
Più che del primo classico Disney, BIANCANEVE è il remake di Wish
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Snow White
USCITA ITALIA: 20 marzo 2025
USCITA USA: 21 marzo 2025
REGIA: Marc Webb
SCENEGGIATURA: Erin Cressida Wilson
CON: Rachel Zegler, Gal Gadot, Andrew Burnap
GENERE: fantastico, musicale, avventura, sentimentale
DURATA: 109 min
VOTO: 5/6
RECENSIONE:
Il film più contestato e controverso della storia Disney recente (e non solo) è finalmente qui. Biancaneve di Marc Webb aggiorna alle sensibilità moderne le bicentenaria fiaba e adatta il classico per antonomasia della casa di Topolino in un'opera fondata su un precario e mal assortito compromesso. Rachel Zegler e Gal Gadot risplendono (grazie anche a buone canzoni originali) in una pellicola anemica dalle numerose riconferme e qualche sorpresa, fra cui essere il crito-remake di Wish.
Specchio, servo delle mie brame, qual è il film più contestato del reame (Disney)?
Se questa fosse la domanda, Biancaneve di Marc Webb - ennesimo rifacimento “dal vero” di uno o, in questo caso specifico, del classico per antonomasia della casa di Topolino - sarebbe la risposta. Diversamente dal solito però, questa volta le lamentele e il chiacchiericcio più negativ(istic)o non si sono limitati solo ed esclusivamente al senso plausibile, vero o intrinseco, di questo e dei tanti altri progetti simili in cui la major si è gettata a capofitto, o sarebbe meglio dire impegolata, oramai da 15 anni a questa parte. No, nel caso della riedizione del primo lungometraggio d'animazione tradizionale della storia (e dello studio), lamenti, contrasti, controversie sono esplosi a dismisura e per le ragioni più disparate.
In primis, c'entrano ovviamente gli immancabili cambiamenti e le modifiche utili a rendere la storia originale maggiormente al passo con lo zeitgeist odierno, con l’agenda dei tempi che corrono; con motivi, urgenze, bisogni, nuove sensibilità, incombenze e debiti morali di una Hollywood da molti definita “woke”, qualcun altro direbbe goffa nel provare a rimediare agli errori, alle mancanze e alle ingiustizie del proprio passato e della propria eredità - che sono poi gli stessi di un mondo e di una società. Come non bastasse, a tutta questa avversità e animosità (perlopiù virtuale e mediatica) hanno contribuito rovinosamente la scelta di non chiamare attori nani per interpretare le simpatiche figure che la principessa incontrerà nel suo peregrinare per la foresta, preferendo animare e portare in scena sette costrutti digitali. Complici a loro volta sono anche le rivelazioni della reciproca antipatia e dell'acredine sul set fra le due attrici protagoniste, Rachel Zegler (già ammirata in un altro remake, però superlativo: il West Side Story di Steven Spielberg) e Gal “Wonder Woman” Gadot, a causa di (dichiarate) posizioni politiche e ideologiche antitetiche, giusto per usare un eufemismo.
Ciò detto, l’immagine, la suggestione più adatta a rendere l’entità del flagello - o forse, della proverbiale tempesta perfetta - abbattutasi sull’ultimo uscito dalla catena di montaggio (dei sogni?) Disney, su questo, emblematico zenit di una certa deriva del cinema e dell’industria nordamericana, come pure di un modo di ripensare, rifare, ripercorrere e ridefinire le storie d’un tempo glorioso e lontanissimo sulla base dell’informe e frammentario tumulto del web e dei social, col timore ossessivo e l’ansia continua di risultare scomodi e urtare qualcuno... Insomma, per capire al meglio la condizione in cui versa la major e, con essa, questo film - pensato per piacere a tutti, ma apparentemente venuto a noia ad entrambi, ai tanti, a tutti i gruppi possibili, ancor prima della sua distribuzione nelle sale - basterebbe pensare a Biancaneve spersa, smarrita, impaurita nella fitta, tetra e angosciante boscaglia. Che è la realtà, il mondo di oggi.
