
SHEEP IN THE BOX, il futuro di Kore'eda non vede altro che il passato
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Hako no naka no hitsuji
USCITA ITALIA: 27 agosto 2026
USCITA JP: 29 maggio 2026
REGIA: Hirokazu Kore'eda
SCENEGGIATURA: Hirokazu Kore'eda
CON: Haruka Ayase, Daigo, Rimu Kuwaki, Nana Seino, Kan'ichirō
GENERE: drammatico, fantascienza
DURATA: 126 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Nel passaggio alla fantascienza, Hirokazu Kore’eda rilancia il proprio discorso sulla famiglia, sul lutto e sulla memoria, mettendo in relazione umano, tecnologia e natura. Ma l’ambizione delle premesse di Sheep in the Box si scontra con una scrittura programmatica e un immaginario fantascientifico derivativo, che finiscono per ricondurre anche il futuro dentro le forme, i temi e le ossessioni di un cinema già ampiamente esplorato.
È di nuovo, è sempre un affare di famiglia per il cinema di Hirokazu Kore'eda, tra i più importanti e noti registi giapponesi (e non solo) della contemporaneità. Un ideale, un modello che egli mette costantemente alla prova, lasciandone emergere tutte le fragilità e le contraddizioni. Questo, perché nei suoi racconti la famiglia non coincide necessariamente coi legami biologici o i ruoli assegnati e sanciti dalla società, quanto piuttosto con la capacità di prendersi cura dell’altro, di condividere una quotidianità, di costruire, progressivamente e lentamente, una forma di appartenenza. Kore-eda guarda alla famiglia altresì come ad uno spazio intimamente problematico, attraversato da affetti, assenze, incomprensioni e ferite, nel quale accoglienza e protezione non sono mai termini scontati. E dove persino i legami più naturali possono rivelarsi precari, vulnerabili, a differenza di quelli acquisiti, putativi. Quelli che si scoprono, si costruiscono e, infine, si scelgono.
Tutti elementi, segni che puntualmente tornano nella quindicesima tappa di un infaticabile e regolarissimo percorso autoriale e creativo che, da ultimo, incontra il genere e i territori della fantascienza. Ambientato nel Giappone di “un futuro non così lontano”, Sheep in the Box segue infatti le orme di Otone e Kensuke Kōmoto, una coppia a cui non sembrerebbe mancare davvero nulla. Lei è un’architetta apprezzata e di enorme talento, lui - leggermente più ruvido e molto meno brillante - è invece il titolare dell’azienda edile paterna, specializzata nella lavorazione del legno. La loro altrimenti idilliaca vita insieme è però segnata dalla perdita. Da un lutto, da una tremenda sparizione, da una sofferenza indicibile: sono trascorsi appena due anni da quando hanno perso l’adorato figlio Kensuke, vittima di un terribile incidente ferroviario.
Proprio allora ricevono a casa un pacchetto inviato dalla REbirth, un’azienda che, grazie all’intelligenza artificiale generativa, sostiene di essere riuscita nella straordinaria – e fino a poco tempo prima impensabile – impresa di riportare in vita le persone sotto forma di copie artificiali, indistinguibili dai loro originali organici. La società offre ai coniugi Kōmoto la possibilità di partecipare (gratuitamente!) al suo ultimo programma di sviluppo, accogliendo in casa loro un umanoide di ultimissima generazione, costruito sulle fattezze, i ricordi e una qualche forma dello spirito del piccolo Kensuke…

Ritratto di famiglia con tempesta (tecnologica): è essenzialmente questo il soggetto scritto dallo stesso Kore’eda per Sheep in the Box. Ché prende il via, almeno nella sostanza, quale ennesima parabola di dramma genitoriale ed esistenziale sull’elaborazione di un trauma, sulla tormentata complessità del dolore e, va da sé, sulla difficoltà di fare i conti con il passato e i ricordi, nel tentativo di voltare pagina una volta per tutte. Eppure, l’ingresso nel quadro delle forme fantascientifiche, di una componente futuribile – più che futuristica – innesca una serie di dilemmi filosofici ed etico-morali inediti, per certi versi, nel cinema del maestro giapponese. Si può comprare qualcosa che, per definizione e per natura, non dovrebbe nemmeno essere acquistabile? Un rinnovato equilibrio familiare, la felicità, persino la vita dopo la morte? Ma siamo sicuri che inseguire il futuro non significhi, in realtà, ritornare o rifugiarsi nel passato? E questo futuro, fino a che punto possiamo agirlo, plasmarlo artificialmente prima di spezzare l’equilibrio con ciò che, per convenzione, definiamo naturale?
