
COYOTE VS. ACME, l'importanza di provare (e fallire)
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Coyote vs. Acme
USCITA ITALIA: 2 settembre 2026
USCITA USA: 28 agosto 2026
REGIA: Dave Green
SCENEGGIATURA: Samy Burch
CON: Will Forte, Lana Condor, John Cena, Tone Bell, Luis Guzmán
GENERE: animazione, commedia, fantastico, avventura, azione, fantascienza
DURATA: 103 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
Da un piccolo gioiello umoristico sul New Yorker ad un film inseguito, cancellato, resuscitato e infine strappato all'oblio: Coyote vs. ACME è una curiosa parabola di fallimenti e ostinazioni, in cui la travagliata vicenda produttiva finisce per rispecchiare quella del suo protagonista. Tra fedeltà alla grammatica dei Looney Tunes, satira del capitalismo e un’imprevista riflessione sulla libertà, la speranza e l’importanza di provare, fallire e riprovare.
Per quanto strano, impensabile, impossibile possa sembrare, sì: Coyote vs. ACME è tratto da una storia vera. E non lo diciamo soltanto perché ad aprire il film è un cartello che lo dichiara a caratteri cubitali: basta una semplice ricerca per scoprire i fatti singolari che ne hanno accompagnato e definito le sorti. Un’esistenza travagliata, come solo potrebbe essere quella di un’opera che, per moltissimo tempo, ha rischiato di non vedere mai la luce del grande schermo.
Tutto prende il via da un articolo dello scrittore e umorista Ian Frazier che, nel 1990, pubblica sul New Yorker un breve pezzo intitolato appunto Coyote vs. ACME, nel quale immagina il povero Willy il Coyote che, stremato dagli innumerevoli fallimenti e dalle altrettanto innumerevoli lesioni provocategli dai prodotti difettosi venduti dall’ACME, decida finalmente di trascinare l’azienda davanti ad un giudice. L’idea è folgorante nella sua semplicità quasi fanciullesca: applicare alla logica impazzita del cartoon il linguaggio notarile e i modi serissimi di una causa legale, trasformando decenni di esplosioni, catapulte, incudini e razzi finiti regolarmente sulla testa del malcapitato in materia da aula di tribunale.

Da quel piccolo gioiello di umorismo prende avvio un’odissea hollywoodiana che durerà oltre trent’anni, passando di mano in mano fino al 2020, quando Warner Bros. annuncia il rilancio del progetto, affidato infine alle penne di Samy Burch, Jeremy Slater e (dell’oggi capo dei DC Studios) James Gunn. Parrebbe finalmente essere stata trovata la giusta chiave di lettura: la trovata di Frazier viene piegata alle forme di una vera commedia giudiziaria, conservandone il principio assurdo ma costruendovi intorno l’ennesima parabola di “David contro Golia”, incentrata sulla pervicace resistenza di Willy il Coyote di fronte alla crudeltà cinica e disinvolta del capitalismo e dell’avidità industriale. Due anni più tardi, nel 2022, le riprese si svolgono senza intoppi e la pellicola – realizzata in tecnica mista, alla stregua di Space Jam o del cultissimo Looney Tunes: Back in Action, e costata circa 70 milioni di dollari – viene infine completata.
Ma è proprio qui che finzione e realtà cominciano a sovrapporsi, a confondersi: il 9 novembre 2023, la major comunica infatti che Coyote vs. ACME non verrà distribuito. La motivazione ufficiale parla di un mutamento della strategia di Warner; dietro la decisione, però, c’è soprattutto la possibilità di contabilizzare una consistente perdita fiscale. In altre parole, il progetto viene trattato come una voce di bilancio da azzerare e - come era già accaduto con Batgirl e Scoob! Holiday Haunt - rischia di scomparire in un buco nero aziendale, in una specie di discarica digitale.
La reazione di pubblico e fan, però, è talmente furiosa da costringere lo studio a fare marcia indietro appena pochi giorni dopo: il film viene rimesso sul mercato e diversi distributori manifestano interesse. Ma anche questa volta arriva il colpo di scena: Warner chiede una cifra nell’ordine dei 75-80 milioni e rifiuta le offerte che non ritiene sufficienti. Nel 2024 la pellicola precipita dunque nuovamente nel limbo, dove resta per quasi un anno prima di essere salvata dalla piccol(issim)a Ketchup Entertainment, che ne acquista i diritti per circa 50 milioni.

