
Il coraggio di (non) essere RESIDENT EVIL
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Resident Evil
USCITA ITALIA: 17 settembre 2026
USCITA USA: 18 settembre 2026
REGIA: Zach Cregger
SCENEGGIATURA: Zach Cregger, Shay Hatten
CON: Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis, Paul Walter Hauser
GENERE: azione, orrore, fantascienza
DURATA: 95 min
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Un falso positivo cinematografico che prende il titolo, l’immaginario e i codici di Resident Evil per tradirli con libertà e sfrontatezza, ricomponendoli in un ibrido mutageno di horror, commedia e cinema d’azione: più che adattare il videogioco, Zach Cregger prova a restituirne l’esperienza, la tensione e il piacere stesso di giocarci.
“Magari è un falso positivo. Sai, succede spesso con questi test”, dice Bryan, giovane corriere e trasportatore di organi, nel tentativo di rassicurare Michelle, la sua fidanzata, che via telefono gli ha appena comunicato di aspettare un figlio. Una notizia a cui il nostro reagisce nell’unico modo che sembra essergli congeniale: negandola, sminuendola. Ben prima di fare i conti con la possibilità di diventare padre, il ragazzo prova invero a scongiurarla, aggrappandosi all’eventualità di un errore, appunto, che possa rimandare un’altra volta il momento in cui sarà costretto a crescere. Perché è forse proprio questo, ancor più che la paternità, ciò che davvero lo spaventa: l’idea che la vita possa improvvisamente sottrarsi a quella condizione di provvisorietà e leggerezza, chiedendogli di assumere una forma, una responsabilità, un futuro.
Ma questo domani può attendere i “20 minuti” che lo separano dal ritorno a casa. Minuti che si trasformano in ore, e poi in una notte intera, nel momento in cui Bryan decide di prendere tempo o, meglio, di accettare – allettato dal prospetto di un compenso doppio – una consegna di primissima fascia, da effettuarsi fuori zona. Più precisamente a Raccoon City, dove il nostro non sa però ancora ciò che lo attende. Investita da una violenta bufera di neve, la città è infatti sprofondata nel panico e nel caos a causa di una misteriosa epidemia, da poco diffusasi, in grado di alterare il DNA umano dando vita a mostruose creature assassine…

Si concentra tutto in queste poche linee di dialogo, in questi primi istanti, l’esile racconto e le intenzioni, viceversa, tutt’altro che esigue di Resident Evil, terzo lungometraggio di Zach Cregger – già impostosi come una delle voci nuove, più interessanti e promettenti del panorama horror contemporaneo grazie al lavoro su Barbarian e sul recente Weapons – nonché ennesimo tentativo di rilancio e adattamento per il grande schermo della trentennale serie videoludica targata Capcom.
Ebbene, dopo Paul W. S. Anderson e la declinazione ipertrofica, chiassosa e muscolare dei sei film con protagonista Milla Jovovich, e il più filologico, pedissequo omaggio di Johannes Roberts in Welcome to Raccoon City, il regista modella la propria (ri)lettura proprio all’insegna di una sorta di falso positivo cinematografico: una pellicola che sembra essere qualcosa che, in realtà, non è affatto. È una scelta intelligente, se non addirittura la sola possibile; capace, peraltro, di trasformare quello che per molti sarebbe stato un cosiddetto “incarico alimentare” – nella fattispecie, una manovra industriale dettata dalla necessità della storica casa di produzione Constantin Film di mantenere il controllo sui diritti di sfruttamento del brand – in qualcosa di eminentemente suo, distintivo, diverso da quanto prodotto e derivato finora. A partire, ovviamente, dal protagonista: un signor qualunque, un personaggio alieno ad ogni discorso pregresso, storie e mitologia, dalla caratterizzazione minimale e immediatamente delineata, la cui funzione principale è quella di veicolo, emanazione chiara e precisa della visione di Cregger e della sua (in)visibile presenza in scena.
Da cui un’avvertenza: lasciate ogni speranza, o voi (puristi, integralisti) che entrate in questo inferno gelido, imbiancato: palcoscenico, campo o mondo di gioco di una via via più assurda, delirante, sanguinolenta e inquietante corsa a perdifiato. Una girandola che il cineasta scandisce e orchestra con mano ferma e sicura, dimostrando una padronanza sempre maggiore e a dir poco prodigiosa dello spazio (intra- ed extra-diegetico), del tempo e della luce, quest’ultima protagonista di invenzioni e soluzioni veramente efficaci. Come lo è, del resto, la messa in scena - coordinata con il veterano Dariusz Wolski, fido direttore della fotografia di Verbinski, Burton e dei fratelli Scott - rigorosa eppure dotata di una fluidità, di un dinamismo, di un senso del movimento e della vertigine che procede di pari passo con una scrittura serratissima e concentrata.
