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            4 Settembre 2025
            La recensione di The Voice of Hind Rajab, il nuovo film drammatico di Kaouther Ben Hania
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            FESTIVAL DI VENEZIA 82

            THE VOICE OF HIND RAJAB, il silenzio che resta

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Voice of Hind Rajab
            USCITA ITA: 2025
            REGIA: Kaouther ben Hania
            SCENEGGIATURA: Kaouther Ben Hania
            CON: Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel
            GENERE: drammatico
            DURATA: 90 min

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Dall’ascolto di una telefonata reale tra una bambina intrappolata a Gaza e i soccorritori della Mezza Luna Rossa, Kaouther Ben Hania costruisce un film potente. Un’operazione cinematografica che rinuncia alla spettacolarizzazione della violenza per concentrarsi sull’invisibile, sull’attesa e sul silenzio, trasformando una registrazione audio in un’esperienza immersiva, poetica e politica al tempo stesso.

            Un’onda sonora che si spande e restringe. Poi, un’avvertenza: quelli che stiamo per vedere sono fatti reali e - soprattutto - ciò che sentiremo è la vera registrazione della telefonata intercorsa, il 29 gennaio 2024, tra i volontari e soccorritori della Mezza Luna Rossa Palestinese e la piccola Hind Rajab, una bambina di sei anni, intrappolata in un’auto sotto attacco nel quartiere di Tel al-Hawa, a Gaza; unica sopravvissuta al fuoco dell’esercito israeliano di Benjamin Netanyahu che ha ucciso tutti gli altri passeggeri del veicolo - gli zii e i quattro cugini - e che nel giro di qualche ora ucciderà anche i due paramedici inviati a salvarla. 

            È questa la tragica e (ahinoi) famigerata storia che Kaouther Ben Hania (già regista de L’uomo che vendette la sua pelle, primo titolo tunisino a concorrere per l’Oscar come miglior film internazionale) sceglie come soggetto del suo sesto lungometraggio. Praticamente, un instant movie, completato nel giro di un anno (o poco meno), e nato proprio dall’ascolto attonito dello sconvolgente audio di cui sopra, diffuso dalla stessa organizzazione di salvataggio palestinese, e presto sulle bachece social e web di mezzo mondo. 

            “Ho provato subito un misto di impotenza e tristezza - ha ricordato -, una reazione fisica, come se la terra mi fosse mancata sotto i piedi”. The Voice of Hind Rajab - questo, l’eloquente e inesorabile titolo del film, prodotto (tra gli altri) da Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer e Alfonso Cuarón - nasce pertanto da un’esigenza tanto semplice quanto terribile: “non posso accettare un mondo in cui un bambino chiede aiuto e nessuno risponde. Quel dolore e quel fallimento appartengono a tutti noi”. Ma anche dalla peculiare scelta di intrecciare il re-enactment coi materiali originali, ponendoli a base di un racconto ambientato in un’unica location, dove la violenza resta sempre fuori campo. 

            Un’intuizione precisa, quasi etica: se oggi “le immagini cruente sono ovunque, sui nostri schermi e nelle nostre timeline”, il cinema può – anzi, deve – spostare lo sguardo altrove, concentrarsi sull’invisibile, sull’attesa, sulla paura, su quel silenzio insopportabile. È proprio lì che si produce la vertigine emotiva del film, ed è lì che Ben Hania lavora con consapevolezza, lavorando su e facendo emergere un’altra dimensione fondamentale del linguaggio cinematografico. Cioè la negazione dell’immagine, la forza del suono, del non-detto, dell’ellissi. 

            The Voice of Hind Rajab è, in questo senso, cinema utilizzato nella maniera più intelligente e penetrante, che fa parlare l’assenza, mentre restituisce allo spettatore l’esperienza di un’attesa destinata aprioristicamente a non risolversi, trasformando un’audio-testimonianza in un’esperienza immersiva, claustrofobica e universale.

            Non solo: la pellicola rappresenta anche un passo ulteriore nel percorso artistico e poetico di Ben Hania, da sempre attenta al confine – spesso poroso – tra realtà e rappresentazione, tra cronaca e finzione, ma anche, in questo caso, tra diverse mappature temporali di uno stesso spazio. Se in Quattro figlie la sovrapposizione tra documentario e messa in scena poteva sembrare più problematica, qui trova una sintesi sorprendente: riesce a tradurre il proprio discorso in immagini, a dare forma cinematografica ad un trauma senza cadere nella retorica, a trasformare una testimonianza concreta in un atto poetico e politico al tempo stesso.

            Come in quel film, tuttavia, ad un certo punto si fa prendere la mano e accumula motivi di dramma ulteriore nella ricostruzione del travaglio lavorativo, emotivo, morale dei volontari (portati in scena da un forte quartetto di attori: Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury e Amer Hlehel). Crea altresì pretesti per amplificare e dilatare la materia narrativa, rischiando di trasformare la purezza dell’intuizione iniziale in un esercizio troppo consapevole della propria forza emozionale che, sì, rimane essenziale ma poteva esserlo ancor di più. 

            Allo stesso tempo, non è certo questa macchia a compromettere l’esito di un’operazione di fatto unica nel suo genere. Uno strumento di memoria contro l’amnesia e l’indifferenza collettiva, un atto poetico e politico insieme. Non a caso, Ben Hania parla apertamente di “dolore universale”: perché la voce di Hind, fragile e inascoltata, diventa la voce di tutti i bambini dimenticati dal mondo. Una voce che viene liberata dalla sola cronaca di Gaza, chiedendo conto di ogni nostro silenzio.

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