Domande, suggestioni che, dalla loro, trovano naturale contesto e coesione nella scrittura di Otone e Kensuke e, soprattutto, nella scelta dei loro rispettivi lavori: da una parte la creazione e costruzione di spazi destinati a diventare socialmente naturali (come appunto una casa); dall’altra il trattamento e la manipolazione di un materiale come il legno. E che arrivano fin da subito a intrecciarsi con le ossessioni e i motivi più riconoscibili dell’opera koreediana, ampliandone, al solito, lo sguardo e gli orizzonti, aprendo ad una vastità di senso, ad una dimensione collettiva, ad un’(im)prevista macroscopia, una storia che avrebbe potuto facilmente consumarsi in un interno borghese.
Ebbene, è proprio in questa volontà – e possibilità – di ripensare, attraverso un’altra idea di famiglia, il rapporto stesso tra umano, tecnologia e natura che si colloca la potenziale ricchezza, la densità semantica di questo racconto. Tanto che Sheep in the Box parrebbe portare alle estreme conseguenze il flusso di temi e pensieri che hanno accompagnato il cineasta fin dai primissimi Maborosi e After Life (quest’ultimo, il film più affine sull’etereo legame tra identità e memoria, qui tradotto in un’incarnazione artificiale, in un costrutto bio-tecnico), trovando poi piena compiutezza nei ben più conosciuti Father and Son, Un affare di famiglia o nell’ultimo, sublime L’innocenza.

Nondimeno, tale ambizione non trova corrispondenza nella maniera programmatica con cui Kore’eda la porta in scena, quasi fosse colto in una sorta di defaticamento creativo, mediante una composizione grossolana e scoperta quanto i suoi rimandi e parallelismi letterari (dal viaggio di Pinocchio per “diventare un bambino vero” a Il piccolo principe, al quale si deve persino il titolo). Né riesce davvero a emergere dalla sua consueta poetica fatta di silenzi, piccoli gesti, cose non dette, oggetti - al netto di una direzione degli attori inevitabilmente cristallina in quanto ad espressività - che spesso sa di soluzione facile.
A ciò va aggiunto un impiego in fondo derivativo (specie da Charlie Brooker e dal suo Black Mirror) e alquanto pretestuoso degli innesti sci-fi, utili semmai a creare un velo (non certo un alone) di mistero, ma svuotati di ogni tipo di sorpresa, inquietudine o fascino perturbante. Candidi strumenti sui quali proiettare il proprio lutto, convertiti, al di fuori della finzione, in meri e opachi accessori per un diverso e più debole raggiungimento del medesimo fine discorsivo. Al servizio di un’architettura emotiva formulaica, prevedibilissima, poco incisiva, non meno della visione di un’utopica convivenza tra natura e macchina e dell’idea di futuro che il film propone: entrambe tese, con grande (in)coerenza, verso un passato – prossimo e remoto – pigramente, incomprensibilmente spielberghiano.
Se è vero allora, come ci ha sempre insegnato Antoine de Saint-Exupéry e ricordato lo stesso Kore’eda, che l’essenziale è invisibile agli occhi, spesso lo sono pure il senso e lo scopo di scrivere, dirigere, produrre oggi un film come Sheep in the Box.
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