
RITORNO A BUENOS AIRES resta imprigionato nella cella della propria forma
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Ritorno a Buenos Aires
USCITA ITALIA: 17 settembre 2026
REGIA: Marco Bechis
SCENEGGIATURA: Marco Bechis, Vijaya Bechis Boll
CON: Adriano Giannini, Ana Celentano, Verónica Gerez, Olivia Nuss
GENERE: drammatico
DURATA: 105 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Il ritorno di Marco Bechis alle ferite della dittatura argentina si trasforma in un dramma su memoria e sopravvivenza che, pur interrogando traumi ancora brucianti e irrisolti, resta prigioniero di una messa in scena convenzionale, didascalica e incapace di trovare una forma all’altezza dell’intensità del proprio dolore.
“Ti è tornata la voglia di vivere”, dice il paramedico Mariano ad un paziente andato in arresto cardiaco nel tragitto dell’ambulanza verso l’ospedale più vicino. Cosa che, purtroppo, non si può dire di lui, che da anni (come del resto sottolinea il suo cognome, Guerra) è ammorbato, devastato da un conflitto interno silenzioso eppure non meno lancinante. Sono le (in)visibili ferite di un passato remoto - risalente ad una trentina d’anni prima, quando il nostro si trovava a Buenos Aires, in Argentina - che torna a presentare il conto una volta per tutte.
Trasferitosi a Torino da allora, Mariano viene infatti invitato dalle autorità sudamericane a far ritorno oltreoceano per prestare testimonianza ad un nuovo processo per crimini contro l’umanità ai danni degli ex militari e ufficiali che, nel 1975, lo sequestrarono, torturarono e resero loro schiavo per circa 800 giorni durante il periodo del regime golpista. Insieme ad un altro paio di sopravvissuti, viene così ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia nell’attesa che arrivi il giorno della deposizione. Le giornate - trascorse accanto ai compagni di dolore, tra incontri dei familiari di alcuni desaparecidos e l’ascolto dei resoconti altrui - riportano alla luce nodi ancora intricatissimi nella sua coscienza e vicende che non è riuscito in alcun modo ad elaborare. Quello però che le altre vittime ignorano è che Mariano porta con sé un peso che nessuna sentenza potrà mai davvero alleggerire…
Su questo s’incentra Ritorno a Buenos Aires, ritorno - a sua volta, a più di un decennio dal documentario Tutte le scuole del Regno - dietro la macchina da presa per un outsider, una voce aliena del panorama nostrano quale Marco Bechis. Che ricalca per la terza volta il tappeto rosso della Mostra del Cinema di Venezia con quella che è, a tutti gli effetti, la chiusura di una trilogia ideale, incentrata per l’appunto sulle memorie (da lui vissute in prima persona) relative alla dittatura militare argentina e ai suoi effetti e strascichi nel tempo.
Laddove allora Garage Olimpo si inquadrava la violenza nel suo farsi, la cattura, le sevizie, gli interrogatori, le brutali esecuzioni e Figli spostava invece lo sguardo sul dopo, sul tema dell’identità di genitori e progenie dei desaparecidos, con Ritorno a Buenos Aires si affronta infine la dimensione della testimonianza, ponendo l’accento su ciò che resta a chi (fortunatamente?) è sopravvissuto. Racconto, ricordo, giudizio sono i tre assiomi (del superstite) lungo cui si muove la sceneggiatura scritta da Bechis assieme alla figlia Vijaya Bechis Boll, che trova numerose attinenze con il memoir autobiografico dello stesso regista, La solitudine del sovversivo.
Solo, del resto, è anche Mariano, sulla cui caratterizzazione interiore — intrisa di sofferenza, un forte stress post-traumatico e un parimenti bruciante senso di colpa e dell’impostore — si costruisce per intero l’impianto emotivo, narrativo e drammaturgico di Ritorno a Buenos Aires. “Sono tecnicamente libero, ma sono libero?”, si chiedeva il giovane Guerra in una delle tante cassette incise per non perdere alcun dettaglio del proprio lungo periodo di reclusione. Perché il potere corrosivo del tempo non cancelli la Storia e le storie, alla cui ricerca si muove suo malgrado e, di riflesso, Bechis, diviso tra una Torino magnetica nella sua plumbea cupezza nebbiosa e un’Argentina molto più idealizzata — eccezion fatta per una nuova, spettrale visita proprio al temuto Garage.
Ciò detto, il film fonde gli elementi e le forme estetiche del dramma psicologico e giudiziario con quelle di un thriller della paranoia che, tuttavia, non riesce quasi mai a innescare e suscitare la necessaria tensione nello spettatore. Uno spreco dei meccanismi di genere che è forse il peccato in vista di un’opera anch’essa disgregata, dissonante, disorientata, come lo sono d’altronde la mente e la percezione di Mariano.
Ora provocatoria indagine sui modi indicibili, talora malsani, quando non patologici, attraverso cui possono riemergere le cicatrici più strazianti e profonde sepolte dentro ognuno di noi, ora (più preponderante) parabola a metà tra Argentina, 1985 e il Leonardo Di Costanzo di Ariaferma ed Elisa: compatta ma non meno convenzionala (anche e soprattutto nella “fotografia del passato” restituita da Fabrizio La Palombara); Ritorno a Buenos Aires non osa e non azzarda alcunché, affidandosi piuttosto ad immagini, soluzioni, trovate spesso al limite del didascalico. Come, ad esempio, la metafora visiva dello specchio frantumato o quella della porta inferriata a rappresentare la persistenza di uno stato di prigionia – spesso al limite del didascalico.
Ci troviamo comunque di fronte ad un film senile nell’impostazione, nello sguardo e nel complessivo impiego del mezzo. Incapace altresì di trovare una forma davvero all’altezza della ferita che vorrebbe interrogare, e ravvivato - almeno momentaneamente - soltanto dall’interpretazione credibile e accorato di un Adriano Giannini che dà corpo con misura e partecipazione all’alienazione, al tormento, al fardello umano e morale al quale il racconto non giungerebbe altrimenti.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





