
MUFASA, il leone che mai avrebbe dovuto essere re
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Mufasa: The Lion King
USCITA ITALIA: 19 dicembre 2024
USCITA USA: 20 dicembre 2024
REGIA: Barry Jenkins
SCENEGGIATURA: Jeff Nathanson
CON LE VOCI DI: Aaron Pierre, Braelyn Rankins, Kelvin Harrison Jr., Theo Somolu, Seth Rogen, Billy Eichner, Luca Marinelli, Elodie, Alberto Boubakar Malanchino
GENERE: avventura, drammatico, azione, fantastico, musical
DURATA: 120 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
L'autore premio Oscar di Moonlight Barry Jenkins raccoglie la corona delle vaste terre del branco, dirigendo Mufasa - Il re leone, prequel in cornice di sequel di uno dei classici Disney più amati di sempre. O meglio, del fortunato remake live action che nel 2019 ne trasse Jon Favreau. Purtroppo, quel che attende aficionados e non è una pellicola incerta a partire dalla sceneggiatura, politicamente contraddittoria, incomprensibilmente votata a distruggere la mitologia di cui vuole ripercorrere le gesta. Un lavoro sbagliato, ancor prima che scevro del benché minimo senso.
Mufasa. Il leone che mai avrebbe dovuto essere re. No, non siamo ammattiti tutt'a un tratto: è semplicemente il pensiero che induce l'ultima sceneggiatura di Jeff Nathanson (ma sfiorata chissà da quante altre mani), il quale torna nelle vaste terre del branco dopo aver assistito Jon Favreau nel rifare in live action, praticamente scena per scena, uno dei classici Disney più amati di sempre, dando alla luce forse l’apice parossistico e pleonastico, profondamente ossimorico e ad oggi insuperato della scia di remake tentata dalla casa di Topolino. Ossia: ad immagini di fattura prodigiosa ma utile giusto se si trattasse di un test grafico e di rendering, caratterizzate da una disarmante vuotezza pneumatica, repellenti nel loro essere scevre del benché minimo battito vitale, di un’anima o di qualsiasi cosa non sia riflesso o superficie. Composizioni talmente opache e inespressive da costringere Favreau & co. ad abusare della musica e di continui riarrangiamenti spalmati in ogni dove, per garantire un briciolo di emotività allo spettatore.
Questo era, ed è cinque anni più tardi, il nuovo Il re leone. Un’operazione, appunto, tanto discutibile quanto fortunata, a cui oggi fa il verso Mufasa - Il re leone, un seguito con protagonista Kiara, la figlia di Simba e Nala, che però funge da prequel agli eventi narrati in quella pellicola. O meglio, da origin story di colui che ne dà il titolo [con la voce italiana di Luca Marinelli]. Colui che, come presagisce il nome, era destinato a regnare su tutti gli animali della savana, a proteggere il fantomatico cerchio della vita, anche se lo stesso racconto della sua genesi non sembrerebbe essere tanto d’accordo. Anzi, qualche volta parrebbe - improvvidamente e quasi inconsciamente - tendere una mano e offrire la propria complicità alla controparte, al leone che lo salvò da piccolo, che diventò suo fratello (non di sangue ma di spirito) e che, suo malgrado, sarà invece destinato a esserne la nemesi. Il suo nome era Taka [la voce è di Alberto Boubakar Malanchino], ma tutti lo conoscono e lo conosciamo come Scar.
Scopriremo allora perché questi, ad un certo punto della sua storia, ha dovuto cambiare la sua identità, e come ha fatto a procurarsi quella cicatrice distintiva, quell’onta, quello sfregio di cattiveria. Al contempo, verremo a sapere pure che tipo di felino e(rgo di uomo) fosse il beneamato padre di Simba, disposto a tutto - anche ad uccidere e a tradire - pur di (non) cadere nelle braccia del fato. Quanto egli, in realtà, aderisse ad ideali machisti, reazionari, violenti, tossici. Come e da che presupposti nacque il suo “amore” con la giovane leonessa Sarabi [Elodie in versione italiana], parimenti ambito trofeo (ouch) per Taka, nonché uno dei potenziali motivi del contendere. E infine, parteciperemo della delusione per un percorso di crescita negato per dovere di canone; del rancore, della sconfitta di quell'altro leone: rinnegato, diverso, forse meno coraggioso, ma non certo meno nobile di cuore del fratello.

