
WICKED è (già) il classico di un classico
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Wicked
USCITA ITALIA: 22 novembre 2024
USCITA USA: 23 novembre 2024
REGIA: Jon M. Chu
SCENEGGIATURA: Winnie Holzman, Stephen Schwartz
CON: Cynthia Erivo, Ariana Grande, Michelle Yeoh, Jeff Goldblum, Jonathan Bailey
GENERE: musicale, fantastico, sentimentale
DURATA: 160 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
È il classico di un classico, l'adattamento di Wicked diretto da Jon M. Chu. E non tanto per chissà quali doti registiche o soluzioni particolari, quanto per un senso d'antan, incantato, dello spettacolo, senza che ciò precluda qualche risvolto chiaramente politico e riflessivo, e soprattutto per la chimica quasi innata e già favolosa tra una Ariana Grande e una Cynthia Erivo di strabiliante potenza.
Un classico è (ri)nato. È Wicked, l’omonimo musical creato da Stephen Schwartz e Winnie Holzman che, da più di vent’anni a questa parte, incanta le platee di alcuni fra i maggiori teatri al mondo, a sua volta basato sul romanzo Strega - Cronache dal Regno di Oz in rivolta di Gregory Maguire, già parallel novel o - per dirlo alla maniera d’oggi - prequel-barra-origin story del leggendario Il mago di Oz di L. Frank Baum, dal quale è stato tratto un parimenti mitico film, per la regia di Victor Fleming, culla del dolente iconismo di una giovanissima Judy Garland.
Senza perderci, né indugiare in questo tortuoso labirinto di lignaggi, versioni, incursioni dello e nello stesso mondo, arriviamo all’ambizioso progetto cinematografico in due parti con cui Marc Platt e Universal Pictures intendono riportare e far innamorare il pubblico, per la prima o l’ennesima volta, della favolosa landa al di là dell’arcobaleno. Il manico (della scopa) è affidato a Jon M. Chu - regista della fortunata commedia Crazy & Rich dal durevole sodalizio coi musical (meglio se iper-pop, come Step Up 2 e il più recente Sognando a New York - In the Heights) e l’illusionismo (dei maghi del crimine protagonisti del suo Now You See Me 2) - per cui questo ingaggio potrebbe comodamente risultare nel grande salto della propria carriera, non soltanto a favore di una prima, vera nobilitazione, ma anche verso un cinema blockbuster di prima fascia.
Proprio questo entusiasmo, è la spinta che ne instrada l’approccio con la materia originaria e ne anima sommariamente il lavoro sul set, come lasciano intuire le due grandi sequenze che aprono e chiudono la pellicola. Le migliori, senza ombra di dubbio, dei quasi 160(!) minuti lungo cui si dipana la fantasiosa cronistoria - lo ricordiamo - dell’amicizia e del successivo allontanamento, per cause di forza maggiore, di Elphaba e Glinda, meglio note come la Malvagia Strega dell'Ovest e la Buona Strega del Sud.
Momenti, questi, in cui Wicked trova la sua compattezza e compiutezza emotiva, drammaturgica, estetica e filmica. Dove tutto ciò che vediamo e non vediamo su schermo lavora in sinergia per regalare un'esperienza (audiovisiva) capace se non di ricreare a pieno, di fornire quantomeno un assaggio dell’effetto e del coinvolgimento che è possibile sperimentare stando seduti nella platea (o nella galleria) di un teatro di Broadway o del West End.

Purtroppo, malgrado il curriculum possa far pensare a Chu come ad una scelta indovinata, la sua idea di regia non sembra mai sintonizzarsi integralmente con quella di musical di Schwartz e Holzman.
Tolta infatti questa manciata di frammenti, la sua prova appare maggiormente incline a partiture più intime e frugali: quelle insomma che riguardano piccoli scambi di battute, circostanze più concrete, ordinarie, umane, mo(vi)menti introspettivi in forma canora. E quindi, non appena ci si allontana da questa dimensione tête-à-tête del racconto, a favore di segmenti che viceversa presumono un elevato coefficiente spettacolare - tra coreografie complesse, cambi di scene, comparse e ballerini, sfarzosi disegni filmici -, ecco che questa appare sistematicamente meno a fuoco. E lui stesso si ritrova costretto a mascherare un’evidente incertezza attraverso scelte ed espedienti confortevoli e, soprattutto, dietro l’ammaliante fascino della confezione, a costo di tradire la convinzione con cui si era lanciato in questa avventura.
