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            12 Settembre 2025
            La recensione di Material Love (Materialists), il nuovo film della regista di Past Lives con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal.
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            MATERIAL LOVE è un po' come la matematica

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Materialists
            USCITA ITALIA: 4 settembre 2025
            USCITA USA: 13 giugno 2025
            REGIA: Celine Song
            SCENEGGIATURA: Celine Song
            CON: Dakota Johnson, Chris Evans, Pedro Pascal
            GENERE: drammatico, sentimentale
            DURATA: 117 min

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Quando il talento incontra le regole di Hollywood: da Past Lives a Material Love, Celine Song esplora l’amore tra destino e calcolo, tra emozioni sottili e mercificazione dei sentimenti. Se il suo debutto viveva di silenzi, gesti impercettibili e sospesi che conferivano forza universale alla storia, la sua ultima opera mostra i limiti di una trasposizione hollywoodiana, dove l’intimità lascia il posto allo spettacolo, la fragilità alla retorica e l’amore diventa una questione di probabilità e parametri. 

            In fondo, Hollywood è un po’ come la matematica. Funziona altresì secondo regole, principi, formule, finanche (i tanto temuti) algoritmi che poco sembrerebbero aver a che fare con l’arte e il cinema, ma che costituiscono di fatto la ricetta segreta di un successo e preminenza decennali, correnti e validi ancora oggi. Della sussistenza e verità di tali e simili procedimenti aritmetici, geometrici, algebrici, Material Love (o Materialists, in originale) è l’ultima delle prove, delle dimostrazioni. Trattasi infatti del nuovo lavoro della regista coreano-canadese Celine Song, opera seconda a quel fenomeno imprevisto e planetario che è stato Past Lives, tanto da ricevere ben due candidature agli Oscar, di cui una come miglior film. Un melodramma su provvidenza, destino, condizionali. Un tranche de vie nel senso più puro, malinconico, viscerale del termine. O ancora, un testo essenziale, costellato di numerosi spunti autobiografici, sulla complessità ermeneutica di un mondo sommerso e intimo fatto di gesti, sguardi, silenzi e non-detti, di tensione, attrazione, vibrazioni. 

            Parliamo nei fatti di un piccolo miracolo che ha reso Song una delle voci più interessanti e promettenti del panorama statunitense (e non solo), del cui successo va riconosciuto il merito anche alla fucina ormai indie-pop A24. La stessa che produce e rifà squadra con la neoautrice in quella che di fatto la sua eco, la sua versione blockbuster. Una sua riproposizione più patinata, una rimasticazione spiccatamente hollywoodiana e, purtroppo, una triste semplificazione di tutti gli aspetti ed elementi cardine che avevano fatto la fortuna del predecessore. 

            La recensione di Material Love (Materialists), il nuovo film della regista di Past Lives con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal.

            Al centro di tutto, anche in questo caso, sogni e desideri di un femminile compiuto, emancipato, affascinante e sicuro di sé, intrecciati al tema del destino. Vi si affiancano le relazioni, la densità e la temperatura di sentimenti a volte indicibili ma palpabili, il confronto con l’altro sesso e, naturalmente, l’amore — questa volta osservato con maggiore attenzione alle disparità, alle differenze e ai contrasti socio-economici.

            Un intreccio che trae nuovamente spunto da un’esperienza personale. Prima di darsi al cinema, infatti, Celine Song ha lavorato per qualche tempo come matchmaker (o quel che romanticamente si definirebbe “cupido”), in pratica aiutando le persone a trovare e selezionare l’ideale anima gemella, sulla base di requisiti, richieste e desiderata ben precisi. 

            Ebbene, Lucy, la protagonista di Material Love, è un vero talento in questo, tanto da essere responsabile di ben nove matrimoni. Non c’è però alcun romanticismo nella sua professione, né nei termini in cui la descrive a chi prova ad andare più a fondo. Anzi, non è raro che si paragoni ad un’impiegata assicurativa o ad un’addetta delle pompe funebri. Perché alla fine, oggi, pure la ricerca del compagno di una vita si è piegata alle leggi del capitalismo: è diventata industria, mercato, sistema regolato da tariffe e statistiche, con le sue prassi, la sua terminologia, le sue gerarchie di valore. È vero che il matrimonio è sempre stato un contratto e una transazione economica e sociale, eppure sarebbe lecito pensare che i tempi siano cambiati e che i legami affettivi abbiano conquistato nuova dignità. Invece, il linguaggio che circonda l’amore — complice l’influsso impersonale e glaciale delle app di dating — continua a tradurlo in cifre, parametri e formule di convenienza. 

            “Quindici centimetri raddoppiano le valutazioni di un uomo sulla piazza”. “Fidanzarsi significa accettare il rischio, si tratta di un investimento per la vita”. “La ricchezza è tutto”. Parole ciniche che sembrano uscite da un manuale di finanza e invece scandiscono il lessico odierno dei sentimenti. Così si parla di orologi biologici come fossero timer di produzione, di corpi “in forma” come asset da capitalizzare, di massimi requisiti d’età come soglie oltre cui la dote crolla.

            La perfezione non è più un’utopia romantica, ma una pretesa, un indice da raggiungere, pena l’esclusione. E l’amore, ridotto a merce di scambio, diventa performance, competizione, status symbol.

            La recensione di Material Love (Materialists), il nuovo film della regista di Past Lives con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal.

