
WISH, LA MAGIA PERÒ DOV'È?
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Wish
USCITA ITALIA: 21 dicembre 2023
USCITA USA: 22 novembre 2023
REGIA: Chris Buck, Fawn Veerasunthorn
SCENEGGIATURA: Jennifer Lee, Allison Moore
CON LE VOCI DI: Ariana DeBose, Chris Pine, Alan Tudyk, Gaia, Amadeus, Michele Riondino
GENERE: animazione, commedia, musicale, fantastico
DURATA: 95 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Ideale culmine dei festeggiamenti (non proprio esemplari) per i cent'anni di Disney, oltre che 62° classico di animazione, Wish di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn vorrebbe essere un ponte tra le origini dello studio e il suo fondatore e le sue evoluzioni più recenti. Una parabola ad ampissimo raggio, ipertestuale e citazionista, che omaggia e ribadisce i valori fondanti la filosofia della Disney prima maniera. Eppure, quel che ne deriva è forse uno dei tentativi meno ispirati; un'avventura ridotta fin troppo all'osso, di cui c'è ben poco da ricordare. E sognare, ovviamente.
Se è vero, come cantava una certa Cenerentola, che “i sogni son desideri (di felicità)”, allora chi scrive sognava e desiderava con tutto il cuore che un traguardo leggendario ed importante, per Hollywood e non solo, come i cento anni dei Walt Disney Studios, si svolgesse sotto una stella (dei desideri) migliore, tanto per restare in tema. Che si spiegasse di fronte ai nostri occhi con fattezze più convincenti, capaci insomma di farci riassaporare quell’inconfondibile ed inimitabile tocco che ha incantato e fatto, appunto, sognare generazioni e generazioni di spettatori. Insomma, che deliziasse con qualcosa di più travolgente, accorato e memorabile chi come tanti ha sempre visto ed intenso Disney - non senza un pizzico di sana e cieca ingenuità, bisogna riconoscere - come uno scrigno di un calore avvolgente e seduttivo, e di una luce intensa, brillante, quasi accecante che solletica gli istinti più intimi, magari intraducibili a parole ma non con le immagini (in movimento).
È proprio questa energia ad animare Star, mascotte di quello che dovrebbe essere di fatto il culmine di questo centenario, del 62° classico d’animazione della casa di Topolino, che non a caso si intitola Wish. Un film che nasce dunque col precipuo compito di racchiudere il senso, l’emozione, la magia, ma anche e soprattutto l’etica aziendale, creativa e di immaginario che ha guidato lo studio fin dai suoi primi passi. Intenzioni, queste, proverbiali e senz’altro corrette, che vanno a braccetto con un’ambizione comunque cospicua, prefigurando una gamma di possibilità, di promesse, sogni e desideri che servirebbe giusto un incantesimo, una classica alchimia Disney, per rendere realtà. E che, al contrario, tanto Jennifer Lee (direttrice creativa del dipartimento d'animazione dopo il congedo di John Lasseter, già mente dietro Ralph Spaccatutto e i due Frozen, qui impegnata in veste di produttrice e co-sceneggiatrice) e Allison Moore, quanto i registi Chris Buck (Tarzan e le già citate avventure di Elsa e Anna) e la thailandese Fawn Veerasunthorn (al suo esordio) sviluppano, assolvono, plasmano nel più pigro, gratuito e vago degli esercizi.

Come probabilmente avrete intuito, Wish è tutto fuorché un omaggio all’altezza di suddette premesse e dell’importanza editoriale che ne accompagna l’uscita nelle sale (che, almeno in patria, è stata disastrosa). D’altronde, non si può che dire questo di una pellicola, il cui unico aspetto su cui sembra essersi investito un minimo di gusto e passione è praticamente una caccia al tesoro. Una ricerca di riferimenti occulti, rielaborazioni subliminali e citazioni più manifeste dei grandi classici, delle pietre miliari, delle icone dello studio - più di un centinaio, si vantano i suoi creatori. Un gioco a cui è quasi spontaneo abbandonarsi e che in un primo momento può pure divertire, ma che potrebbe avere sede e ragion d’essere in qualsiasi altro luogo, dimensione, occasione, al di là di quella cinematografica.