Ad ogni modo, incontrovertibile e sostanziale rimane il contributo del suo adattamento nel ridare nuova linfa vitale, risalto nel dibattito collettivo, senso aggiunto e aggiuntivo alla pièce teatrale e, assieme ad essa, a tutta quella schiera di opere annesse e connesse. Solo che il merito è da ritrovarsi perlopiù in un comparto tecnico-artistico fra i più sgargianti e maestosi degli ultimi anni di blockbuster.
È d'uopo citare allora le sontuose scenografie di un Nathan Crowley non ancora rientrato dalla fabbrica di cioccolato (di) Wonka, i costumi di un Paul Tazewell giusto reduce da Hamilton e dalla rivisitazione spielberghiana di West Side Story, il trucco e parrucco a dir poco fondamentali di Frances Hannon. Contributi, questi, perfettamente in equilibrio tra passato e presente. Particelle rappresentative di un progetto, sì, attento e inserito nelle tendenze e derive di oggi - specie per quel che riguarda gli ambiti spettanti e confinanti di fashion, marketing e comunicazione -, ma non per questo avverso o meno nostalgico nei riguardi dello spirito d’antan di uno spettacolo primitivo, di attrazioni e illusioni che risalgono fino alle ombre cinesi. Di un cinema “dal vero”, tattile, talora sconsideratamente, follemente kolossale, devoto all’effetto pratico e all’oggetto quale infinitesimale ma importantissima sostanza di verità di un mondo (meno) irreale.
Infine, nel giudicare i possibili "effetti" di Wicked, non possiamo certo tralasciare l'influsso decisivo e l’intramontata potenza delle musiche e di canzoni come The Wizard And I, Dancing Through Life, Popular e la magnifica Defying Gravity (Let it Go prima di Frozen), riarrangiate per l’occasione dall’ex allievo di Hans Zimmer, John Powell.

Ciò nondimeno, la vera magia, il vero incantesimo di Wicked avviene per mano di un casting semplicemente perfetto e, solo successivamente, anche del lavoro di direzione dello stesso Chu. Ed è praticamente superfluo specificare che - al di là dei vari Michelle Yeoh (elegantissima), Jeff Goldblum (al solito imprendibile e vitale), Jonathan Bailey (funzionale) e Peter Dinklage (in voce, tenerissimo) - il sortilegio, la scommessa vinta e la forza essenziale, imprescindibile, incandescente, abbagliante di Wicked siano (la chimica quasi innata e già peculiare, nonché la deliziosa armonia creatasi tra) Cynthia Erivo e la mega pop-star Ariana Grande. Che, nelle rispettive parti di Elphaba e Glinda, fanno a gara di bravura, finendo praticamente in un pareggio o, meglio, provando ancora una volta che gli opposti si (e ci) attraggono. Che forse è proprio vero che “il rosa sta (molto) bene col verde”.
Dal canto suo, Grande si impegna a rimodulare la propria figura e la propria immagine divistica, a ritagliarsi una nuova, possibile dimensione artistica, e a proporsi anche in qualità di attrice. Svolge, di conseguenza, un lavoro strabiliante sul personaggio e, nel farlo, scopre un’inavvertita ma naturalissima inclinazione comica, che completa e arricchisce con un’autoironia e sottigliezza molto stimolanti, tempi perfetti e un istinto impeccabile per l’anima camp della sua Glinda, di cui veste i panni con una seria leggiadria, riuscendo così ad intercettare e far percepire le ben celate complessità del ruolo. D'altro lato, la già affermata Erivo si ritrova a far i conti - dall’alto di un Tony e di un Grammy - con la gravita(s) di una parte dalle innumerevoli sfumature e accezioni tematiche, raccogliendo il testimone apparentemente decisa ad imporsi nell’immaginario collettivo come sua sola e possibile interprete, forte di una espressività notevole e delle impareggiabili doti ed estensioni canore che il pubblico ha imparato (o imparerà d’ora in poi) a conoscere.
