
UN PEU AVANT MINUIT, (solo) fuori la rivoluzione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Un peu avant minuit
USCITA ITALIA: N.D.
REGIA: Nicolas Pariser
SCENEGGIATURA: Nicolas Pariser
CON: Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anaïs Demoustier, Golshifteh Farahani, Léonie Simaga, Clara Pacini, Micha Lescot
GENERE: drammatico
DURATA: 112 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 5
RECENSIONE:
Sul crinale tra crisi privata e apocalisse collettiva, Nicolas Pariser mette in scena il bilancio sentimentale di una generazione di uomini smarriti davanti al femminismo e alla trasformazione del desiderio. Un film che, nel tentativo di rifuggire la “bella immagine”, finisce però per trasformare la propria povertà dello sguardo in una forma irrilevante di programmatico e vuoto realismo.
Un peu avant minuit. Poco prima di mezzanotte. S’intitola così il quarto lungometraggio del regista e sceneggiatore francese (classe 1974) Nicolas Pariser, terzo e ultimo tra i film d’oltralpe a venir presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. La mezzanotte a cui si fa riferimento è quella che sembra ormai sempre più incombente sul mondo e sulle vite di tutti. Il momento esatto in cui qualcosa è destinato a finire, senza però sapere ancora cosa ne seguirà e, soprattutto, se seguirà davvero qualcosa. È il tempo di una proverbiale resa dei conti, di una stasi inquieta e solo apparente, nella quale cominciare a vedere le cose per come erano e a dirle per ciò che sono, prima che ci inghiotta il buio più incerto e apocalittico. Un motivo, una tensione, un movimento che nasce nel privato, affonda nel nostro intimo, per poi erompere e ingaggiare un corpo a corpo con tutto ciò che esiste e (non) attende là fuori.
In questo clima si ritrova per caso e piomba suo malgrado Leo, 49 anni, professore di editoria all’università di Nancy, “dove ancora non è arrivata la guerra civile”. Diversamente da Parigi, s’intende, in cui fa tappa prima di prendere un aereo per l’Italia, alla volta di Ferrara, per sbrigare alcune pratiche ereditarie conseguenti alla morte del padre biologico, un uomo che non ha mai realmente conosciuto. Purtroppo, a causa di un impegno improvviso e imprevisto del notaio incaricato e responsabile dell’iter, è costretto o, meglio, decide senza alcuna apparente ragione (e ignorando le lamentele di una compagna da cui potrebbe presto separarsi) di fermarsi una settimana nella capitale. Sette giorni durante i quali ripercorrerà - fisicamente, mentalmente, emotivamente - le tappe della propria giovinezza, trascorsa proprio in quei luoghi e lungo quelle strade tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila.
Tra conversazioni con una figlia, oggi convinta attivista, di cui (ahilui) non si è mai interessato particolarmente, rimpatriate con i fantasmi del passato e nuove conoscenze in grado di aprire prospettive inedite, comincia a interrogarsi sulla propria esistenza e, soprattutto, sul suo rapporto con le donne. “Da diversi anni desideravo scrivere una storia d’amore su persone della mia età, tra i quarantacinque e i cinquantacinque anni – spiega Pariser -. Ma non riuscivo mai a trovare la giusta chiave narrativa. Mi chiedevo se fosse ancora possibile concepire una storia d’amore innocente, se un racconto del genere fosse ancora credibile nell’epoca del #MeToo, ora che siamo entrati in una fase di demistificazione del desiderio e delle fasi iniziali dell’incontro amoroso”.
Da qui, l’idea di inserire questo racconto nel vivo della nostra attualità, farne più precisamente il ritratto di un uomo di mezza età che tenta di rileggere la propria vita sentimentale alla luce dei sommovimenti, delle trasformazioni e delle istanze che animano la contemporaneità, “poiché ogni rivoluzione politica porta inevitabilmente con sé un mutamento morale”. Dapprima concentrandosi – come suggerisce l’eloquente lenta zoomata iniziale – sull’uno, su un individuo rappresentativo in mezzo alla folla, alla moltitudine di una Parigi messa alle strette da una serie di violente rivolte nelle banlieue, incendiata da scontri regolari e quotidiani tra le forze dell’ordine e diversi gruppi di contestazione, pervasa da fascismi e reazionarismi, mai così vicina ad una deriva autoritaria o all’ipotesi distopica di un film come, ad esempio, Chien 51 (di cui vediamo la locandina per un breve frangente); Pariser amplia all’occorrenza il respiro di Un peu avant minuit, salvo poi riportare sempre, immancabilmente, al centro del quadro e del discorso la microscopia (dalle ambizioni macroscopiche) dei sentimenti.
O, per dirla con le eloquenti e agognate parole di uno dei suoi comprimari, un’ammorbante “autocommiserazione maschile”, uno sfiancante onanismo intellettuale che, dietro le proprie recriminazioni e rivalutazioni, tradisce e restituisce tutto il disagio e lo spaesamento di una generazione di uomini per cui il femminismo non è mai stato, evidentemente, materia d’esame.
Nella fattispecie, dopo quella prima interessante scelta registica, l’autore inanella una serie di piani lunghissimi nei quali la macchina da presa si fa incrollabile, indolente, passiva testimone di dialoghi (o comizi di memoria pasoliniana) sui temi e dalle tonalità più disparate, alla (ri)scoperta o (re)visione di un proverbiale tempo perduto di cui, magari, si conservano pure ricordi confusi, annebbiati, vacillanti.
Così, Un peu avant minuit procede e incede dietro ad un Melvil Poupaud sfiancato e dalla chierica prominente, fino ad una coda finale, ambientata per l’appunto in terra ferrarese, che dovrebbe chiudere il cerchio su una verità (personale e insieme collettiva) senza tempo per aprirne un altro, ma in cui – schiacciato da palesi esigenze e ingerenze dell’Emilia-Romagna Film Commission, da una rappresentazione oleografica dell’Italia e dal casting del tutto sbagliato di una Chiara Mastroianni legnosa, a tratti quasi museale – crolla definitivamente il già flebile assetto di un’opera che cerca il realismo come e quando vuole, e spesso finisce per ricrearlo artificiosamente.
Anti-idolatrico, dichiaratamente in missione contro la “bella immagine” e contro tutto ciò che possa anche soltanto sembrare compiacimento estetico, Pariser si rifugia nella comoda e pretenziosa giustificazione di una forma cinematografica dimessa, irrilevante, vuota, quasi programmaticamente sottratta ad ogni possibilità di senso. Una che - se non consideriamo il lavoro (o lo spreco criminoso) del fuoricampo e una banale suggestione metatestuale - non restituisce altro che una sostanziale povertà dello sguardo. Quella di un film che si sforza così tanto di sovvertire gli stereotipi da diventare esso stesso uno stereotipo. Uno dei peggiori, peraltro.
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