Mentre questa attività ludica e quantomeno discutibile si prende la scena, pressoché sullo sfondo si dipana il classico non necessariamente più brutto, ma senza dubbio meno ispirato dell’intera odissea animata della casa di Topolino. Parliamo, nella fattispecie, di una storia frettolosa, flebile, ingessata, mai davvero accattivante, e di un intreccio ridotto all’osso, che potrebbe benissimo essere scambiato per una prima bozza di sceneggiatura tanto è generico, incerto ed inconsistente. Di canzoni, testi (adattati molto male nella versione italiana) e numeri che ci si dimentica già dopo qualche minuto, e personaggi amabili e simpatici per quanto petulanti, tuttavia formulaici e piatti. A tal punto da non poter essere ravvivati neppure da uno stile d’animazione ibrido, per certi versi inedito in casa Disney, coerente peraltro con le intenzioni della pellicola, ciò nondimeno parimenti sciapo, sbiadito, inespressivo.
Per non parlare poi del regno di Rosas che fa da palcoscenico alla storia di Asha. Che è una Arendelle addirittura meno riconoscibile e caratteristica, un’isola spersa in un mare che potrebbe essere il Mediterraneo, tappezzata da un villaggio e da un castello in bilico tra l’immaginario arabesco e quello dell’Europa continentale. Su questa striscia di terra in mezzo al blu e sui suoi popolani, fa il buono e cattivo tempo Re Magnifico, sovrano con velleità da stregone, benvoluto dal suo popolo, dotato di uno spiccato magnetismo, di un inguaribile narcisismo e di un allure impenetrabile, ma segretamente dispotico, spietato e liberticida, ancora traumatizzato da un episodio della sua infanzia, che è poi l’origine di questa sua piega malvagia e della sua politica protezionistica ed isolazionista.
Sono proprio lui (che non sfigura di fronte ad altri amati villain come Yzma, il Dottor Facilier e Madre Gothel), il design dei suoi incantesimi e questa sua caratterizzazione, gli ingredienti più sofisticati e convincenti della pozione creata e del racconto cucito da Lee e Moore, insieme forse (ipocrisie a parte) all'intuizione che innesca il tutto. A Rosas infatti, una volta compiuta la maggiore età, ciascun abitante deve affidare al re il suo sogno più caro e profondo affinché questi lo custodisca e protegga, fin quando, grazie ai suoi poteri magici, non deciderà di esaudirlo. Nella speranza di ottenere un posto come apprendista di quest’ultimo, la giovane e gentile Asha finirà per scoprire l’amara realtà dietro questa pratica ormai consolidata. È Magnifico infatti a scegliere arbitrariamente i desideri da realizzare, sulla base della loro potenziale minaccia alla propria egemonia sull’isola e sul suo status quo. Ne consegue pertanto che egli non intende restituire per alcun motivo i sogni ai loro legittimi proprietari, così da renderli per sempre succubi e schiavi del proprio volere.
Una presa di consapevolezza, un brusco disinganno, che tramutano la nostra protagonista, una delle suddite più devote e deferenti in una coraggiosa combattente, la quale, con l’aiuto dell’insperabile capretta Valentino, da sette(!), chiassosi amici, e di quella Stella - un concentrato di assoluta speranza, strappato al cielo dalla grande forza di volontà e dalla cosiddetta “I-want-song” ribaltata Un sogno splende in me; l’emanazione di (Walt) Disney e della sua polvere magica, in grado di “ridare vita alle cose morte”, far parlare gli animali e librare la nostra immaginazione - ispirerà Rosas ad una vera e propria ribellione, in nome dei sogni e della libertà di tutti.