            È questo ciò in cui crede Lucy, così definitasi: “nata povera, cresciuta povera, studente poco brillante e attrice di ancor meno talento (anche se la sua recitazione sociale è da fuoriclasse).” Forse è proprio qui che risiede la chiave: la sua forza sta nella capacità di trasformare debolezze in metodo. Forse è appunto un asso nel suo mestiere proprio grazie a questa sua facilità, agilità (o superficialità un po’ insensibile, quasi misantropica) nel catalogare, nel ridurre la complessità delle persone a schede, numeri, caselle da spuntare. Lucy osserva, misura, etichetta, e lo fa con un’efficienza spietata, senza indulgere in empatie fuori luogo. Non c’è spazio per le zone grigie, per le sfumature: ogni individuo diventa un profilo, un insieme di dati che può essere incrociato, abbinato, monetizzato. Ciò che vende non è amore, ma probabilità, percentuali di compatibilità, illusione di controllo. E lo fa con la freddezza di chi ha imparato, a proprie spese, che la vita non concede molto al caso. Il suo talento non è dunque nella recitazione classica, ma in quella sociale: sa muoversi tra i codici, parlare la lingua del mercato, adattarsi agli interlocutori, vestendo ogni volta il ruolo richiesto. È imprenditrice e confidente, giudice e consigliera, persino psicologa improvvisata. Ma sempre con un obiettivo: trasformare l’amore in un bene quantificabile, standardizzato, pronto per essere scambiato. 

            Le sue convinzioni, tuttavia, giungono a un punto di svolta dopo due episodi decisivi. Il primo avviene la sera stessa dell’ultimo matrimonio che ha combinato, quando a pochi minuti di distanza fa la conoscenza del piacente e charmant Harry, fratello dello sposo e rampollo di una facoltosa dinastia newyorkese di finanzieri, e riabbraccia John, l’indimenticato e grande amore della sua vita, aspirante attore di teatro, spiantato, disordinato e un po’ stropicciato, che al contrario dell’altro (proprietario di un flat di lusso) vive in affitto in un disastrato appartamento del Greenwich Village con altri due coinquilini. 

            Uomini diametralmente opposti ma verso cui la nostra inizia o forse torna a provare qualcosa, percorrendo in un certo senso le traiettorie, i ragionamenti e i dilemmi delle sue clienti, fino (chissà) a riconsiderare le proprie posizioni sull’amore. In breve, un nuovo triangolo per (il cinema di) Celine Song, oltre che un canovaccio tipico di moltissime rom-com angloamericane che hanno prosperato per decenni sul grande schermo fino all’apice raggiunto fra gli anni ‘90 e i primi Duemila. Il secondo episodio è invece ben più tragico e aderisce ad una deriva più recente del racconto audiovisivo: Lucy viene a sapere che una delle sue assistite è stata aggredita e molestata da un uomo che lei aveva individuato come più affine al suo profilo e alle sue esigenze. Questo evento, inevitabilmente, incrina fino a mettere in discussione la visione che ha della propria professione e, più in generale, delle scelte della sua vita.

            La recensione di Material Love (Materialists), il nuovo film della regista di Past Lives con Dakota Johnson, Chris Evans e Pedro Pascal.

            Dopotutto, la promessa insita e non-scritta in Material Love è la stessa di un film del 2001 (con protagonista nientemeno che il qui ritornante Chris Evans), Non è un'altra stupida commedia americana. Inoltre, trova parallelismi curiosi, magari fortuiti e inconsapevoli con The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese nella maniera in cui vengono rappresentati il mondo dei broker finanziari e quello delle(!) broker sentimentali. Il tutto, in un pellicola che, ad un certo punto, sembrerebbe prendere di petto le complessità non più (come in Past Lives) di un rapporto d’amore diretto, ma di un rapporto d’ideale innamoramento procurato da una persona terza e infine risoltosi in tragedia, in trauma, in violenza.

            Purtroppo però è questione di un paio di minuti e la sceneggiatura di Song sacrifica a sua volta l’amore (per un cinema finissimo e personale) sull’altare della convenzione, tralasciando il suo spunto e la sua piega più interessante, per accontentarsi della facilità e comodità di una love story “da film”, leziosa, affettata e proverbiale. Di un ménage à trois il cui esito è intuibile sin dall’organizzazione dei (nomi degli attori nei) titoli di testa. 

            Anche Material Love, a suo modo, si piega alle logiche dell’industria e non sa reggere il confronto con la delicatezza, la tensione sotterranea, il senso e la sensazione di fatalismo che la regista aveva dimostrato in precedenza. In effetti, viene meno alla promessa di cui sopra e, di conseguenza, al tono e alle intenzioni di un progetto che avrebbe dovuto e potuto essere una variazione haute e sofisticata, capace di mettere in crisi quel cinema, quei caratteri e quei personaggi che viceversa corteggia, senza mai esplorare realmente. La sottrazione cede allora il posto alla spiegazione, l’indicibile al didascalico, il dettaglio invisibile al gesto clamoroso, la vibrazione impercettibile al colpo di scena preconfezionato. 

            Se Past Lives era un’opera che viveva delle sue ellissi, dei suoi spazi bianchi, dei suoi sospesi — e che proprio da essi traeva una forza universale — Material Love sembra piuttosto temere il silenzio, affrettandosi a colmarlo con parole, musiche, immagini che semplificano quando sarebbe stato più fecondo il contrario.

            L’operazione assume così un valore emblematico quale classico percorso di una Hollywood in grado di accogliere e valorizzare un talento genuino solo per addomesticarlo, normalizzarlo e renderlo “consumabile” da un pubblico globale. Là dove c’era intimità, ora c’è spettacolo (e volti, nomi celebri, riconoscibili, vistosi e virali); dove c’era fragilità, ora c’è forza plastificata; dove c’era poesia, ora c’è retorica pretestuosa. Al netto di una sequenza di “doppiaggio” di un matrimonio - gemellare con quella del bar nel suo prodromo - si può dire insomma che la matematica di Hollywood, anche in questo caso, ha funzionato. Ma a quale prezzo, vien da chiedersi.

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