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            20 Agosto 2026
            La recensione di Oceania, il nuovo film remake live-action Disney del classico d'animazione con protagonista Dwayne Johnson.
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            OCEANIA, o la Disney al di qua del reef

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Moana
            USCITA ITALIA: 19 agosto 2026
            USCITA USA: 10 luglio 2026
            REGIA: Thomas Kail
            SCENEGGIATURA: Jared Bush, Dana Ledoux Miller
            CON: Catherine Laga'aia, Arya Karsala, Amaya Masoli, Emma Puahi-Shapazian, Dwayne Johnson
            GENERE: avventura, musicale, commedia, fantastico
            DURATA: 115 min

            VOTO: 5-

            RECENSIONE:

            A meno di dieci anni dall’originale, con Oceania Disney torna a navigare nelle acque sicure del remake “dal vero”, dilatando e rimaneggiando un’altra avventura che non aveva bisogno di essere rifatta. Ma nel passaggio da cartoon ad una sorta di fotorealismo, tra fedeltà filologica e una messa in scena inerte, Oceania smarrisce proprio ciò che rendeva il film d'animazione vivo, colorato, vorticosamente magico.

            La Disney potrà mai salpare (di nuovo) oltre quel reef? Oltre quella barriera che offre comodità, protezione, ricchezza? Lontana da quest’isola felice e florida, terra di promesse e approdi sicuri, e lontana dai rischi, i pericoli e gli abissi dell’ignoto — creativo, produttivo, industriale?

            Anche se la risposta è facilmente rintracciabile in alcuni azzardi recenti (per quanto, già sulla carta, profondamente fallimentari), è questa, ancora una volta, la domanda senz'altro superflua e retorica che nondimeno sorge spontanea durante la visione e subito dopo aver visto scorrere i titoli di coda di Oceania, la sua ultima navigazione in acque conosciute e oltremodo sicure. O, per i meno informati, dell’ennesimo tentativo, da parte della casa di Topolino, di rifacimento “dal vero” di uno dei suoi tanti classici d’animazione — forse, in questo caso specifico, di una delle sue ultime grandi avventure, prima pietra di un franchise multimiliardario, tra le sue proprietà più note e benamate. Trattasi, anche e soprattutto, del più ravvicinato, in termini temporali, rispetto all’opera originaria.

            Nemmeno dieci anni sono trascorsi infatti da quando abbiamo assistito per la prima volta alle gesta della “non-principessa” Vaiana, giovane figlia del capo tribù dell’isola polinesiana di Motunui, scelta dall’oceano per ripristinare l’equilibrio e la prosperità naturali e salvare così la propria comunità da una carestia, scatenata sugli esseri umani quale punizione divina per l’antico peccato di hybris dell’arrogante semidio Maui, reo di aver tentato di sottrarre il sacro cuore della dea Te Fiti.

            E ancor meno tempo (parliamo di soli due anni!) è trascorso da quando siamo tornati in sala per scoprire il prosieguo di quella storia nella rielaborazione per il grande schermo di una serie televisiva. Ergo nel fortunatissimo sequel che, attraverso una sorta di operazione di remake non dichiarata, provava già, e a sua volta, a rimaneggiare e riaccordare quella stessa formula vincente ad un clima sociopolitico ben diverso. Ad un’aria ben più cupa e disillusa rispetto a quella che tirava nel 2016, quando ancora la porzione più progressista di Hollywood confidava che fosse finalmente giunto il momento di vedere una donna alla guida della Casa Bianca e cominciava pertanto a formare e preparare il terreno per la classe dirigente e le leader del futuro.

            Come ben sappiamo, niente è andato come prefigurato, e da allora tutto si è trasformato e svolto in vari e tanti modi. Ciò malgrado, poco o nulla sembra essere cambiato per il ritornante e onnipresente Jared Bush e la sua fida co-sceneggiatrice Dana Ledoux Miller, nel ripensare e riscrivere oggi quel primissimo capitolo.

            La recensione di Oceania, il nuovo film remake live-action Disney del classico d'animazione con protagonista Dwayne Johnson.