Il desiderio di Asha è allora collettivo e collettivizzante, come del resto vorrebbe essere Wish, che, sulla scia del (solo) immaginato clamore dei cent’anni, dà corpo ad un romanzo di formazione a più voci. Ad una parabola di ampia portata che, al tempo stesso, omaggia e ribadisce valori perfettamente in linea con la filosofia della Disney prima maniera, che (lo ricordiamo) fu incarnazione immaginifica delle promesse e speranze del New Deal e, più generalmente, tra i primi divulgatori popolari del mito americano che tutti conosciamo, e del suo presupposto auto deterministico. Parafrasando le parole di un certo Ėjzenštejn (che conobbe personalmente il papà di Topolino nel 1930), in mezzo a tanta miseria e al “lupo” della Grande Depressione, “questo grido di ottimismo può essere solo disegnato” dal genio di Walt, che se dice “alla montagna: ‘Spostati’, quella si sposta”, se dice “alla piovra di essere un elefante, lei diventa un elefante” e se dice “al Sole: ‘Fermati’, lui si ferma”.
Al centro di tutto, vi sono quindi l’elegia di uno spirito di cambiamento, di un movimento quasi utopico, sul filo dell’anarchia fanciullesca, che solo lo studio di Burbank è capace di animare, un incoraggiamento a lavorare duro, ad ispirare e a fare fronte comune per costruire il mondo che si desidera, così come un invito (condensato nella caratterizzazione di Magnifico) a non dimenticarsi che la paura, le difficoltà, la perdita sono parti importanti, imprescindibili di ogni viaggio. Come scriveva Benjamin, imparare a conoscere la paura è la sostanza di cui sono fatte favole e fiabe, verso cui Disney ha sempre tessuto un rapporto eretico e impudico di saccheggio, smontaggio e rielaborazione. E di cui Wish è, sì, l’inevitabile e naturale epigono, ma non solo.
Laddove il film di Buck e Veerasunthorn costituisce invero un ponte con le radici dello studio e col suo fondatore, esso è purtroppo anche lo zenit, la dimostrazione più evidente e desolante di quel che è ed è stata l’ultima produzione disneyana. La quale, nella sua (seppur, appunto, storicamente innata) politicizzazione, nella continua messa in discussione dei luoghi comuni e delle formule tipiche, nella strenua, spassionata e talora forzosa ricerca di una nuova morale, e ancora, nella decostruzione, riflessione (l’isola infelice di Rosas è una palese trasfigurazione dei sempre più isolati ed infelici Stati Uniti) e ricostruzione di un mondo ideale che la major, più che desiderare, si è vista imporre da ciò che la circonda e condiziona, dai mutamenti registrati dal tessuto socio-culturale; ha perso di vista l’originalità, la vivacità, la sofisticatezza drammaturgica, il potere seduttivo delle proprie storie.
Che sono dimenticabili, dunque, poiché dimenticate e trascurate dai loro stessi creatori. Vuote perché ricolme di fronzoli, dettagli superflui, pleonastici, reclamistici. Inconciliate tra soluzioni molto, spesso fin troppo canoniche, ed un’esigenza di modernità, un’urgenza di attualità, un indomito bisogno, sempre e per sempre, di “immaginare il passato, cambiare il presente e disegnare il futuro”. Con e nonostante Wish (ma la lista è ben più lunga). Anche a costo di non sognare, di non inventare più nulla di nuovo, di guardarsi soltanto allo specchio. Ma se, come sosteneva Frank Tashlin, “tutto deriva da Disney”, cosa succede quando pure Disney finisce per derivare da sé stessa?
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Ringraziamo: Mariuccia Ciotta e il suo Walt Disney. Prima stella a sinistra, edito da La nave di Teseo, dalla cui lettura provengono molti degli spunti e citazioni contenuti nell'articolo.





