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            25 Aprile 2026
            La recensione de Il caso 137, il nuovo film thriller di Dominik Moll con protagonista Léa Drucker presentato a Cannes 2025.
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            IL CASO 137, la verità in differita

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Dossier 137
            USCITA ITALIA: 16 aprile 2026
            USCITA FRA: 19 novembre 2025
            REGIA: Dominik Moll
            SCENEGGIATURA: Dominik Moll, Gilles Marchand
            CON: Léa Drucker, Jonathan Turnbull, Mathilde Roehrich, Guslagie Malanda, Stanislas Merhar
            GENERE: drammatico, thriller, poliziesco
            DURATA: 115 min

            VOTO: 8-

            RECENSIONE:

            Tenendo sullo sfondo le proteste dei gilet gialli del dicembre 2018, Dominik Moll con Il caso 137 si muove tra le pieghe di un’indagine interna alla polizia per interrogare nuovamente la possibilità stessa della verità: un racconto in differita, mediato dalle immagini e intrappolato in un sistema che tende a neutralizzarle, dove giustizia, responsabilità e realtà finiscono per dissolversi in una vertigine di versioni inconciliabili.

            La notte dell’8 (dicembre 2018), in una viuzza secondaria a ridosso degli Champs-Élysées, un ragazzo di appena vent’anni, Guillaume Girard, viene colpito alla testa e ferito gravemente da un proiettile “non letale” flash-ball, sparato da un nucleo distaccato di agenti in borghese della BRI, la Brigata di ricerca e intervento della polizia giudiziaria francese.

            Sono giorni, anzi settimane di fuoco per Parigi e per l’intera Francia, investite e scosse da un malcontento diffuso, che si coagula e prende forma in svariate (manifest)azioni dei cosiddetti gilet gialli, spesso in scontro frontale coi reparti mobili e le unità di pronto intervento. La protesta, orizzontale e priva di una vera gerarchia, raccoglie una composizione sociale eterogenea — lavoratori, piccoli imprenditori, disoccupati, pensionati — e nasce inizialmente come risposta all’aumento delle tasse sui carburanti voluto dal presidente Emmanuel Macron. Ma ben presto lascia emergere radici più profonde e tensioni latenti: il costo della vita, le disuguaglianze sociali, la distanza percepita tra élite politiche e cittadini, specie nelle aree rurali e periferiche...

            La rabbia e l’odio crescono, si addensano e intensificano da entrambi i lati (o i punti di vista) degli scudi antisommossa, dei fucili spara-lacrimogeni, dei manganelli telescopici, dove ciascuno finisce per riconoscere (arbitrariamente, irriducibilmente) nell’altro un “ostile”, un “nemico”. Eppure, sotto questa contrapposizione, affiora talvolta un sentimento comune: una stessa percezione di abbandono, di delusione, l’impressione di essere lasciati indietro da un governo “nel panico”; da quei “piani alti” che non sembrano conoscere altra via se non il braccio di ferro.

            “Se ne fregano di noi” è il refrain che serpeggia tra chi protesta, per il quale vivere in queste condizioni è diventato ormai intollerabile. Ma, in forma diversa, riecheggia anche tra chi si trova dall’altra parte della barricata: agenti talvolta senza un’adeguata preparazione o costretti a soluzioni di fortuna, chiamati — non senza una certa retorica — a sostenere uno sforzo definito “bellico”, come ultima linea di difesa della Repubblica contro quella che viene sovente descritta come un’insurrezione barbara e criminale.

            La recensione de Il caso 137, il nuovo film thriller di Dominik Moll con protagonista Léa Drucker presentato a Cannes 2025.

            Ebbene, è da questo clima di furente instabilità socio-politica, da questa (tutt’oggi) dolente frattura della recente storia francese, che prende le mosse Il caso 137, ottavo lungometraggio del tedesco naturalizzato francese Dominik Moll. Un autore emerso con forza all’attenzione del pubblico festivaliero — e non solo — più che altro grazie ai suoi due lavori precedenti, Only the Animals - Storie di spiriti amanti e La notte del 12, quest’ultimo vincitore nel 2023 di ben sei premi César.