Non per questo si rinuncia ad un certo divertimento, ad un gusto per l’intrattenimento mai inteso come mera concessione o parentesi, bensì come vera e propria componente grammaticale. Un piacere scoperto che è, al contempo, la prima sorpresa e il segreto alla base del Resident Evil di Cregger. Che, per quanto banale possa apparire (e non lo è), sceglie di trasporre il videogioco, giocandoci a sua volta. Lo fa attraverso un racconto che, ironia vuole, parla proprio della paura di crescere, cambiare, mutare(!). Con un film sulla responsabilità – biologica e paterna, scientifica e genitoriale, collettiva e intima – realizzato tuttavia con un’irriverenza mordace e sfrontatamente gioiosa, con quella stessa irresponsabilità che gli permette di infischiarsene deliberatamente di un immaginario vasto e già codificato, del canone dell’opera da cui prende le mosse, alcuni riferimenti basilari e - va da sé - il titolo.
Tratta tutto questo come materia permeabile e malleabile, da piegare alle esigenze del cinema, al quale restituisce codici visivi e un linguaggio di cui il medium videoludico si è appropriato (in)debitamente. E ancora, come un repertorio da saccheggiare, deformare e ricombinare senza alcun obbligo di fedeltà, trasformando il rispetto per la mitologia preesistente nella libertà – o nella necessità – di tradirla.

Più che fare un film di Resident Evil, Cregger prova dunque a fare un film su ciò che significa giocare a Resident Evil, ricreando quella che può (o poteva) essere l'esperienza pad alla mano: l’atmosfera, le meccaniche, la solitudine, la frustrazione e - ovviamente - la tensione nell’esplorare gli spazi a propria disposizione in cerca di altre risorse e nuovi strumenti per sopravvivere. Non solo, il regista plasma il proprio protagonista secondo quel peculiare atteggiamento distaccato, spregiudicato, quasi sbruffone, del giocatore che attraversa il pericolo sapendo di essere, al tempo stesso, dentro e fuori dal gioco.
Ad ogni modo, ciò che ne scaturisce - oltre ad una sensazione abbastanza unica nel suo genere - fa emergere con nitidezza qualcosa che già si poteva intravedere, che serpeggiava nelle viscere dei suoi due precedenti lavori. Parliamo di una vena comica, un gusto per l’assurdo e la sproporzione che in Resident Evil trovano finalmente una forma prorompente, netta, assolutamente esilarante, ma anche spiazzante a più riprese. È una comicità che non arriva e non serve mai a smorzare o sospendere il terrore, anzi riesce a conviverci fin quasi ad alimentarlo. Un equilibrio (im)possibile, fragile e tuttavia dotato di una forza mostruosa, proprio come quel groviglio di membra, quell’aberrante collage di corpi che insegue Bryan dalle campagne innevate alle strade e ai grattacieli di Raccoon City.
Lo stesso ibrido mutageno, proteiforme e polimorfo che la pellicola finisce per incarnare a sua volta: una collisione calibratissima – e, proprio per questo, tanto più imprevista e imprevedibile – nella quale i Coen grotteschi di Arizona Junior e Fargo incontra il body horror satirico e mutante di Brian Yuzna in Society, il cinema dissacrante di John Landis, da Un lupo mannaro americano a Londra a Tutto in una notte, e alfine la geometrica, impassibile precisione della comicità fisica (e slapstick) di Buster Keaton.
Una spassosa macchina dell’orrore, un laboratorio che trova la sua perfetta “cavia” nell’ormai sodale e collaudato (dopo Weapons) Austin Abrams, che fa in un certo qual modo ritorno a Wolfs, ingaggiato com’è in un tour de force col quale Cregger ne spinge all’estremo le possibilità espressive, portando la fisicità della sua prova ad un punto di tale esasperazione da far sembrare, infine, che il corpo stesso dell’attore sfugga ad ogni controllo. E con esso anche il film di cui - al netto di un finale che oltrepassa persino la misura di eccessi e parossismi - speriamo vivamente possa attecchire e propagarsi il contagio. Perché è forse una delle direzioni più fertili e coraggiose che un adattamento videoludico (o un reboot in senso lato) possa percorrere.
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