
RAGIONE E SENTIMENTO, la difficile arte di non essere Ang Lee
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Sense and Sensibility
USCITA ITALIA: 22 ottobre 2026
USCITA USA: 16 ottobre 2026
REGIA: Georgia Oakley
SCENEGGIATURA: Diana Reid
CON: Daisy Edgar-Jones, Esmé Creed-Miles, Caitríona Balfe, Frank Dillane, Herbert Nordrum, George MacKay, Fiona Shaw
GENERE: drammatico, sentimentale, storico
DURATA: 132 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
A più di trent’anni dalla trasposizione di Ang Lee, il classico di Jane Austen torna al cinema attraverso lo sguardo di Georgia Oakley, regista sulla carta particolarmente affine alla sensibilità dell’autrice. Eppure, tra scrupolo filologico, compostezza formale e qualche felice intuizione, questa nuova rilettura finisce per rivelare tutti i limiti di un’operazione incapace di emanciparsi dai propri illustri predecessori.
Era davvero riuscito a trovare un equilibrio tra ragione e sentimento Ang Lee quando a metà anni '90, al suo debutto in lingua inglese, si cimentò nel primissimo adattamento per il grande schermo dell’(omonimo) esordio letterario di una certa Jane Austen, aggiudicandosi prima l’Orso d’oro al Festival di Berlino e poi sette candidature agli Oscar (una delle quali tradottasi in statuetta per la sceneggiatura firmata da Emma Thompson).
Tant’è che, a più di trent’anni di distanza, la sua rimane forse la più compiuta e riconoscibile tra le trasposizioni austeniane, forse anche in virtù del suo sguardo da outsider culturale: quello di un regista nato e cresciuto a Taiwan, estraneo per formazione alla tradizione britannica che si accingeva a rielaborare. Una distanza che gli ha permesso di osservare con occhi nuovi sia la mitologia che l’iconografia del neoclassicismo britannico, distillandole in un sublime esercizio di neoclassicismo cinematografico. In un mondo di grandi passioni ed emozioni, interpretazioni luminose ed impeccabili, a sua volta racchiuso in una veste estetica sontuosa, confortevole e rassicurante, capace di sedurre il cinema a venire e di conservare intatta, ancora oggi, la propria fascinazione. Il tutto, orchestrato da una messa in scena che, con squisita delicatezza e quieta precisione, restituisce, figurativizza, materializza la tensione dialettica al cuore dell’opera originale.

Più che una traduzione, il Ragione e Sentimento di Lee continua allora ad essere un’esperienza avvolgente e totalizzante: un’immersione nell’universo di Austen profonda a tal punto da dare l’impressione che le immagini affiorino direttamente dalle pagine del romanzo. Un testo d’imprescindibile riferimento, dunque, col quale è chiamato a misurarsi anche il più recente tentativo di rielaborazione della celeberrima storia delle sorelle Dashwood, le inseparabili quanto diametralmente opposte Elinor e Marianne, obbligate - a seguito alla morte del padre - ad abbandonare la propria casa (insieme alla vecchia madre e alla piccola Margaret) e a confrontarsi con le ristrettezze economiche, le convenzioni sociali dell’Inghilterra georgiana, e le delusioni amorose inflitte loro da uomini sfuggenti, inafferrabili come il timido ma onorevole Edward Ferrars o il libertino opportunista John Willoughby.
Dietro la macchina da presa figura la britannica Georgia Oakley, al suo secondo lungometraggio dopo essersi fatta notare con Blue Jean, dramma intimo e politico ambientato nella Newcastle del 1988, in pieno periodo Thatcher, che affrontava il peso della repressione sociale mediante il ritratto di una donna divisa tra ciò che è e ciò che può permettersi di mostrare. Un racconto, altresì, sul prezzo umano del nascondersi, che interrogava lo spettatore sulla reale libertà di una società nella quale alcune persone sono ancora costrette a misurare ogni gesto, ogni parola e ogni emozione in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne. Ed è proprio questo scarto tra ciò che si sente e ciò che si può (o si deve) esprimere, unito all’attenzione per gesti e parole quali veicoli di significati, pensieri e stati d’animo latenti e repressi, e ad uno sguardo capace di cogliere le forme più sottili e pervasive del condizionamento sociale; a fare di Oakley, sulla carta e nei fatti, una scelta particolarmente felice per mettersi alla guida di una nuova rilettura austeniana.
Ciò detto, se l’intento della neoregista - su copione della romanziera e drammaturga Diana Reid - è quello di (ri)scoprire e far emergere la modernità, l’arguzia e la malinconia, come pure la vivacità già insite nella matrice letteraria, è proprio questa stessa correttezza d’approccio, questa oculatezza, questa aderenza al testo a rappresentare la proverbiale croce e delizia del suo Ragione e Sentimento. Che è vittima, suo malgrado, del proprio tempismo, dell’essere arrivato dopo tante fulgide e brillanti declinazioni cinematografiche dell’immaginario dell’autrice - come quelle di Roger Michell e Joe Wright - e non solo. Il confronto, infatti, può essere esteso alle trasposizioni delle opere di altre grandi voci della letteratura femminile ottocentesca: dal Jane Eyre di Cary Fukunaga ad Emma. di Autumn de Wilde, passando per Piccole donne di Greta Gerwig, Emily di Frances O’Connor, fino al più recente "Cime Tempestose" di Emerald Fennell.