Quel mondo che, come si interroga ad un certo punto (profeticamente?) la sceneggiatura di Erin Cressida Wilson, forse è troppo per la nostra principessa, la quale cionondimeno fa la sua comparsa sui grandi schermi di tutto il mondo.

Anticipiamo dunque la vostra giusta, spontanea, magari impaziente domanda: com’è Biancaneve di Marc Webb? La risposta, a questo punto, non si discosterebbe molto da quel che fin da subito si è saputo e che ci si potrebbe attendere da un aggiornamento in chiave moderna e modernista di una fiaba bicentenaria. Da cui, un'opera fondata su un claudicante compromesso, non sempre ben assortito, tra ciò che ha reso immortale e indimenticata la parabola archetipica della fanciulla incantata e sognante in fuga dalla vanità e dalle aspirazioni velleitarie della malvagia Regina Cattiva (e che ha reso tale, di conseguenza, la trasposizione animata prodotta da Walt Disney), e i piccoli e grandi tradimenti operati in nome di una maggior risonanza e appetibilità per le platee contemporanee.
Tantissime sono perciò le (ri)conferme, a partire dalla fatuità piena e innegabile da sempre alla base di questo tipo di operazioni, passando appunto per la disorganicità lampante delle varie istanze che popolano questo progetto specifico, fino al generale anonimato, al gusto insipido e alla sommaria frivolezza delle tante e varie aggiunte, delle novità in termini narrativi e nella caratterizzazione di molti personaggi.
Fra cui la protagonista, non più una donzella da salvare, che considera la felicità come il derivato dell’infatuazione fanciullesca e ingenua per un bel principe (che qui diventa un bandito à la Robin Hood con la sua comitiva all-inclusive di furfantelli dal cuore d’oro), vista e intesa quindi secondo uno sguardo e una prospettiva maschilista, novecentesca, patriarcale della donna sentimentale, madre, moglie e casalinga. No, la Biancaneve che Rachel Zegler interpreta con garbo, misura e la candida ruvidezza delle nuove generazioni è epigona delle numerose Greta Thunberg, l’ideale eroina della e per la generazione Z. È un’attivista impavida, onesta e fiera, un’idealista che sa il fatto suo, e prevede fin da piccolissima quale sarà il suo ruolo nel mondo, tramutandosi alfine nel simbolo, nella scintilla di una rivoluzione, di una disobbedienza civile nei confronti della Grimilde di una Gal Gadot magnetica, dal perfetto fisic du role. Quest’ultima, d'altro canto, è rappresentata come una dittatrice fatta e finita, interessata non tanto alla bellezza in sé e per sé, ad un primato, quanto piuttosto al fascino come strumento di potere e sinonimo di stabilità e perfezione.
Riforme, correzioni piccole, grandi, quelle che Webb & co. avanzano, che soffrono tuttavia nel cercare - senza mai trovare - una via propria, una dimensione estetica altra, una messa in scena parimenti valida, accattivante, memorabile rispetto al modello, ai disegni e alle miracolose immagini in technicolor del capostipite anni ‘30.

Eppure, per quanto paradossale possa apparire, le tribolazioni non si esauriscono, anzi si fanno ancor più prepotenti quando la pellicola di Marc Webb decide invece di ricalcarlo, l’iconico classico.
Nota e riprova dolente è, in tal senso, la succitata decisione di aggiornare con la computer grafica (ed “emarginare” fin dal titolo) i nostri Dotto, Brontolo, Gongolo, Pisolo, Mammolo, Eolo e Cucciolo. Se la realizzazione tecnica è validissima, il problema ad essi annesso e connesso riguarda il design o, più precisamente, l’ormai granitico principio secondo cui non tutto ciò che funziona nell’animazione lo fa anche in live action (leggasi Il re leone di Jon Favreau). A tutto questo, fa eco la loro appariscente disarmonia e incoerenza grafica col mondo che Webb costruisce e ricrea, e l’effetto straniante dato dalla compresenza in scena al fianco di una Zegler che prova, al meglio delle sue possibilità, a dissimulare e scacciare l’alienazione in cui potrebbe incappare la sua stessa recitazione interagendo e reagendo al nulla (pro-)filmico. Incrocio tra le prime sperimentazioni con la motion capture di Zemeckis (firmatario tra l’altro del remake disneyano di Pinocchio) e qualche residuo di magazzino della saga di Harry Potter: i sette nani sono, per farla breve, il grande neo, l’ingombrante vizio di forma di un’opera che, al contempo, riserva comunque qualche sorpresa.
