispecie filmica, una sceneggiatura precisa al millimetro, che si fa corpo e sangue per il nostro solo piacere grazie ad interpretazioni ammalianti e già memorabili. E che Guadagnino non ha paura di scavalcare, sedare, demolire, vandalizzare elegantemente, montando e diffondendo a tutto volume musiche e tappeti sonori martellanti, travolgenti, penetranti: ennesima e preziosissima lezione di sperimentazione a cura del duo Trent Reznor e Atticus Ross - noti autori delle colonne sonore di The Social Network, Mank, Soul, The Killer e, sempre per il regista italiano, del succitato Bones & All. È questa sinergia di anime estetiche e compositive ad informare la formula segreta dell’incantesimo e di una pellicola che racconta, con approccio geometrico e rigoroso, il suo esatto contrario: le geometrie impossibili del tennis, paradigma del desiderio di un ménage a trois. Di quel rave party inquietante, ipertrofico e sovraeccitato che sono la nostra natura e la nostra vita.
E perdonateci, nel caso, per il carattere e l’andamento ondivago e caotico di questa nostra recensione. Anche se è forse il miglior complimento che è possibile fare a Challengers. Un pezzo unico, originale e per questo stordente? Un capolavoro ipnotico? Il grande slam di Guadagnino? Il tempo fornirà le risposte, si suol dire. Ma è più probabile che, a farlo questa volta, saranno proprio loro: i sensuali residui d’immagine, i vibranti ectoplasmi della nostra mente o - chiamandoli per nome - Tashi, Art e Patrick, protagonisti del miglior film di Luca Guadagnino dai tempi di Chiamami col tuo nome. Un sublime gioco cinematografico.
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