Per fortuna sua e nostra, Oakley resiste alla dubbia seduzione e ad ogni possibile forma di contagio dell’iconoclastia di facciata, dell’eresia compiaciuta e della provocazione pretestuosa che animano quell’orrendo harmony con Margot Robbie e Jacob Elordi. Al contrario, sembra guardare in più di un frangente — soprattutto nel lavoro di Arnaud Potier, autore di una fotografia a metà tra la pittura paesaggistica e bucolica di Thomas Gainsborough e John Constable — ad Hamnet di Chloé Zhao e, al contempo, ad un altro Cime Tempestose, quello di Andrea Arnold. In altre parole, cerca nella messa in relazione e nel dialogo muto, sensoriale tra personaggi e natura una via per dischiudere un’ulteriore dimensione emotiva del racconto.
Ciò nonostante, come sopra, la pellicola incorre ben presto nel limite che accomuna molte nuove trasposizioni dei classici letterari, fedeli alla fonte e scrupolosamente reverenti. E cioè quello di non riuscire a sottrarsi alla propria natura derivativa e di doversi misurare inevitabilmente con versioni precedenti più celebri, spesso migliori, o comunque a lungo sedimentate nella memoria collettiva. Non sorprende, dunque, che il Ragione e Sentimento di Oakley finisca per richiamare alla mente soprattutto quello di Ang Lee, specie sul fronte del cast - che è, del resto, l’elemento su cui, il più delle volte, si decidono le sorti di questo tipo di operazioni.
Se è impossibile dimenticare la succitata Thompson, Kate Winslet, Alan Rickman, Hugh Grant, Greg Wise, Gemma Jones ed Elizabeth Spriggs, così come i volti chiamati a dar corpo ai ruoli secondari e di contorno (basti pensare a Imelda Staunton, futura Dolores Umbridge, o a Hugh Laurie, destinato a diventare celeberrimo in televisione nei panni del dottor House), lo stesso, purtroppo, non si può dire di Daisy Edgar-Jones, che sembra ormai aver fatto della malinconia e dell'amore infelice una sorta di marchio di fabbrica. Né tantomeno della piccola scoperta del film, Esmé Creed-Miles, cui spetta il compito di incarnare una Marianne ancor più selvaggia e indomabile. E poco possono, a loro volta, la faccia bonaria del George MacKay di 1917 e La bestia, la presenza scenica di Herbert Nordrum da La persona peggiore del mondo, o persino una Fiona Shaw in stato di grazia, irresistibile mattatrice.

Per quanto credibili e impegnati a infondere anima e corpo, freschezza e nuova linfa vitale in personaggi continuamente prossimi alla canonizzazione, gli interpreti finiscono così per rientrare in quel medesimo discorso di correttezza complessiva, priva di particolari guizzi. Soprattutto perché sostenuti da una regia la cui mano e visione non sembrano spingersi molto oltre la solidità dell’impianto, affidandosi perlopiù ad automatismi che appiattiscono la complessità dei personaggi e smorzano l’intensità del racconto e dei sentimenti evocati.
Al netto di qualche sporadica intuizione, mancano quegli sprazzi di autentica ispirazione in grado di incrinare la compostezza dell’insieme e imprimere alla materia austeniana una direzione davvero personale. Parliamo di un’urgenza creativa, una necessità espressiva che trascenda il mero imperativo industriale e commerciale di riportare il romanzo sul grande schermo a trent’anni dalla sua più celebre e riconoscibile incarnazione cinematografica. Un compitino in bella copia, insomma: garbato, diligente, a tratti persino ammirevole, eppure incapace di trovare quella felice sintesi tra ragione e sentimento che il titolo promette e che, un cinema fa, era stata raggiunta con disinvoltura e grazia.
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