
WHALEFALL, amabili (e cetacei) resti
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Whalefall
USCITA ITALIA: 15 ottobre 2026
USCITA USA: 16 ottobre 2026
REGIA: Brian Duffield
SCENEGGIATURA: Brian Duffield, Daniel Kraus
CON: Austin Abrams, Josh Brolin, Elisabeth Shue, John Ortiz
GENERE: thriller, drammatico
DURATA: 106 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Un survival claustrofobico che si fa discesa purgatoriale nelle profondità di un rapporto padre-figlio irrisolto, riflessione su modelli maschili e sull'illusoria pretesa antropocentrica di dominare la natura. Con Whalefall, Brian Duffield ambisce a trascendere i confini del thriller di sopravvivenza, ma finisce per arenarsi in eccessi di retorica e didascalismo, trasformando le proprie suggestioni esistenziali ed ecologiste in un dozzinale ordigno lacrimogeno.
È un inizio lugubre, funereo, quello di Whalefall di Brian Duffield. Cupo come gli abissi più profondi. Un inizio tutto incentrato - giocoforza - su un legame reso tale in primis dal respiro: un elemento fondamentale ai fini del racconto che partirà di lì a breve, poiché imprescindibile per la stessa sopravvivenza del suo protagonista, Jay Gardiner. Introverso, fragile e tormentato, il giovane studente universitario si trova, suo malgrado, a fare ritorno a casa, sulle coste della California, ad un anno dalla tragica scomparsa del padre Mitt.
Uomo di mare, pescatore, sub esperto, conoscitore enciclopedico della vita oceanica e, soprattutto, leggenda locale, questi si è gettato in acqua, lasciandosi in balia degli elementi, in quanto unica reazione (per lui) possibile all’aggravarsi repentino di un’atroce malattia terminale alla quale non ha mai voluto trovare rimedio. Una figura ingombrante, quella di Gardiner senior, con cui Jay ha sempre intrattenuto un rapporto a dir poco travagliato e conflittuale, causa ed esito di un intricatissimo groviglio di affetto e odio, paura e attaccamento, fascino e soggezione. Ruvido, autoritario e anaffettivo, Mitt incarna una mascolinità arcaica, intransigente e tossica, del tutto agli antipodi rispetto a quella del figlio. Che nondimeno, già la mattina successiva al suo rientro, avverte l’inspiegabile, incomprensibile bisogno di ritrovarlo. O meglio, di ritrovarne i resti dispersi sul fondo del mare.
Così, all’insaputa della madre e delle due sorelle, rispolvera la vecchia attrezzatura da sub, riempie la bombola d’aria, indossa muta e pinne, sistema la maschera e si spinge al largo. Tutto sembra procedere per il verso giusto (o quasi) finché dal nulla non compare un gigantesco capodoglio, che lo inghiotte in un sol boccone. Jay si ritrova dunque intrappolato nelle viscere, nei recessi angusti, cavernosi, soffocanti del cetaceo, solo e con meno di sessanta minuti d’aria a disposizione. Un conto alla rovescia inesorabile, scandito da una consapevolezza che si fa via via più nitida. E cioè, che le lezioni apprese a fatica dal padre potrebbero essere l’unica chiave per la sua salvezza…

A leggere il soggetto di base, Whalefall potrebbe facilmente apparire come l’ennesimo film che si aggrappa ad una premessa assurda e arbitraria, pretestuosamente escogitata per innescare un congegno ad alta tensione. Per confezionare una thrill ride palpitante, tutta protesa ad esasperare il parossismo della situazione e a spingere quest’ultima fino al limite estremo delle sue possibilità.
Ciò non significa, naturalmente, che la pellicola non cerchi di valorizzare gli elementi costitutivi del dispositivo survivalistico, facendo leva sull'esercizio della tensione in tutte le sue componenti essenziali: l’equilibrio, la fisica, la gravità, il tempo che scorre inesorabile, l’imprevisto e i pericoli che si accumulano progressivamente. Né che sacrifichi la dimensione più spettacolare, epidermica ed esperienziale della fuga, configurandosi a tutti gli effetti come un vero e proprio escape room movie. Anzi, in più di un’occasione riesce a restituirne le sollecitazioni con una certa efficacia e una credibilità grandguignolesca, grazie soprattutto al lavoro effettistico e alla costruzione visiva e, in particolare, sonora del principale spazio diegetico, restituito in tutta la sua ferocia, nella sua implacabile ostilità e nella sua ripugnanza organica.
Al tempo stesso — come, del resto, era prevedibile e come lascia intuire il coinvolgimento alla sceneggiatura dello stesso Daniel Kraus, autore dell’omonimo romanzo da cui il film è tratto, vincitore del premio Pulitzer e già collaboratore di nomi del calibro di George Romero e Guillermo del Toro — appare chiaro fin da subito come, sotto la superficie, Whalefall celi un'altra natura e ambizione. Una che ci spinge a definirlo una sorta di variazione “elevated” di un filone di matrice prettamente exploitation e di serie B, che annovera cult come The Descent, 127 ore e Buried, accanto a produzioni dalle pretese ben più contenute quali Sanctum, 47 metri, Underwater e Fall.
Difatti, in assoluta coerenza e continuità col precedente Nessuno ti salverà (che era la storia di una giovane donna emarginata dalla comunità che si ritrovava a fronteggiare da sola un’invasione aliena che sconvolgeva la sua esistenza, costringendola a fare i conti con i traumi e i segreti del proprio passato), Duffield è interessato più che altro a raccontare, attraverso un’immersione effettiva, fisica nelle profondità degli abissi, un’immersione figurata, purgatoriale o persino metafisica nelle pieghe più recondite (o presunte tali) di un rapporto padre-figlio, tanto nelle sue implicazioni psicologiche quanto nelle sue risonanze emotive ed emotigene. Il tentativo, in altri termini, di recuperare ciò che si è spezzato, di ritrovare ciò che si è perduto per poter, infine, ritrovare sé stessi. Riconoscendosi nell’altro e, in particolare, nei suoi errori, nelle sue insicurezze e nelle sue contraddizioni, ma anche in quella fragilità sottaciuta, eppure intrinseca, di un modello maschile paternalista e militaresco, da rileggere e accogliere entro una prospettiva diversa, più ampia e consapevole.

