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            11 Settembre 2026
            La recensione di NAZA presentato al Festival di Venezia 2026.
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            NAZA, l’algoritmo dell’orrore

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Naza
            USCITA ITALIA: N.D.
            REGIA:  Yuval Abraham, Rachel Szor
            GENERE: drammatico
            DURATA: 80 min
            Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Nel cuore della macchina bellica israeliana, dove la morte dei civili diventa una cifra da prevedere e un algoritmo da calcolare, Yuval Abraham e Rachel Szor compongono un controcampo gelido e implacabile: la cronaca di un genocidio raccontata attraverso la sua più spaventosa normalità, senza enfasi, senza alibi, senza possibilità di distogliere lo sguardo.

            NAZA. È il nome con cui l’intelligence militare israeliana indica quello che, per dirla con un eufemismo agghiacciante, è il “danno collaterale”: il numero di civili che si prevede possano morire a seguito di un bombardamento, senza distinzione tra adulti e bambini, uomini e donne. Non il conto dei morti dopo l’attacco, dunque, ma una stima elaborata prima che lo stesso venga autorizzato: una previsione della quantità di vite umane che quel raid potrebbe spezzare e che, proprio per questo, entra nei meccanismi attraverso cui si valuta e si decide un’operazione militare. È una parola burocratica, apparentemente neutra, che finisce così per trasformare l’uccisione di civili in una variabile, in una cifra, in una voce di calcolo. 

            Quella stessa parola che, in maniera parimenti asettica e raggelante, dà il titolo al documentario (prodotto da Jonathan Glazer e presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia) con cui due dei quattro registi premiati con l’Oscar per No Other Land — Yuval Abraham e Rachel Szor — tornano dietro la macchina da presa, ad osservare tramite il suo implacabile occhio meccanico una realtà, quella della striscia di Gaza, che rispetto al loro precedente lavoro non è cambiata affatto. Anzi, forse, s'è aggravata e incupita ulteriormente, sotto lo sguardo inerme dell’Occidente.

            Questa volta, però, scelgono di parlare del conflitto e del genocidio dal proverbiale altro lato, restando ad Israele per raccontare un punto di vista totalmente diverso, se non opposto. A partire dalle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, Local Call e The Guardian, i registi puntano infatti l’obiettivo su alcuni dei responsabili di tanta morte e distruzione. Coloro che, semplicemente con un click, sono stati e sono capaci di radere al suolo interi quartieri e uccidere centinaia di migliaia di persone, seguaci di Hamas e (soprattutto) civili. 

            Tecnici dello sterminio, elementi di un corpo scelto soprannominato “punta di lancia”, che lo stesso Abraham intervista (nel 2023, mettendoci la faccia) sui tetti di una Tel Aviv notturna che è possibile “vedere senza essere visti”. Da lì, in lontananza, si può sentire l’eco delle bombe, a soli 60 chilometri di distanza. Eppure, paiono non curarsene gli spettri che, questa città, la abitano, continuando a vivere le loro vite (quasi) come se nulla fosse. Assistendo apatici al procedere degli attacchi, bombardati a loro volta dalla mistificazione propagandistica del governo di Benjamin Netanyahu (presente, tra le altre cose, pure in un’intervista d’archivio che, alla prova del tempo, finisce per trasformarsi in una sorta di involontaria autodenuncia).

            Naza si articola perciò su parole, racconti, disamine, confidenze, segreti (che, nonostante tutto, sono nulla rispetto a quella che, per stessa ammissione di uno di loro, è la realtà dei fatti) di un’operazione di distruzione e cancellazione sistemica che — al di là di quanto accaduto con la fondazione dello Stato di Israele, rispolverato di recente da Anne-Marie Jasir in Palestina 36 e consegnato ad una dimensione mitica attraverso alcuni materiali d’epoca reperiti presso l’Archivio della Memoria Ebraica di Steven Spielberg — trova le sue origini negli anni ’70, quando i palestinesi vennero connessi al mondo esterno con la comparsa dei telefoni. Tutte le infrastrutture e gli apparecchi, invero, furono installati dagli stessi israeliani che, da allora, li hanno utilizzati come mezzo di controllo e sorveglianza della popolazione di Gaza. E che sono tra i dati che oggi alimentano un’empia e aberrante fabbrica di obiettivi e morte, servendosi di un’invenzione che si dice inevitabile: un sistema informatico chiamato Lavender che, con l’ausilio di un’intelligenza artificiale in costante apprendimento e di un algoritmo su misura, suggerisce e individua bersagli umani legati alle forze di Hamas, prevedendo al contempo quanti Naza saranno colpiti da un eventuale bombardamento.

            Il funzionamento, con tanto di punteggi e classifiche, e persino la costruzione grafica sono quelli di un videogioco che non solo deresponsabilizza, ma rende la morte qualcosa di distante, mediato, puntando tutto su un’escalation di violenza che sia quanto più “divertente” e “piacevole” così da innescare nel “giocatore” forme atroci, bestiali di assuefazione. Un’anestetizzazione e una desensibilizzazione - già in nuce e alla base della reazione israeliana nei confronti dell’attacco del 7 ottobre e della sua deriva, a lungo programmata, in un odio endemico - che li riconfigura in esecutori deumanizzati, fusi simbioticamente, indistinguibilmente con il dispositivo - una cosa che Abraham e Szor enfatizzano, per motivi anche pratici, concreti, di deontologia giornalistica, deformando digitalmente e artificialmente le loro identità. 

            È solo una delle tante, piccole intuizioni e soluzioni (a partire dal lavoro di contrasto e paradosso visivo, iconografico, per non parlare della maniera in cui vengono montate le viste su Tel Aviv) che certificano la statura cinematografica di Naza, al di là della sua nitidezza d’intenti e di un’organizzazione meticolosa dei discorsi che ne intessono e definiscono lo schiacciante e irrefutabile peso specifico. 

            “Continuo a vedere nei nazisti l’incarnazione assoluta del male. Ma allora, noi cosa siamo?”. È tempo, insomma, di chiamare le cose con il loro nome. Di guardare davvero — che, per Abraham e Szor, significa ascoltare, immaginare — il volto oscuro, più sinistro e perturbante di questo genocidio, nel suo profondo cuore di tenebra. Tale, infatti, è il lugubre orizzonte tracciato da questo ideale controcampo e imprevisto film gemellare, interlocutorio de La voce di Hind Rajab, rispetto cui — malgrado un’urgenza diversa e un modus operandi del tutto opposto — risulta persino più interessante, incisivo e angosciante, proprio in virtù di questa sua spietata semplicità. Della radicale, quasi clandestina sobrietà con la quale lascia affiorare l’atroce normalità, l’ordinarietà di ciò che viene detto, rivelato, portato in luce dal buio. Senza enfasi, sottolineature o sensazionalismi. E, soprattutto, senza che vi sia qualcosa in grado di attenuare e rendere più sopportabile - o semplicemente più decifrabile - l’abisso. Ci siamo solo noi e l’insostenibile, placido, limpido terrore della realtà.

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