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            13 Settembre 2026
            La recensione di Dio Ride, il nuovo film di Giovanni Veronesi con protagonista Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando.
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            DIO RIDE, il cinema molto meno

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Dio ride
            USCITA ITA: 29 ottobre 2026
            REGIA: Giovanni Veronesi
            SCENEGGIATURA:
            Giovanni Veronesi, Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola De Orsola, Paolo Portone, Jean Jacques Ilunga
            CON: Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi, Carlo Cecchi
            GENERE: drammatico, commedia, storico
            DURATA: 114 min
            Presentato fuori concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 5-

            RECENSIONE:

            Una fede popolare, gioiosa e anticonformista, che parla agli ultimi e arriva a mettere in discussione persino l’autorità della Chiesa. Sulla carta, il terreno ideale per Giovanni Veronesi. Peccato che, tra un racconto privo di guizzi e una regia che fatica a trovare passo e respiro, Dio Ride finisca per addomesticare la propria eresia, trasformando la ribellione in una rassicurante lezione di buoni sentimenti.

            A ben vedere, parrebbero essere due gli elementi che informano e dai quali prende le mosse Dio Ride, il nuovo film di uno dei più prolifici e affermati autori italiani di commedia, Giovanni Veronesi, cui spetta l’onore e l’onere di chiudere, fuori concorso, la 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

            Il primo è la risata di un neonato, impiegata a mo’ di sonora stonatura, di innocuo controcanto rispetto ad uno scenario che cupo e mortifero è dire poco. Il secondo, invece, è una citazione del compianto papa Francesco, un appello rivolto ai comici in occasione della visita in Vaticano del giugno 2024, che recita: “Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo”. 

            Non a caso, appartiene all’ordine dei francescani il frate protagonista della storia e della sceneggiatura scritta (a dodici mani!) dal regista con Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, Jean Jacques Llunga e Paolo Portone. Siamo a metà del Seicento, in un’Italia invasa dalla peste. La stessa che – come dimostra uno dei suoi occhi – non ha risparmiato il nostro Leopoldo da Casamacchia, monaco proveniente da un piccolo convento dell’Umbria, dalle parti di Scheggino, che parla di Dio come nessun altro ha mai fatto prima. Mentre la Chiesa predica in latino, temendo e soffrendo l’espansione oltralpe della dottrina luterana, egli si rivolge in volgare ai contadini, ai poveri e ai disgraziati, raccontando il Vangelo con una gioia contagiosa che genera insieme sollievo e speranza. Per lui, infatti, Dio deve essere vicino agli uomini, capace di ridere insieme a loro.

            Non ci vuole molto prima che questo suo messaggio, opposto alla severità e al dogmatismo del Vaticano, si diffonda, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque (mentre le parrocchie del posto cominciano a svuotarsi). Tant'è che l’eco di quella voce non giunge a Roma e suona pericolosa per chi governa attraverso la paura. Il Papa decide pertanto di affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo - colui che è riuscito a far abiurare persino un genio del suo tempo quale Galileo Galilei.

            Nondimeno, quello che nasce idealmente come un processo si trasforma pian piano in un confronto inatteso, capace di mettere in discussione convinzioni incrollabili. Laddove il destino di Leopoldo sembra segnato, per il prelato e per chi è colto dal dubbio si aprono strade impensate. Perché si può spegnere una voce, ma non ciò che essa ha lasciato negli altri.

            Quello di Veronesi dovrebbe e potrebbe essere, in fondo, il racconto dei (tanti) racconti – passati, presenti e futuri – di persecuzione, repressione, soffocamento di posizioni alternative, iconoclaste, anticonformiste, non allineate, se non, talora, apertamente in contrasto con il pensiero, la visione e l’ideologia dominanti. Un’altra, una seconda via che, in certi casi, ha incrociato anche l’arte della risata, dell’ironia, di una leggerezza spesso più potente ed efficace di mille discorsi. Cosa di cui non fatichiamo a credere che l’autore toscano – da amante, conoscitore e cantore della comicità – sia fermamente convinto.