Lo dimostra, ad esempio, l’effettiva e spesso trascinante bontà dei numeri musicali, sorretti da canzoni inedite e riarrangiamenti un minimo compiuti e mai davvero assoggettati dai brani originali. Momenti, questi, spesso coreografati come una pièce di Broadway (chiaro, in questo senso, lo zampino in produzione di Marc Platt, lo stesso di Wicked) e perfino filmati con efficacia, a differenza di quelli più intensi e drammatici, invece manchevoli del giusto pathos, quando non tirati via del tutto, come nel caso dell’affrettatissima e sciapa coda finale.
Ancor più sorprendente è scoprire poi quanto - tra creaturine del bosco, mele incantate e baci del vero amore - il copione dia spazio e tratti, in maniera esplicita (pure troppo), di politica, forme di (buon) governo, potere, filosofia, etica, giustizia sociale. Una natura di fatto pamphlettistica o pseudo-tale, che quello di Webb condivide col suo predecessore live action, ma prima di tutto con Wish - il 62° classico Disney, nonché sventurata celebrazione del suo centenario.
Anche lì, si raccontava invero la storia di una principessa del popolo che diventa una paladina di luce, ottimismo e speranza, ribellandosi e opponendosi al dominio dispotico di un Magnifico, sulla scorta di un desiderio non più personale e individualistico (diverso quindi da quello delle principesse classiche), bensì collettivo e collettivizzante, oltre che apertamente politico. L’elegia più che di cent’anni di storia, di uno spirito di cambiamento, di un movimento quasi utopico, sul filo dell’anarchia fanciullesca, oltre ad un invito a non dimenticarsi quanto la paura, le difficoltà, la perdita siano parti importanti, imprescindibili di ogni viaggio.
Non solo, l’avventura di Buck e Veerasunthorn si proponeva inoltre quale catalogo di riferimenti occulti, rielaborazioni subliminali e citazioni più manifeste delle pietre miliari e delle icone dello studio: un altro, l'ennesimo punto di contatto con Biancaneve e col suo apparente sforzo di trattenere nello stesso corpo filmico e rivisitare tutte le storie che, da quel 1937 ad oggi, hanno percorso, illuminato, vivificato le lande immaginifiche dello studio, dando forma al sogno di Walt. Ebbene, anche e soprattutto per questa natura di sottaciuto contenitore ipertestuale, si ha come l’impressione che Cressida Wilson e le autrici di Wish, Jennifer Lee e Allison Moore, si siano scambiate qualche appunto o tutt'al più si siano ispirate a vicenda. Come non bastasse, quasi tutti i brani originali splendidamente eseguiti da Zegler e Gadot (e portati bene da Eleonora Segaluscio e Serena Rossi nell’edizione italiana) a tratti sembrano scarti - di quelli buoni, però -, parole, spartiti inizialmente pensati per Asha e Magnifico.

Ad ogni modo, qualunque e dovunque risieda la verità, se c’è una cosa che Biancaneve (di)mostra, pur senza volerlo, è il riflesso attuale, e non più incantato, di una Hollywood nella e per la quale non c’è più alcuna illusione da preservare, d’ammantare di verità (cinematografica). Quello che Webb inonda (vela? oscura?) di una luce dorata, ma anemica è lo specchio rivelatore di un’industria preda di una realtà difficile, se non impossibile da ignorare, che si fa artificio. Che penetra, disinnesca e svela la finzione.
Un regno in (costante e delicato) equilibrio sull’orlo del baratro, chiuso in un riccio di pigrizia e torpidezza, ritroso e pudico nel raccontare le sue storie, al soldo di finti idealismi per cercare quantomeno di (soprav)vivere felice e contento...
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