            Thriller e racconti polizieschi di grande atmosfera, i suoi film si configurano come puzzle di indicibile mistero, trasfigurazioni della cronaca e di quei “fatti realmente accaduti” così cari al cinema contemporaneo. Opere attraversate da un persistente senso di inquietudine e da un’attenzione quasi ossessiva ai dettagli umani, sociali e morali: ora la solitudine e l’isolamento, ora l’ossessione e la frustrazione esistenziale di poliziotti e investigatori, custodi - almeno in linea di principio - di una giustizia che si vorrebbe equa, imparziale, disincarnata, ma che non può sottrarsi ad una soggettività dello sguardo, al punto di vista, alla prospettiva entro cui viene inevitabilmente collocata. E ancora, inquirenti dentro e di una verità che, proprio per questo, non contempla obiettività e si manifesta puntualmente nella sua forma più sfuggente, irriducibilmente parziale e frammentata.

            Una visione, concetti che non sono certo esclusivi del cineasta (tanti autori prima di lui, infatti, hanno parlato in questi termini e sono giunti a simili conclusioni: da Sciascia a Dürrenmatt passando per Simenon, Bong Joon-ho, Kiyoshi Kurosawa, per non parlare poi dei conterranei Arnaud Desplechin, Cédric Jimenez o della Justine Triet di Anatomia di una caduta), ma che egli riesce a far propri nel taglio burocratico e funzionale da cui li prende in esame e col quale li mette in scena, riflettendo perciò sulla deontologia professionale in un presente coerentemente e conseguentemente indefinito, precario, incostante. E rappresentando questi funzionari di polizia alla stregua di redattori e compilatori di rapporti; uomini e donne che tentano di preservare un residuo di integrità e lucidità mentre ogni punto fermo comincia a sgretolarsi sotto i loro occhi. Mentre vengono sommersi da casi sempre nuovi, che il più delle volte restano insoluti o vengono chiusi o fatti chiudere in fretta per ragioni di opportunità o di convenienza. Mentre scivolano, alfine, nell’abisso delle scartoffie o si perdono nel dedalo di una granitica regolamentazione, teoricamente volta a salvaguardarne l’operato ma che in realtà può trasformarsi in una pericolosissima arma di annientamento professionale ed esistenziale.

            Motivi, questi, che con misura e sottigliezza raggiungevano il loro apice discorsivo, espressivo e filmico nel succitato La notte del 12 e che Moll ripropone ne Il caso 137 in maniera forse meno raffinata, ma più diretta, esplicita, visceralmente infiammata. Ecco che il crime-thriller si trasforma — o, più esattamente, si camuffa, si mimetizza — in un poliziesco di denuncia altrettanto asciutto e rigoroso, dall’impianto socio-realista, animato e attraversato da un’indignazione popolare, sotterranea che richiama più da vicino Lautner e Pialat o i nostri Sollima (di ACAB) e Vicari (di Diaz). Non ci sarà il morto, non ci sarà il cadavere, ma restano il sangue, i sospetti e i sospettati, le indagini, gli interrogatori, i testimoni, gli indizi, le prove, le versioni. E, soprattutto, resta la polizia. O meglio: la polizia della polizia.

            La recensione de Il caso 137, il nuovo film thriller di Dominik Moll con protagonista Léa Drucker presentato a Cannes 2025.

            Ora però, torniamo a quest’altra notte, quella dell’8 (dicembre 2018), quando Guillaume Girard viene trasportato d’urgenza in ospedale con un’importante frattura alla scatola cranica. Una vicenda che giunge all’attenzione e nell’ufficio di Stéphanie Bertrand — una splendida Léa Drucker, primo tra i molti volti fortemente cinematografici del film — ispettrice dell’IGPN (Inspection générale de la Police nationale), l’organo incaricato di vigilare sui comportamenti delle forze dell’ordine, già sommerso, in quei giorni, in quelle stesse ore, da dossier, denunce ed episodi analoghi.