Per entrambe, si vocifera già una lunga corsa in occasione della prossima stagione dei premi. Meritatissima in entrambi i casi già soltanto per lo sforzo nel portare in scena un copione che impiega molto tempo prima di valorizzarle adeguatamente, indaffarato com’è dall’indicare e mettere fin da subito in chiaro, in primissimo piano, l’effettiva presenza, l’indubbia importanza e la grande attualità dei messaggi desunti dal romanzo originale di Maguire. In questi frangenti, assediate da un montaggio di sequenze che fanno a gara di didascalismo, sono loro a reggere per intero il peso dell’affabulazione e dell’immersione dello spettatore nelle stregonesche atmosfere di questo mondo e, come non bastasse, a sciogliere l’intera operazione dai nodi di una derivazione chiara, ai limiti del programmatico, fin dalla stessa Università Shiz: ricalcata sulle varie Hogwarts, Nevermore (di Mercoledì), per non parlare dell'Accademia del Bene e del Male dal netflixiano fantasy di Paul Feig.

Per fortuna, ad un certo punto, la pellicola si assesta pian piano sul proprio passo e riprende in mano le redini della storia, ritrovando la perduta dedizione nei confronti del duo protagonista, azzeccando momenti topici - non ultimi l’arrivo nella Città di Smeraldo, durante cui si ricorda pure di deliziare gli aficionados della controparte teatrale, e l’incontro col Mago - e contemplando in maniera più saggia, bilanciata e incisiva la propria agenda di temi, discorsi e intenzioni. Cresce, muta, si trasforma Wicked, fino a diventare quasi esemplare, il classico di un classico: uno dei migliori modi immaginabili per traslare questa storia sul grande schermo, per renderla cinematografica e anche attuale.
Il che significa assolvere due precise occorrenze. Da un lato, il film mostra allora un’accorata, eppure mai intransigente postura reverenziale nei confronti del cult movie di fine anni ‘30, quello che ha davvero cominciato tutto, o, più in generale, dei musical dell’età d’oro degli studios hollywoodiani. Dall’altro, esso si adopera molto, talora pure troppo, al fine di far emergere il carattere politico, la genetica trasfigurativa dell’opera e del mondo partoriti da Frank L. Baum.
Un’opera "profetica" che Fleming (ri)portò in scena in un periodo di transizione, successivo alla Grande Depressione. Stando alle parole dello stesso regista, "è sempre una questione di come appare il sogno americano quando la strada finisce. Quando è arrivato Wicked, è stato un riesame di tutto questo. Era subito dopo l’11 settembre e stavamo per entrare in guerra: un altro momento in cui l’America era in transizione. Oggi è questa (quella trumpiana, ndr) la strada che percorriamo. E non c’è una strada di mattoni gialli, forse nessun mago” [Deadline].
Chi ha il controllo? Chi narra e dunque, inevitabilmente, manipola, plasma, distorce la nostra storia? Che aspetto ha (e deve avere) un eroe? E quali devono o possono essere le sembianze di villain per dirsi ed essere tale? Quelle perfette (per lo scopo) di una strega dalla pelle verde, o quelle di un affabulatore ciarlatano, a sua volta sognatore fallito (qualcuno aggiungerebbe antidisneyano)? Può un cattivo essere in realtà il capro espiatorio per mantenere il controllo di una società sempre più liberticida e intollerante e di un mondo che sta dimenticando, quando non riscrivendo e occultando, le proprie radici, il proprio passato? Queste sono solo alcune delle questioni su cui questa prima parte di Wicked apre le porte di Oz, nella speranza che il prosieguo continui a volare sempre più in alto e con ancor più fermezza.
Per il momento, a metà di questo fantasmagorico viaggio, ciò che possiamo limitarci a descrivere, raccontare e applaudire è un crowd-pleaser fatto a regola d’arte. Una pellicola che regala ai fan esattamente quello che avrebbero sempre desiderato, e a tutti gli altri un’esperienza che mai avrebbero creduto di voler amare così vivamente. To be continued…
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