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            11 Settembre 2026
            La recensione di Un po' di luce presentato al Festival di Venezia 2026.
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            UN PO' DI LUCE, Dostoevskij a Teheran

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Kami nour
            USCITA ITALIA: 1 ottobre 2026
            REGIA: Ali Asgari
            SCENEGGIATURA: Ali Asgari, Shadmehr Rastin
            CON: Misagh Zareh, Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad, Ramtin Daghigh, Mina Rahimzadeh
            GENERE: drammatico
            DURATA: 87 min
            Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            Dopo aver smascherato l’assurdo kafkiano della repressione iraniana, Ali Asgari attraversa di nuovo Teheran, questa volta, per raccontare l’ultimo (potenziale) giorno di un uomo e, con lui, lo spirito di un intero popolo. In prezioso equilibrio tra un dramma fosco e una comicità luminosissima, Un po’ di luce trasforma un calvario individuale in una parabola sui legami invisibili che, nonostante tutto, ci tengono insieme e ci concedono la forza di vivere un altro giorno ancora.

            Nove episodi di vita reale in Teheran investita di un’assurdità, un’angoscia e una alienazione di kafkiana memoria: era ciò in cui si articolava il film che ha rivelato al palcoscenico internazionale il nome e il talento di Ali Asgari, che in Kafka a Teheran (o Terrestrial Verses), insieme al coetaneo, amico e compagno Alireza Khatami, svestiva fino alla sua truce e vera natura un sistema che eliminava qualsiasi, possibile forma di privato e intimità, controllando, sanzionando, regolando ogni aspetto dell’esistenza dei propri membri e rappresentanti. Più per farci percepire un sentire, un’impressione, una forma di consapevolezza, che non per dar vita ad un discorso, un concetto o ad una morale compiuta. Un caotico inferno dissimulato da ordine e norme, e giustificato in virtù di qualcosa di altissimo che invece diventa(va) quanto di più profano, volgare, vile. 

            Poco o nulla è cambiato da allora in Iran, come mostrava il successivo assolo Divine Comedy e come ribadisce oggi Un po’ di luce, tra i 21 titoli presentati in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Anzi, a dire il vero, la situazione non ha fatto che inasprirsi, e la repressione operata dai Guardiani della Rivoluzione si è fatta ben più frontale e scoperta. Complice, in questo, la sequela di attacchi e minacce di ulteriori ritorsioni rivolte da Trump al regime. Un’eventualità fantasmatica, quasi da instant movie, che riecheggia - non senza un velo di disperata ironia - nelle parole dei personaggi, e che, a dispetto delle immagini nitide, chiarissime, fotografate da Iman Tahsin, fa capolino qua e là (in primis, sotto forma di nastro adesivo da applicare alle finestre) durante il breve racconto di Arash, un medico altruista e “più sensibile di tanta altra gente” che, a seguito di un arresto e di una dichiarazione di colpevolezza per aver offerto assistenza ad un gruppo di manifestanti, si vede chiudere lo studio e revocare la licenza. Decide pertanto che l’unica cosa che gli resta è togliersi la vita. 

            Tuttavia, prima di compiere l’estremo gesto, sceglie di chiudere alcune faccende professionali e, soprattutto, di trascorrere qualche ultimo momento con la propria famiglia, dedicando quella che dovrebbe essere la sua ultima giornata ai tre fratelli e alla madre. Non solo per metterli al corrente delle proprie volontà, quanto per abituarli fin da subito all’idea del distacco. 

            Ed è proprio sull’abbandono e sulla separazione che Asgari, fin dalla primissima sequenza, modula il lavoro registico e il linguaggio visivo della pellicola, segnati da un’innegabile essenzialità compositiva e da un rigoroso senso formale, oltre ad un ritmo nella messa in scena che asseconda e traduce l’interiorità, l’umore e la temperatura emotiva del protagonista.

            Un uso sapiente di campo e fuoricampo, una propensione per i piani a camera fissa o, in alternativa, per minimi movimenti di macchina, e un montaggio nettissimo tratteggiano con chirurgica precisione questo commiato tutto concentrato nello sguardo di un solidissimo Misagh Zareh. Un (potenziale) addio - a base di non detti e gesti quotidiani che dischiudono stati d’animo e pensieri - che talora sembra dilatarsi, ritardando il momento fatidico e sospirato in maniera pressoché fortuita, se non per volontà di qualcosa o qualcun altro. Magari della stessa istanza narrante, dello stesso Asgari (anche co-sceneggiatore insieme a Shadmehr Rastin) per cui questo racconto, alfine condiviso e comune, di calvario, travaglio e malessere esistenziale – che potremmo rinominare Dostoevskij a Teheran – trascende una dimensione meramente dolente e dolorosa, slittando verso una parabola su quei legami invisibili che rendono la vita di ognuno degna di essere vissuta. Nonostante tutto.

            Ed è in questo scarto che pianta le sue radici la dimensione (condivisa con i due predecessori) forse più incisiva, efficace, convincente del film. Il quale, al netto di un’insidiosa parvenza di programmaticità, si avvale di un equilibrio prezioso tra i toni del dramma più fosco e un’ironia, appunto, luminosissima, allo scopo di restituire – a sua volta e in modo esemplare – lo spirito e la dignità di un popolo intero che puntualmente riesce a trovare un (altro) po’ di luce. La forza di (ri)unirsi, andare avanti e vivere un giorno ancora.

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