
Di madre in Madre: EDDINGTON e l'incubo virale di Ari Aster
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Eddington
USCITA ITALIA: 17 ottobre 2025
USCITA USA: 18 luglio 2025
REGIA: Ari Aster
SCENEGGIATURA: Ari Aster
CON: Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Austin Butler, Emma Stone
GENERE: western, noir, commedia, thriller
DURATA: 145 min
In concorso al Festival di Cannes 2025
VOTO: 5
RECENSIONE:
In un’America infetta di paure, teorie del complotto e rancori irrisolti, Ari Aster costruisce con Eddington il suo film più ambizioso e furioso: un incubo politico e allucinato ambientato nel pieno della pandemia, dove le ferite del presente si moltiplicano fino a implodere. Ma nella sua corsa verso la totalità, Aster perde il controllo del proprio sguardo e finisce per riflettere — più che raccontare — il caos che lo circonda in un fenomeno virale strepitante, puerile e autoindulgente.
Ari Aster ha paura. Anzi, è arrabbiato. “Che c’è? Sono incazzato e sputo fuori. Siamo al capolinea. E ora tutti i maiali ascolteranno e bruceranno per sempre”, dice un freak, un joker, un mostro o, semplicemente, un uomo sciatto, sudicio, trasandato, marcio e macilento che, al pari di uno zombie, si aggira per un paesaggio desertico e desolante.
Con questa immagine - e questa figura misteriosa, polivalente, polisemantica, subito interessante - si apre Eddington, il quarto lungometraggio dell’enfant terrible del cinema statunitense contemporaneo, che prende il titolo dalla piccola cittadina del New Mexico in cui si addentra colui che lì per lì possiamo riconoscere come l’escrescenza vagante, furente, sgradevole, finanche bestiale di un mondo o, meglio, del posto, della nazione, della società verso cui il cineasta newyorchese indirizza tutte le inquietudini che permeano questo suo nuovo lavoro; alle quali affida la dichiarazione di intenzioni della sua parabola.
La presenza folle, pericolosa, rabbiosa di un’America perfettamente definita e temporalmente localizzata. Cioè quella del maggio 2020: sotto l’assedio - come il resto del mondo - della pandemia di Covid-19, che si farà scintilla, detonatore di tensioni, acredini, frizioni, malumori e conflitti di cui il paese e i suoi abitanti erano già infetti da tempo. Non solo, di lì a poco si consumerà l’omicidio di George Floyd, al quale seguiranno proteste e contestazioni che si spargeranno a macchia d’olio su tutto il territorio, da una costa all’altra. Per non parlare delle presidenziali di novembre che vedranno il trionfo di Joe Biden sull’uscente Donald Trump dopo un tentativo fallito (e assurdo) di colpo di stato.
Ciò nonostante, a Eddington, gli occhi (reclusi, a distanza, mediati, che compaiono sopra le mascherine) sono tutti puntati sulla campagna per l’elezione del nuovo sindaco. Il favorito è l’attuale primo cittadino, Ted García, deciso a ottenere la riconferma dietro la scrivania e a trasformare quella piccola distesa di case e negozi nella sede di un mastodontico datacenter. Almeno fino a quando, sulla sua strada, non compare Joe Cross, sceriffo inetto e pressoché irrilevante - a capo di una squadra di tre agenti (lui compreso) - che, a seguito di un alterco con García sull’obbligatorietà delle mascherine, si persuade di poter incarnare, o almeno intercettare, il malumore serpeggiante della gente di Eddington (e non solo). Decide pertanto di candidarsi e impegnarsi a vincere le elezioni - pure a costo di ingannare, manipolare la verità, finanche sfruttare i disturbi e il doloroso passato della moglie - dando il via ad un’inarrestabile ed esplosiva serie di eventi...

Quello che vi abbiamo descritto fino a questo punto si svolge nella prima mezz’ora della pellicola, che risulta, a nostro avviso, il segmento più convincente. Non soltanto per l’incipit forte ed evocativo, ma anche per l’atmosfera che costruisce mediante un utilizzo sapiente dei codici del genere più americano, ma al tempo stesso più fuori tempo massimo di tutti, consentendo al cineasta di parlare delle radici e dell’eredità di una nazione intera. O ancora, per le sottili intuizioni che legano il pubblico — politico e collettivo — alla dimensione privata e intima di traumi, complessi, idiosincrasie e insicurezze, spesso di origine infantile.
C’è madre e Madre in questo inizio, che intreccia due rapporti problematici e irrisolti: quello con la figura femminile e la propria mascolinità (già al centro del precedente Beau ha paura) e quello con la patria (o, come si suol dire, la madre patria), entrambi decisi e trascinati nel vortice del contemporaneo, ma pure destinati a collassare l’uno nell’altro. Il controllo primigenio della madre castrante si traduce così nella paranoia e nella paura generalizzata di essere manipolati da qualcheduno nell’ombra - da cui le divisioni, i confini, le barriere, le fazioni, le comunità, poi communities.
