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            30 Agosto 2025
            La recensione di No other choice, il nuovo film di Park Chan-wook.
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            FESTIVAL DI VENEZIA 82

            NO OTHER CHOICE, l'esilarante tragedia di Park Chan-wook

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: No other choice
            USCITA ITALIA: gennaio 2026
            REGIA:  Park Chan-wook
            SCENEGGIATURA: Park Chan-wook, Lee Kyoung-mi, Don McKellar, Jahye Lee
            CON: Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran, Cha Seung-won
            GENERE: thriller, drammatico
            DURATA: 139 min

            VOTO: 9

            RECENSIONE:

            Riadattando il romanzo di Donald E. Westlake, Park Chan-wook in No Other Choice trasforma il dramma di un lavoratore espulso dal proprio ruolo in una riflessione sul presente: sul valore dell’identità, sulla catena velenosa del consumo e sul fragile confine tra sopravvivenza e autodistruzione.

            Quella della sostituzione, dell’immaginarsi e voler essere a tutti i costi nei panni degli altri, è un’idea ricorrente, pressoché archetipica per gran parte del cinema sudcoreano. Una pulsione riflesso della tensione sociale, della precarietà identitaria, del desiderio non solo di essere, ma di sopravvivere, che inevitabilmente si tramuta in competizione spietata. Di questo meccanismo, Bong Joon-ho ha fatto il cuore pulsante di Parasite, film con cui si è aggiudicato prima la Palma d’oro e poi quattro premi Oscar, riscrivendo letteralmente la storia del cinema mondiale e consacrandosi non solo come voce di riferimento, ma anche come maestro, artefice di un immaginario culturale ed estetico capace di proiettarsi verso i futuri orizzonti dell’audiovisivo.

            È proprio nel solco scavato da Parasite che oggi si muove un altro regista, suo conterraneo, che non ha certo bisogno di presentazioni. Anzi, si potrebbe dire che senza il successo e la strada aperta da lui, il trionfo di Bong Joon-ho non sarebbe stato nemmeno concepibile. Tanto è invero il debito che quest’ultimo porta nei confronti di Park Chan-wook, figura cardine del cosiddetto “miracolo sudcoreano”, cineasta che con la sua trilogia della vendetta – specie con Oldboy – ha inciso in maniera indelebile sull’immaginario collettivo, aprendo la strada a un’intera generazione di autori e imponendosi come maestro indiscusso del linguaggio cinematografico contemporaneo.

            A tre anni dall’ultimo, travolgente Decision to Leave, questi approda in concorso all’82ª edizione del Festival di Venezia con No Other Choice – Non c’è altra scelta, un’opera che, partendo dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake (già adattato nel 2005 da Costa-Gavras), rielabora il concetto di rimpiazzo esistenziale intrecciandolo ad una rappresentazione amara, caricaturale e dissacrante del tessuto socio-culturale sudcoreano (e non solo), per farne la sostanza di un dispositivo narrativo crudele e implacabile.

            Il protagonista è Man-su, tecnico nella produzione di carta speciale (che egli eleva a vera e propria arte), con alle spalle 25 anni di esperienza. Della sua vita non ha di che lamentarsi: una moglie affettuosa, due figli, due cani, una casa conquistata con fatica. “Ho tutto”, si ripete, fino al giorno in cui riceve la notizia del proprio licenziamento. “Non abbiamo altra scelta”, gli dicono. È come una decapitazione improvvisa: la perdita non solo di un impiego, ma di un’identità intera costruita sul lavoro, sul ruolo di capofamiglia padre e padrone - che deve provvederne (da solo) al mantenimento -, sull’illusione di una vita idilliaca. Vecchi schemi ed idee, remote convinzioni, che la pellicola mette a nudo e ribadisce con forza, mostrando quanto fragile e illusorio sia il loro fondamento in un mondo che corre, scorre e divora a ben altre velocità.