Così, dopo essere stato inseguito per decenni, prodotto, cancellato, resuscitato, nuovamente accantonato e infine strappato alla morte, ecco che Coyote vs. ACME arriva finalmente nelle sale, forte di una vicenda produttiva che, da sola, sarebbe degna di un film. Un’insolita, irripetibile simmetria, una coincidenza quasi troppo perfetta per essere vera: quella verità che (nella trama) l’ACME non vuole che si sappia diventa perciò la pellicola che la Warner Bros. non voleva che il pubblico vedesse, e viceversa. Al contempo, lo stesso Willy il Coyote – clown tragico, eterno sconfitto, vittima frustrata e disperata, (in)consapevole ingranaggio di un sistema distruttivo – si fa o, meglio, si rivela quale simbolo muto e cinestetico, improbabile e imprevisto avatar dello spettatore, di una pletora di consumatori, di una pluralità di David e di tutte le loro personali e insieme collettive (e collettivizzanti) cause perse.
Parliamo, insomma, di una fortuna nella sfortuna, giacché questa istanza di riscatto – che trasforma il tutto quasi in una class action mediata, per procura, se non addirittura per transfert – non soltanto apre un secondo livello di lettura, più complesso e stimolante, ma finisce forse per conferire un senso autentico all’opera e all’operazione in sé. Inutile dire che Coyote vs. ACME verrà probabilmente ricordato più per ciò che è accaduto là fuori, nella nostra assurda realtà, che per quanto effettivamente avviene sullo schermo, nel reame di una finzione che, nonostante tutto - per quanto paradossale, esasperata e dichiaratamente cartoonesca -, appare comunque più sensata e normale.
È questo, in fondo, ciò che viene da pensare assistendo (con piacere e moderato divertimento) a questa proverbiale battaglia donchisciottesca contro i mulini a vento, dove la cosiddetta courtroom comedy sfuma poi nel thriller cospirativo e approda nei territori (emotivi) di un puro buddy movie, sorretto dall’alchimia dolcemente bizzarra che lega il nostro Willy e il suo avvocato: il gentile ma pigro e disilluso Kevin Avery, interpretato da un Will Forte assai divertito alle prese con una variazione, decisamente meno “forte”, del Saul Goodman di Bob Odenkirk. Ed è proprio questo, dopotutto, a “fare la differenza” nell’economia di un’avventura pensata invero come una sorta di elegia o requiem dei Looney Tunes e delle Merrie Melodies. Di un immaginario un tempo glorioso e oggi anch’esso, malinconicamente, sconfitto e relegato ai margini.

Coyote vs. ACME sceglie dunque la via del canone, di una fedeltà quasi programmatica e di un’adesione pressoché integrale alla grammatica di quell’universo, di cui recupera per intero il lessico comico e formale (la fisica impossibile, le gag slapstick, la violenza esasperata), concedendosi giusto qualche sporadico guizzo d’inventiva.
Nondimeno, questo ripiegare e volgersi nostalgicamente al passato si rivela condizione imprescindibile – oltre che per inscrivere il racconto nella poetica di disadattati e outsider, di perdenti in cerca di riscatto propria di James Gunn – per dire qualcosa del nostro presente. Nella fattispecie, delle responsabilità che (com)portano con sé una libertà autentica e incondizionata e ogni forma di speranza propriamente detta. Entrambe devono tornare ad essere il semplice, limpido oggetto di una scelta quotidiana, qualcosa da perseguire e rincorrere giorno dopo giorno, senza mai arrendersi, anche quando tutto ciò che ci circonda sembrerebbe suggerire il contrario. Senza che la possibilità stessa del fallimento possa estinguerne il valore.
La determinazione, la resilienza, una perseveranza assoluta e incrollabile, unite alla necessità di provare, fallire e riprovare: forse è ancora questo ciò che i cartoni animati hanno da mostrarci e raccontarci. E Coyote vs. ACME – coi suoi bernoccoli, i suoi limiti e i segni evidenti di una lavorazione accidentata, impressi in una resa tecnica non sempre rifinita e in una scrittura talvolta imprecisa, approssimativa, frettolosa – ne è, in qualche modo, la dimostrazione filmica più coerente. Vi è invero una curiosa coerenza nel suo essere un’opera imperfetta che parla di un personaggio incapace di arrendersi.
“Forse un giorno ci riuscirà” il nostro Willy, qui nel definitivo passaggio da perenne sconfitto ad (anti)eroe coraggioso, laborioso, ostinatamente sisifeo. Una sorta di reazione allergica, improbabile e necessaria oltre ogni aspettativa, all’insidioso complotto della contemporaneità. “Forse domani” questa storia non sarà più così vera.
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