            Del resto, come molti altri prima di lui, anche questo Oceania mette in luce il vizio di forma e, insieme, il paradosso più inspiegabile di simili operazioni. Che, forse memori del tonfo dei precedenti Mulan, Pinocchio e Biancaneve, si presentano quali mere riconversioni, riproposizioni dalla veste grafica rinnovata, facsimile, tutt’al più dilatazioni narrative e mitopoietiche delle rispettive controparti animate. Film che si limitano altresì ad accumulare, montare e aggiungere — il più delle volte in maniera pretestuosa — dettagli, linee di dialogo, minutaggio, finanche canzoni a storie che hanno già dimostrato di funzionare senza bisogno di alcuno di questi orpelli. Un’espansione quantitativa spacciata per approfondimento, insomma, dove l’aggiunta prende il posto dell’invenzione e la dilatazione quello della reinvenzione, a discapito del ritmo e della drammaturgia.

            Inoltre, come accade anche qui, il passaggio da cartoon a fotorealismo — o a qualcosa che gli assomiglia — finisce per prosciugare ogni goccia del fascino, della vitalità e della vivacità, anche cromatica, e di quella vorticosa magia che animava tutte queste avventure. A sostituirli arrivano moloch plasticosi, sbiaditi, molto più blandi e piatti, nei quali l’incanto viene sacrificato sull’altare della verosimiglianza. Figure e ambienti che paiono spesso orfani di una vera e propria idea di messa in scena. D'altronde, se il movimento diventa semplice traslazione, l’inquadratura mera riproduzione, la composizione un esercizio di pedissequa riconoscibilità, vengono meno quelle possibilità di deformazione, astrazione, accelerazione e vertigine che soltanto l’animazione, grazie alla regia virtuale, libera dai vincoli della fisica e della realtà, può spingere alle estreme conseguenze.

            È una perdita che appare quanto mai lampante nei segmenti musicali — quelli in cui il cartoon può piegare spazio, materia, proporzioni e movimento a proprio uso e consumo — e che queste nuove versioni, nel tentativo di rendere credibile l’incredibile, finiscono invece per rendere mortiferamente statici e, appunto, inanimati. Di questi, nell’Oceania diretto da Thomas Kail (già regista teatrale di grande successo, sodale di Lin-Manuel Miranda, dietro la versione cinematografica di Hamilton, ma qui ridotto ad inerte esecutore), si salva, a conti fatti, giusto l’assolo di Maui, pur recando in e con sé l’assurda e atavica contraddizione di cui sopra. Perché che senso ha tradurre in live-action un film d’animazione se poi si è comunque costretti a ricorrere a inserti digitali e animati quali il gallo Hei Hei, il palcoscenico sul quale si esibisce il semidio o gli stessi tatuaggi, rigorosamente in 2D, dell’egocentrico superuomo?

            La recensione di Oceania, il nuovo film remake live-action Disney del classico d'animazione con protagonista Dwayne Johnson.

            La domanda, di nuovo, è superflua, retorica. Purtroppo però, è il poco che resta da dire — e da ripetere, per riflesso o contrappasso — di fronte a queste speculazioni industriali: continue operazioni di reiterazione, riconfigurazione e ricollocamento pop(olare) delle medesime storie.

            Cosa dire allora, se non questo, della giovane debuttante Catherine Laga'aia? Credibile e partecipe, persino promettente, e tuttavia fatalmente soffocata dal peso di un modello di per sé irraggiungibile. E cosa dire di un Dwayne Johnson doppiamente impegnato (come produttore-artefice e attore co-protagonista) ma forse troppo coinvolto nell’operazione per accorgersi di quanto sottotono, fiacca e poco convinta risulti la sua prova? Una che procede in cacofonica e spompata controtendenza rispetto alla stravaganza — a un passo dall’instant scult — del suo Maui in carne, ossa, parrucca e muscoli prostetici: una rockstar in crisi di popolarità (e di mezza età), per un’apparizione tanto improbabile e impietosa quanto, disgraziatamente, memorabile, incapace peraltro di compiere il proverbiale giro e trasformarsi in qualcosa che sia anche solo lontanamente guardabile.

            E poi cosa dire di una pellicola che sembra quasi stoicamente occultare l'enorme valore produttivo che la sostiene — un budget equivalente a quello dell'Odissea di Nolan —, così come lo sforzo profuso nelle riprese in location e l'evidente volontà di approcciarsi alla cultura polinesiana con rispetto, attenzione filologica e persino autentica partecipazione, se tutto questo finisce per essere sommerso da un magma informe di effetti posticci, sfondi e panorami artificiosi, e da una resa generalmente sintetica, stridente, incoerente di un mondo privato delle sue mille ricchezze immaginifiche?

            Ma tranquilli! Ce n’è già un altro (o più d’uno) all’orizzonte. Al di qua del reef.   

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