È, in un certo senso, il ventre da cui nasce, e nel quale continuamente sprofonda, l’America dell’altro ieri e di quest’oggi: un paese che si specchia continuamente nel delirio, nel peccato originario della sua violenza, in una fede cieca nei propri mostri. Un’intuizione ottima, adeguata magari per un cortometraggio. Quello che, di fatto, esiste già, che si manifesta nella primissima parte dell’odissea del nostro Beau, e che Aster decide qui di rifare e diluire, di perseguire e perorare per altre due ore (o poco meno).
Peccato però che, nell'esatto momento in cui dovrebbe entrare nel vivo dei propri discorsi e degli scontri ideologici tra i suoi protagonisti, Eddington inizi lentamente a smarrirsi, come se la furia che lo aveva generato si esaurisse nell’eco delle proprie urla. La tensione, che nei primi minuti bruciava di un fuoco genuino e disperato, si stempera in un accumulo di simboli, allegorie e digressioni che sembrano voler dire tutto, ma finiscono per non colpire più nulla con precisione. E Aster - che pure dimostra una padronanza formale invidiabile - si lascia intrappolare dalla sua stessa ambizione. Vuole costruire un ritratto totale dell’America presente, ma la somma delle sue immagini – le dirette streaming, i post, le mascherine, i graffiti, i comizi – non riesce a risultare in qualcosa di nitido e chiaro.
Tanto che il film si riduce ben presto ad un compendio, ad un’esposizione didascalica, compilativa e catalogatrice delle derive del tempo che abbiamo vissuto e viviamo tuttora. Le premesse del Covid si smorzano, la (ri)costruzione e riflessione temporale del e sul western semplicemente scompare, per lasciar spazio a bitcoin e blockchain, fake news e deepfakes, intelligenza artificiale e deeplearning, schiavitù e (anti)razzismo (da parte di insopportabili bianchi privilegiati), e quindi Black Lives Matter, senza poi dimenticare le reti di pedofili, le molestie, il #MeToo…
L'idea è di far precipitare lo spettatore in un flusso di coscienza collettivo, una sorta di incubo postmoderno e post-vero in cui ogni causa, ogni slogan, ogni ferita diventa simulacro, content. Tuttavia, questa strategia finisce per intrappolare Eddington nel proprio desiderio di totalità, in un approccio e atteggiamento insaziabile, vorace, bulimico, facendone una sorta di bacheca virtuale di questi tanti (e troppi) contenuti che, appunto per questo, rimangono inesplosi, sospesi su una superficie che riflette tutto senza assimilare nulla. Un gigantesco feed cinematografico, un muro di immagini, idee, indignazioni, che scorrono una dopo l’altra senza mai sedimentarsi, senza mai trovare una direzione o una vera necessità. Ogni tema – dalla disinformazione alla violenza sistemica, dal fanatismo politico al collasso della comunicazione – appare, lampeggia, svanisce. Tutto viene mostrato, ma niente accade davvero.

Qualcuno potrebbe parlare di “contemporaneizzazione” del mezzo, del linguaggio, dell’estetica cinematografica. Chi scrive invece ritiene buona parte di Eddington una strumentale diserzione del ruolo e del compito del regista: idealmente votato, teso alla trasfigurazione, deformazione, riconfigurazione del reale, e non su una sua riproposizione pedestre, calligrafica, fotostatica. Né tantomeno sul mero allestimento di fenomeni virali strepitanti e coatti la cui unica finalità pare quella di confondere, semplificare e ridurre la complessità di un qui e ora (o lì e allora) disorientanti in sé e per sé.
È un incrocio eccellente tra il prontuario di trend topic di X, l’iperrealtà pruriginosa, a base di meme di Instagram, e l’errabonda superficialità e inesauribile accumulazione di un feed di TikTok. Uno sfogo puerile, autoindulgente, fluviale ed estenuante che ricorderemo come fratello scriteriato di Una battaglia dopo l’altra.
Un film, quello di Aster, che, in assenza di altre idee, sceglie di puntare tutto sui muscoli: su un cast stellare ma proverbiale e monocorde (nessuno escluso, da Joaquin Phoenix a Pedro Pascal, da Emma Stone ad Austin Butler), su una confezione (A24) tronfia e compiaciuta, su una regia che si crede vertiginosa ma è solo pretenziosa. E soprattutto su un piano sequenza finale di interminabile sparatoria à la Rambo tra le ombre di una nazione e, con essa, di una cifra e visione ormai flebili, innocue, lontane.
Un’esplosione luminosa, momentaneamente ipnotica, che si dissolve quasi subito nel nulla. Un fuoco d’artificio, per dirla con Katy Perry.
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