            Determinato a non crollare, Man-su promette a sé stesso e alla famiglia di rimettersi in carreggiata entro tre mesi. Ma il tempo passa, e la promessa si sgretola: un anno di colloqui inconcludenti, il rischio concreto di perdere la casa… La sua si delinea come la parabola di un uomo che si ostina a difendere un modello di vita già sconfitto, incapace di reinventarsi perché intrappolato nella convinzione che “non c’è altra scelta”. Un inetto, un goffo, un ingenuo, insomma. Uno che si è adagiato sul comfort (del tocco di una carta raffinata), su gioie futili, figlie di modelli iper-consumistici, senza mai mettersi davvero in contraddizione. Non a caso, lo stesso Chan-wook ha dichiarato di aver riconosciuto in questo personaggio un riflesso di sé: un uomo che considera la produzione di carta la propria vita, riconosciuta o meno dal mondo, così come lui considera il cinema; convinto che esista un certo modo di essere per un capofamiglia e per un uomo, e che abbia senso vivere di conseguenza. Un’identificazione tanto immediata quanto crudele, perché destinata a mostrare la frattura insanabile fra ciò che si crede di essere e ciò che, invece, il mondo impone. Da qui - en passant - si potrebbe dedurre anche un intrigante parallelismo tra carta e cinema: entrambi un tempo arti “fisiche”, tangibili, legate a una dimensione quasi artigianale, oggi sempre più assorbite da processi industriali che ne erodono progressivamente il lato umano. 

            Ciò detto, un giorno, spinto dalla disperazione, il nostro Man-su si presenta senza preavviso alla Moon Paper. Qui viene liquidato e deriso dal responsabile di linea Sun-chul, un uomo che il nostro sa di superare per competenza ed esperienza. È allora che prende forma la sua decisione estrema: se non esiste un posto per lui, dovrà farselo da solo. Alla stregua di un giardiniere, convinto di piegare i rami della natura secondo il proprio arbitrio, tenta di forzare l’albero della sua esistenza, senza accorgersi che, a furia di piegare, inevitabilmente uno di quei rami – e forse qualcuno in più – finiranno per spezzarsi.

            Questa parabola, Chan-wook la orchestra, al solito, con un incedere fervido, vorticoso e ipnotico, lavorando di precisione e modellando, trasformando la propria orchestrazione e messa in scena di pari passo col destino del protagonista: macchina da presa acrobatica, libera, quasi danzante nella prima parte (quando ancora c’è la possibilità, seppur impercettibile, di una scelta); progressivamente più statica, rigida e implacabile man mano che Man-su inizia a scavarsi da solo (precipitandovi) la fossa della propria menzogna, meschina e autodistruttiva. La pellicola non si limita a raccontare questa discesa, ma la incarna e la ribadisce attraverso il mezzo stesso: dalla fotografia espressiva di Kim Woo-hyung, che esaspera i cambi di tono della storia, alle transizioni fantasiose, sperimentali e quasi ludiche su cui Kim Sang-beom e Kim Ho-bin costruiscono il proprio lavoro di montaggio. 

            È qui che Park si rivela nuovamente quale acrobata, illusionista e prestigiatore del linguaggio cinematografico, contaminando peraltro il proprio stile con una gamma sorprendente di registri comici – dal grottesco alla farsa, dallo slapstick al demenziale, fino alla satira più corrosiva. Una comicità dai tratti spesso spiccatamente occidentali che eleva agilmente la pellicola ad un’universalità. Ma aprendola pure alle tensioni del nostro presente. Emerge, a tal proposito, una vena sottilmente ed elegantemente femminista: sarà la moglie la prima a mettere in discussione lo status quo, con scelte pragmatiche, semplici ma concretamente efficaci, per non soccombere. Una figura che, nel silenzio, sembra già abitare una nuova consapevolezza, mentre il marito resta ostinatamente ancorato al fantasma di un passato che non esiste più. E anche se dovesse vincerla, quella che lui stesso definisce come “una guerra” per la protezione (“delle nostre donne”) e la conservazione, sarebbe soltanto per perderla di nuovo.

            Abbracciando pertanto un’impressionante moltitudine di letture possibili, di piani simbolici, No Other Choice – Non c’è altra scelta inaugura possibilità interpretative vastissime senza mai perdere la propria concentrazione e compattezza narrativa, ottenendo sempre il massimo da una durata comunque generosa. Non solo ride amaramente dei vecchi schemi mentre li osserva sgretolarsi, ma si impone come manifestazione lampante e dimostrazione irrefutabile della vitalità di un cinema che continua a reinventarsi senza timore. E che trova in uno strano equilibrio tra commedia, thriller e noir esistenzialista la forma più entusiasmante per raccontare la tragedia di un (altro) “borghese piccolo piccolo” intrappolato in una catena velenosa (che parte e ritorna circolarmente proprio agli alberi, materia prima di quella carta con cui si stampano, tra le altre cose, anche le banconote, segno di ricchezza e status quo, sintomo di felicità e realizzazione personale). Una tragedia forse tra le più crudeli – ed esilaranti – su cui Park Chan-wook abbia mai posato il suo sguardo.

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