            La storia di Guillaume è un fascicolo tra molti, destinato a passare agli atti (burocratici) come caso 137. Tuttavia, per lei: trasferitasi lì dalla narcotici dopo il divorzio dall’ex marito, anch’egli poliziotto, e subito esposta ai livori, al disprezzo, alla mancanza di stima dei colleghi, impegnati in prima linea e convinti che il suo lavoro d’indagine interna, al riparo di una scrivania, non faccia che alimentare la sfiducia e il rifiuto della popolazione verso l’intera categoria; finirà per diventare “il caso”. Quello che - in una lotta risoluta e ostinata, in una ricerca talora impulsiva, sospesa su un crinale pericoloso tra il professionale e il personale (e dunque irrimediabilmente ai limiti, se non oltre, della deontologia), di una verità impossibile - la porterà a interrogarsi sull’utilità stessa del proprio mestiere, mettendola faccia a faccia con il lato più vile e avvilente, con il volto ambiguo, bifronte di un’istituzione e di un’umanità disposta a tutto pur di negare un’evidenza schiacciante.

            Nemmeno le immagini, le registrazioni restano indubitabili in questo confronto che erode progressivamente ogni certezza, costringendola a misurarsi con una macchina che tende più a proteggere sé stessa che a fare luce sui fatti, dove le versioni si sovrappongono, contraddicono, neutralizzano a vicenda, e ogni passo avanti sembra risultare in una successiva sconfitta. In questo attrito continuo, la verità non emerge. Semplicemente si consuma, sfalda e disperde. Di conseguenza, l’indagine smette di essere solo un’indagine, quanto piuttosto una logorante prova di resistenza, il tentativo — forse vano — di opporre un principio di realtà ad un sistema che, per sopravvivere, ha bisogno di piegarlo, riscriverlo, o semplicemente lasciarlo evaporare.

            È inoltre un film, Il caso 137, in e con cui Moll torna, con coerenza, a interrogare quella violenza e quell’odio diffusi, sistemici e dunque apparentemente inestirpabili; le opposizioni e polarizzazioni inconciliabili di una contemporaneità scissa, lacerata. Lo fa attraverso un linguaggio visivo dal solito rigore e dalla sobrietà formale, sempre più algido — quasi “polare” nella sua distanza emotiva — e una regia onnipresente ma misurata, capace di ritirarsi e riemergere nei momenti chiave per sottolineare snodi narrativi e trasformazioni decisive. Allo stesso tempo, integra con consapevolezza gli strumenti del cinema di genere, costruendo e mantenendo una tensione e un mistero costanti, alimentando la sensazione che l’irreparabile possa accadere da un momento all’altro, in qualunque istante. Da manuale è poi l’utilizzo del fuoricampo: il thrilling è ottenuto infatti senza mai scendere in strada o entrare direttamente negli scontri di piazza, ridotti ad un’eco filtrata e insieme assordante, distante e contigua. Al punto che lo spettatore arriva a immaginarli e proiettarli inconsciamente sulla quiete irreale e perturbante degli interni borghesi e degli uffici di polizia.

            La recensione de Il caso 137, il nuovo film thriller di Dominik Moll con protagonista Léa Drucker presentato a Cannes 2025.

            Ciò detto, è e resta l’immagine il principale veicolo di senso e di rivelazione all’interno e nel contesto di un’indagine “a distanza” e “in differita” (per dirla con Pier Maria Bocchi) in cui ogni informazione è mediata, trasmessa, contenuta in una fotografia, nel frame di un video, nella registrazione di una telecamera di sorveglianza (così come in un’email o in una telefonata). Un’indagine la cui unica possibile conclusione sembra risiedere proprio nell’immagine stessa, (ri)scoperta come unica sostanza del reale - logicamente e parimenti volatile, immateriale - delle nostre vite, e insieme come testimone apatico e inerte di una nostra deformazione assurda, angosciante, mostruosa. Di un punto di rottura e del possibile collasso di ogni forma possibile e immaginabile di società civile e democratica.

            È, in fondo, l’unico appiglio possibile quando vengono meno etica, moralità, umanità, verità. Ma è anche ciò che, nella sua intrinseca parzialità e nei circuiti di una viralità anestetizzante e potenzialmente distruttiva, può finire per erodere ogni forma di pensiero e partecipazione verso "l’altro da noi". L’ultimo, apparente residuo di realtà - e la sua più efficace forma di disfacimento.

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