
SCHERZETTO, il bello di giocare veramente
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Scherzetto
REGIA: Mario Martone
SCENEGGIATURA:
Mario Martone, Ippolita di Majo
CON: Toni Servillo, Lorenzo Perrotta, Serena Rossi, Leonardo Lidi, Giovanni Ludeno, Gianluca Di Gennaro
GENERE: drammatico, commedia, fantastico
DURATA: 105 min
Presentato fuori concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Un nonno, un nipote, una casa napoletana infestata dai fantasmi della memoria e un “campo incognito” in cui commedia familiare, gotico e nostalgia finiscono misteriosamente per convivere: Mario Martone (ri)legge Scherzetto di Domenico Starnone con leggerezza e inquietudine, interrogando quel vuoto che resterà quando tutto sarà finito. Irresistibile chimica tra Toni Servillo e il piccolo Lorenzo Perrotta.
Scherzetto. Nell’opera, è una parentesi di leggerezza, un momento giocoso e apparentemente marginale che può irrompere nel corpo del dramma per alleggerirne la tensione, introdurre una nota burlesca, perfino farsi beffa di ciò che lo circonda. Un intermezzo sospeso fra il ludico e il perturbante che, proprio per questo, sembra trovare una corrispondenza curiosa e tutt’altro che casuale nel nuovo film di Mario Martone, presentato fuori concorso alla 83ª edizione della Mostra di Venezia. Che s’intitola proprio Scherzetto, esattamente come il romanzo che porta sul grande schermo, scritto da Domenico Starnone, autore che in questi ultimi anni sembra aver sviluppato un rapporto privilegiato con il cinema e del quale il cineasta napoletano si dichiara “avido lettore”.
La storia è quella di un nonno e un nipote costretti a condividere lo stesso tetto per un paio di giorni: il tetto, beninteso, della casa napoletana in cui l’anziano ha trascorso infanzia e giovinezza e da cui è scappato non appena ne ha avuto la possibilità, trasferendosi a Milano per inseguire un’”ambizione spropositata”, il sogno dell’arte e dell’illustrazione. Daniele Mallarico, questo il suo nome, è infatti un disegnatore affermato e ancora in attività, eppure esule da ogni forma di fama o celebrità. Pochi, se non proprio gli addetti ai lavori, sanno chi sia, reputandolo e chiamandolo “maestro” spesso più per convenzione che per autentica convinzione. Ma forse neanche lui sa più chi sia realmente, tanto da essersi ormai ridotto al fantasma di un sé passato.
Burbero e lunatico, schivo e nevrotico, ripiegato in una solitudine che sembra essere tanto una scelta quanto l’esito inevitabile di una progressiva sottrazione alla vita, Daniele si ritroverà, in questa manciata di giorni, a mettere in discussione tutto ciò che credeva di aver dato per certo e assodato. Sistemato malvolentieri nella stessa camera da letto del piccolo Mario, appena cinque anni ma già cresciuto e diventato adulto, indipendente ben prima del tempo – e dunque a pochi centimetri da quella che è, a tutti gli effetti, la massima e assoluta incarnazione di una vitalità e di un’energia incontenibili, travolgenti – di notte comincerà a essere visitato dagli spettri dei propri cari. Ombre, alcune, di cui aveva persino perduto il ricordo, altre che ha tentato in ogni modo di rimuovere.
Il che finirà inevitabilmente per ripercuotersi - nel bene e nel male - anche sul lavoro che avrebbe dovuto consegnare da qualche tempo ad una grossa casa editrice, ma per il quale non riesce (o, meglio, non riusciva) a trovare l’ispirazione. Trattasi delle illustrazioni a compendio di una riedizione de L'angolo felice di Henry James, che è a sua volta il racconto di un uomo che torna a New York dopo aver trascorso una trentina d’anni in Europa. Lì incontra (anch’egli, come il nostro Daniele) dei fantasmi. Uno su tutti, il fantasma di ciò che sarebbe potuto essere.
Allora, anche in quest’ottica di incastro metatestuale e metaletterario, Mario Martone (ri)legge e affronta il libro di Starnone lasciandone emergere il potenziale di parabola sulla vecchiaia, sull’essere, sul sentirsi e sul vedersi ormai a un passo dal momento fatidico, specie nel ritorno sui primi luoghi della vita e nel confronto, già di per sé impari, con le giovani (se non giovanissime) generazioni. È dunque una riflessione - quella scritta insieme alla moglie, sodale e complice Ippolita di Majo - su quale immagine e quale disegno consegnare al tempo. Quale preservare dall’oblio e quale invece lasciare in eredità a chi verrà dopo, una volta lasciato fuori ogni pallido o annebbiato riflesso, le malattie da cui non si è riusciti a guarire.
Cercando altresì di portare un po’ di luce e brillantezza in un mondo fatalmente oscuro e parimenti spettrale - un po’ come gli ultimi lavori di Daniele, che Mario critica a più riprese. Nel mondo al di là della porta di casa: qualche piano di scale sotto, varcata la soglia del palazzo, per strada. Quello di cui fa parte e testo una Napoli magicamente arrabbiata, insidiosa, conflittuale, disunita, mortifera dove nonno e nipote metteranno piede (alla stregua di personaggi d’una realtà o dimensione altra) in una delle sequenze più riuscite di Scherzetto. La più “verista” nel contesto di una pellicola che deforma volutamente i contorni della realtà per restare fedele alle molteplici prospettive e significati del suo titolo.
E così, nell’incrocio di suggestioni di James e Starnone, Martone può sorprendere, spiazzare, divertire in modi e vie talora impreviste. Addirittura, asseconda gli elementi e gli espedienti horrorifici alla base di un gotico napoletano che, senza mai rinunciare alla propria vena scanzonata, finisce per insinuarsi sotto la pelle di una più classica commedia familiare di equivoci e situazioni, facendo di Scherzetto un racconto al contempo spietato e goliardico, sempre attraversato da una curiosa leggerezza.
D’altronde, “è bello giocare a fare veramente”. Una frase che sembra quasi racchiudere e dichiarare la natura stessa dell’operazione, gustosamente frivola, agile, “aerea” pure sul piano registico, nelle soluzioni, negli espedienti, nei movimenti (incantevoli, come il balletto attorno ai palazzi dell’inizio) di una macchina da presa che, di tanto in tanto, pare assumere lo sguardo di uno di quegli stessi fantasmi, osservando deliziato la maniera in cui un maestro della recitazione può, sa e riesce ad immergersi in un “campo incognito”, dominato dalla presenza imprevedibile e totalizzante di un prodigioso attore bambino. Com’è Lorenzo Perrotta, il cui incontro con un Toni Servillo al solito impareggiabile - leggiadro, spiritoso, ironico, completamente al servizio del personaggio, della storia e dei suoi umori - non soltanto produce una chimica irresistibile, ma si rivela intuibile anima di una pellicola che, con grazia e nostalgia (che è letteralmente il “dolore del ritorno”), fa i conti con il vuoto. Con quello che rimane una volta che tutto il resto è passato.
Perché, si sa, “il vuoto resta”. È l’unica cosa che resta. E il vero talento, raccontato da Starnone e da Martone, sta forse proprio nell’accorgersene prima che sia troppo tardi.
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