Possiamo quindi affermare con certezza che quello firmato da Nathanson è un copione - e, di conseguenza, un film - indeciso sulla propria natura, sul suo richiamo, sulle proprie esigenze (narrative, drammaturgiche, discorsive). Contraddittorio, va da sé: nelle idee e in una postura politica all’apparenza progressista, liberale. Ora, promotore di un’idea di famiglia e comunità allargate, non convenzionali, anti-isolazionista, anti-individualista, talora anti-trumpiano e addirittura anti-capitalista, Mufasa - Il re leone è incapace nei fatti ad abdicare del tutto alle convinzioni e alle prospettive che storicamente hanno assicurato il trono alla major. Ma anche parecchio superficiale nel trattare i temi che avanza nei primissimi minuti.
Insomma, un lavoro per lo più sbagliato che, prima di distruggere incomprensibilmente la mitologia sulla quale si erge, segue le impronte del “primo” film per rilanciarlo con maggior ambizione, se non proprio superarlo. Cosa che gli riesce - anche se è vero che bastava davvero il minimo sforzo.
Il merito, in tal senso, è dell’approccio del regista Barry Jenkins, quantomeno nei suoi primi passi, giacché costellato anch’esso di numerosi problemi. Il premio Oscar per Moonlight decide infatti di trasgredire al vizio di forma del film di Favreau, ammorbidendo il tratto, rendendolo di nuovo espressivo e mettendo in chiaro, nel gusto e nell’estetica, le radici cartoon del progetto. Allo stesso tempo, dinamizza la messa in scena, liberandosi e librandosi oltre la rigidità della confezione, ma anche trovando e optando per soluzioni visive audaci, vistose, problematiche. Cacofonie, in prevalenza, che irrompono in scena giusto il tempo di sconquassare e spezzare il naturale fluire del momento, il montaggio altrimenti classico della sequenza, per poi scomparire senza alcun seguito, replica o residuo visibile. Proverbiali armi a doppio taglio.
Zoom, soggettive, slow-motion, volti deformati o riflessi in gocce d’acqua che si trasformano quasi in grandangoli naturali, punti macchina bislacchi, primissimi piani con espressioni esagerate, inquietanti, quasi alticce… No, nessuna cifra stilistica, quanto piuttosto i sintomi di un regista (e, con lui, di un sodale direttore della fotografia) alla sua prima, vera esperienza con un progetto e una materia filmica del tutto digitali e virtuali, impacciato nell’orchestrare attori impalpabili e nell’allestire e confrontarsi con uno spazio scenico interamente creato al computer. Tant’è che egli stesso ha ammesso e riconosciuto che “fare film in CGI non fa per me”, per di più esprimendo il desiderio di “lavorare di nuovo nell’altro modo, quello in cui può avere tutto realmente e fisicamente sotto controllo”.

Combinate ad una sceneggiatura frettolosa, artefatta, pasticciata, insignificante, alle cui mancanze deve ancora una volta sopperire la colonna sonora (eccezion fatta per canzoni inedite inascoltabili, malgrado la paternità di Lin-Manuel Miranda e Pharrell Williams, e stridenti con i brani originali di Hans Zimmer ed Elton John), queste cadute registiche si fanno a loro volta testimoni di una gestazione per niente felice. Crepe dalle quali affacciarsi per scorgere le tracce di una lavorazione frammentaria e instabile durante cui la pellicola ha cambiato pelle, essenza, perso gravità e carattere, smarrito un senso plausibile.
Quello di una Bibbia dall'afflato shakespeariano che raccontava d’emarginazione e migrazioni, di nuovi ruoli e gruppi sociali, forse di un affetto più che fraterno. Quello immaginato non da Rafiki, ma da (un più riconoscibile) Barry Jenkins quando ha deciso - se mai l’ha fatto - di raccogliere la corona di un mondo senza più alcuna promessa.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