            Al contempo, Dio Ride compie uno scarto ulteriore, riconoscendo nella visione (“arrogante nella sua umiltà”) di fra Leopoldo l’unica e più autentica maniera di vivere la fede e il rapporto con qualcosa o qualcuno di superiore, ma anche e soprattutto con il mondo che ci circonda e le persone che lo abitano. Va da sé, aprendo facilmente uno spiraglio di luce, un barlume di speranza in un tempo - allora e oggi - dominato da tanta, fin troppa negatività. Uno nel quale c’è bisogno come non mai di una diversa forma e connotazione di dipendenza. Un’assuefazione a Dio, e cioè alla gioia, all’armonia, alla pace.

            Al netto di un certo, consolatorio e retorico semplicismo, questi discorsi sono, in linea teorica, quanto di più congeniale per una pellicola dalle inclinazioni scopertamente pop(olari), che mira a parlare ad un pubblico vasto ed eterogeneo attraverso le maglie, produttivamente sontuose, di un affresco storico nel segno della tradizione monicelliana o di un film come Non ci resta che piangere. Una prospettiva, questa, con la quale Veronesi si è già dimostrato avvezzo, dai tempi de Il mio West fino ai due capitoli dei Moschettieri del re.

            Commedie in costume da cui ritrova e riabbraccia Pierfrancesco Favino per un ruolo decisamente più drammatico nel quale egli profonde, con una tenerezza e una naïveté a tratti davvero struggenti, tutta la propria maestria, unitamente a quel delicato equilibrio e a quella proficua coesistenza tra divismo e immedesimazione, tra statura attoriale e un’interpretazione in cui può scivolare e perdersi, sulla scia di Giobbe Covatta, Roberto Benigni e Dario Fo. La sua presenza e la sua prova (specie quando in duetto con un sempre amabile Silvio Orlando) sono, del resto, le sole cose che permettono a Dio Ride di reggersi sulle proprie gambe e camminare occasionalmente sulle acque di una piattezza generale e un’insipienza abbastanza disarmante. Acque nelle quali, com’è ovvio, annega ogni buon proposito.

            Tale è, invero, l’approccio e la regia di un Veronesi che - complice un intreccio privo di guizzi e dal decorso alquanto prevedibile - fatica a sintonizzarsi sul passo e sul respiro di una narrazione del genere. Dopo un inizio tremendamente schizofrenico – per come il montaggio serrato, quasi da commedia brillante, di Patrizio Marone sabota il lirismo e l’epica infusi nelle musiche di Paolo Buonvino, così come il carattere pittorico à la Schnabel e l’impronta ariosa e contemplativa della fotografia di Maurizio Calvesi, scortato da splendide location e scorci di una natura selvaggia, incontaminata, fiabesca – si avvicendano singulti di cinema (o di una sua prova generale) a sequenze (specie in interni) che, per soluzioni e modi, non stonerebbero affatto in uno dei millemila sceneggiati Rai. 

            E così procede il rigido, inamovibile, inerte pellegrinaggio del francescano, la sua gentile evangelizzazione, trascinandosi di scenetta in scenetta o, meglio, girando su sé stesso, fra le medesime situazioni e gli immancabili esiti, con il sostegno di un copione avaro di quelle variazioni, deviazioni e modulazioni necessarie a dare corpo, colore, spessore al soggetto. Fino ad un finale in cui, accortisi forse tardivamente di dover tirare le fila del discorso, Veronesi & co. abusano di ellissi per approdare con tutta comodità ad un make-up mostruoso che, accompagnato da melodie stucchevolmente zimmeriane, non si limita a sottolineare l’emozione ma sembra quasi volerla estorcere. Qualora non bastasse, ci pensano poi folle di astanti e comparse lacrimanti, primi piani patetici grazie a cui innescare una sorta di commozione per riflesso. 

            È la fine simbolica, la prova provata di un anticonformismo che, pur mite, caloroso, accessibile, finisce per trasformarsi nella propria negazione: la ribellione, già largamente addomesticata, diventa catechesi, il gesto controcorrente si fa convenzione, e ciò che si vorrebbe mettere in discussione viene offerto allo spettatore nella forma più sicura, didascalica e rassicurante possibile. Una vera eresia, insomma, per chiunque possieda un minimo di garbo e buon gusto.

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