È un discorso che, puntualmente, innesca una deriva e uno sconfinamento verso un sottotesto naturalistico ed ecologista, con il quale finisce progressivamente per intrecciarsi, fino a stabilire una corrispondenza e un parallelismo sempre più stretti e ad assumere una centralità via via più marcata nell’economia del film. E così, il tentativo di sopravvivere all’ombra di un padre finisce per coincidere con quello di sopravvivere ad una natura che, giustamente e ineluttabilmente, presenta il conto di anni, decenni di devastazione, inquinamento, nonché di quella abietta presunzione antropocentrica di poter piegare ogni cosa alla propria volontà.
Una natura che, in un primo momento, sembra ribellarsi, sottraendosi a ogni pretesa di dominio e opponendo alla volontà di sopraffazione dell’uomo la propria irriducibile alterità; ma che, proprio in virtù di tale irriducibilità, finisce per costringere il protagonista a (ri)mettere in discussione il proprio posto nel mondo, il senso della propria vulnerabilità e il significato stesso dell’esistenza. Fino a comprendere, alfine, come distanze soltanto apparentemente incolmabili possano dissolversi nella riscoperta di un’appartenenza comune: quella ad un unico, vasto tessuto in cui ogni forma di vita partecipa di una medesima, indivisibile trama di relazioni e interdipendenze, fenomeni, esperienze, dinamiche esistenziali e moti interiori che si richiamano e si rispecchiano a vicenda. Mitt diventa il capodoglio e, allo stesso tempo, può farlo anche Jay, in un imprevisto, plausibilmente onirico e allucinatorio ménage à trois, che resta comunque meno scoperto di quanto non siano, più in generale, la metafora e le intenzioni di fondo di Whalefall.
Duffield e Kraus sembrano invero temere che il senso della loro operazione possa sfuggire al grande pubblico, tradendo una scarsa fiducia nei mezzi e strumenti a propria disposizione e nella capacità di condurre l’impresa sino al suo compimento. In questo modo si arenano - oltre che in una coda fin troppo annacquata - in eccessi di retorica e didascalismo, assecondando una programmaticità spesso smaccata. Si fa dire continuamente a Jay ciò che pensa e prova, si ribadisce quanto le immagini avrebbero già saputo suggerire, si spiega oltremisura, fino a illustrare nel dettaglio persino il significato del titolo - riferito a quel processo mediante cui la carcassa di un grande cetaceo sprofonda sul fondale oceanico, dando vita ad un ecosistema circoscritto e temporaneo, in grado di nutrire intere comunità di organismi.

Ciò che scaturisce da questo incrocio sofferto e derivativo di James Cameron e Steven Spielberg, di Robert Zemeckis, del Peter Jackson di Amabili resti e di Ron Howard è quindi un dramma familiare, esistenziale e ambientalista che imprigiona a sua volta lo spettatore in un incessante stillicidio emotivo. Nel più dozzinale degli ordigni lacrimogeni, colpevole per giunta di un sottoutilizzo e mortificazione delle doti di Austin Abrams, qui assai più monocorde e imbrigliato rispetto a quanto non dimostri sotto la direzione, per esempio, dello Zach Cregger di Weapons e del quasi coevo Resident Evil, o anche soltanto di Jon Watts in Wolfs (film che ha contribuito a rilanciarlo dopo la prima notorietà acquisita con il fenomeno Euphoria).
Ciò detto, con molta probabilità, sarà la sua presenza e una, seppur esigua, prova di versatilità la cosa che più verrà ricordata di Whalefall, che nondimeno contribuisce ad imporlo, riproporlo e fissare il suo essere volto nuovo, fresco ma già emblematico (dello spaesamento, del sarcasmo apotropaico e terminale) di una generazione che non ha o avrà speranza di una scappatoia tanto facile e comoda. Che, dalla pancia di quella balena, potrebbe non uscire mai.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





